22/08/2026
Ricorre ogni anno il 22 agosto la “Giornata internazionale per la Commemorazione delle vittime di violenza originata dal credo religioso”. E’ stata l’Assemblea generale dell’ONU durante il 2019 ad introdurre questo solenne richiamo a favore della libertà di religione e di credo, cioè di un principio fondamentale previsto dalla “Dichiarazione universale dei Diritti dell’umanità”.
La Giornata di oggi fa luce sulle sofferenze di innumerevoli individui e gruppi che, in diverse parti del mondo, subiscono discriminazioni, persecuzioni e violenze brutali a causa del proprio credo o della propria fede. Dunque, non solo il passato viene rievocato il 22 agosto ma pure il presente, vale a dire questo 2026 che non brilla certo per come tollera le differenze di religione.
Questo momento voluto dall’ONU serve anche per continuare a denunciare le violazioni attuali: attacchi contro luoghi di culto, restrizioni arbitrarie a danno della pratica religiosa, discorsi d'odio e, nei casi più gravi, violenze fisiche e pulizia etnica giustificate da moventi confessionali. Di contro la Giornata internazionale si prefigge di promuovere la tolleranza e il dialogo tra i fedeli in ogni parte del mondo.
Se vacilla la libertà di religione, vacilla l’intero patrimonio dei diritti che abbiamo raggiunto nel secolo scorso. La propria fede o quelle degli altri, secondo quanto propone la Giornata celebrativa del 22 agosto, non devono essere il pretesto per iniziare un conflitto, o addirittura una “crociata”, ma stimolare l’arricchimento per tutta la società umana.
E sempre in questi giorni ricorre l’85esimo anniversario dell’apertura del campo di sterminio di Jasenovac, uno dei pochi operanti fuori dai confini del terzo Reich germanico ma quello in cui -più che in altri “lager”- si uccise anche in base alla religione dei reclusi. Ortodossi, ebrei e musulmani ne furono vittima.
Sito in Croazia a circa 100 chilometri a sud della capitale Zagabria nella valle del fiume Sava, il complesso dei campi di Jasenovac tra l’agosto 1941 e l’aprile 1945 fu l’ultima dimora di circa 100.000 persone. Di queste, più della metà erano serbi residenti entro i confini croati che, secondo il regime “ustaša” al governo all’epoca, andavano semplicemente eliminati; un genocidio, insomma.
Inclusi i massacrati a Jasenovac (qui le esecuzioni avvenivano “a mano”), le autorità croate sterminarono in totale circa 330.000 ortodossi serbi residenti entro i confini sia dell’NDH e sia bosniaci. I fanatici “ustaša” colpirono duramente anche i loro connazionali ebrei, almeno 30.000, eliminati nei campi di prigionia croati o inviati ad Auschwitz.
Lo Stato croato (NDH), nato dalla spartizione della Jugoslavia occupata nell’aprile 1941 dai nazifascisti, e da questi sostenuto, mirava a ripulire in senso etnico e religioso il suo territorio, peraltro molto più esteso di quello attuale poiché Zagabria aveva incluso la Bosnia Erzegovina entro i suoi confini. Se per noi oggi un simile progetto è aberrante, non lo fu affatto per la chiesa croata.
Essa sostenne apertamente lo Stato “ustaša”, apprezzandolo in quanto difensore del cattolicesimo romano contro la storica e “ingombrante” presenza nemica delle fedi serbo ortodossa e musulmana. L'arcivescovo della comunità catttolica di Sarajevo, monsignor Ivan Šarić, ad esempio rivendicò sempre, e in pubblico, il suo appoggio agli “ustaša” auspicando che tutto il clero croato si esprimesse in tal senso.
Da secoli, dunque, esisteva un conflitto, non solo sulle rispettive dottrine e sui confini diocesani, tra i croati (storicamente cattolici) da una parte, e ortodossi e musulmani dall’altra; va ricordato pure che in passato, prima della conquista ottomana dei Balcani nel XV secolo, era fiorita in Bosnia la chiesa bogomila, bollata come eretica. Contro i bogomili erano state indette crociate affidate a cavalieri ungheresi e croati.
In questo contesto giocarono un ruolo niente affatto pacifico i Francescani che, inviati qui nel Medioevo per convertire al cattolicesimo le comunità di altre fedi, divennero spesso uno strumento importante di propaganda ad uso esclusivo del bellicoso nazionalismo croato (nella foto dirigenti del regime croato e del clero cattolico).
Durante il periodo “ustaša” la chiesa di regime spinse anche per ottenere conversioni forzate dei serbi ortodossi, dei “rom” e delle altre confessioni, o comunità, presenti qui da secoli ma il risultato non fu esaltante. Inoltre ci furono casi di sacerdoti cattolici coinvolti di persona nel perpetrare crimini nei campi di prigionia. Va pure riconosciuto che una parte del clero croato, in particolare tra i parroci, cercò di opporsi alle atrocità.
L’NDH e le autorità cattoliche croate si ritrovarono dunque insieme nel programma di purificazione nazionale su base etnica e religiosa ad ogni costo. Anche la persecuzione degli oppositori politici interni, ad iniziare dai comunisti, rientrava nel programma.
L'arcivescovo di Zagabria, monsignor Alojzije Stepinac inizialmente appoggiò il piano dell’NDH; in seguito prese a denunciare le leggi razziali adottate dal regime, e le violenza sulle minoranze, ma non ruppe mai con esso. Ripristinato lo Stato federale, la Jugoslavia comunista processò Stepinac quale collaboratore del precedente regime
L’altissimo prelato, che per il cattolicesimo mondiale divenne il simbolo vivente della resistenza all’ateismo del nuovo regime di Belgrado e di altri consimili, nell’ottobre 1946 fu condannato ai lavori forzati, convertiti in carcerazione e poi in arresti domiciliari. Si spense nella propria casa per una malattia. L’asservimento o meno dell’arcivescovo di Zagabria e del clero croato al regime “ustaša” restano ancora un tema storico e religioso assai dibattuto.
Possono Stepinac e le centinaia di migliaia di ortodossi, ebrei e musulmani sterminati dall’NDH rientrare fra quelli commemorati, seppure con motivi differenti, ogni 22 agosto come vittime di violenza causata dalla fede religiosa? Io penso di sì.
(scritto di Roberto Neri; fonte di alcuni dati è la scheda del complesso di Jasenovac nel sito encyclopedia.ushmm.org gestito dall’United States Holocaust memorial museum, Washington, DC dal quale proviene anche la foto; altre notizie dai saggi di Marco Aurelio Rivelli “Dio è con noi! La Chiesa di Pio XII complice del nazifascismo” e “L’arcivescovo del genocidio” editi da Kaos, Milano 2002 e 1999)