12/06/2026
Oggi il Corriere della Sera dedica una lezione di filosofia a Martin Heidegger, uno dei filosofi più venerati e tuttavia (o forse proprio perciò) meno logici del Novecento.
Nella sua opera più famosa, Essere e Tempo (Sein und Zeit, 1927), rimasta incompiuta, Heidegger parte da una premessa fondamentale: che la cultura occidentale, e in particolare la filosofia, abbia dimenticato il senso dell’essere.
Ma cosa vuol dire? Qui cominciano i problemi.
Quando parla dell’essere, Heidegger si richiama a Parmenide di Elea, un filosofo vissuto nella Magna Grecia (oggi in provincia di Salerno) tra il VI e il V sec. prima dell’era volgare. Parmenide osserva la realtà e arriva ad affermare che il divenire, il cambiamento, è un’illusione. Costruisce il suo ragionamento su una proposizione fondamentale: “l’essere è”. Ne ricava l’ovvia deduzione che “il non-essere non è”, quindi che il “nulla” è impossibile. Da qui arriva ad affermare che il cambiamento delle cose non è possibile, perché implicherebbe che qualcosa che “è” non sia più, svanirebbe nel “nulla”, che però nella sua visione è impossibile.
Sembra (ed è) il vaneggiamento di un sofista. L’“essere è” è una proposizione illogica che non significa nulla perché è costruita male. A questa stregua, si potrebbe dire “il camminar cammina” o “il mangiare mangia”, ad esempio, tutte proposizioni costruite allo stesso modo ma evidentemente prive di senso. Per una più approfondita trattazione del tema vi consigliamo di seguire una conferenza di Piergiorgio Odifreddi di qualche anno fa, disponibile su Youtube (https://www.youtube.com/watch?v=jg0Kj1qQSW0).
Heidegger è invece convinto che Parmenide abbia ragione e sia il filosofo più importante e sottostimato dell’antichità. In una celebre prolusione intitolata “Che cos’è la metafisica” (Was ist die Metaphysik, 1929), Heidegger inizia a fare affermazioni che definire poco chiare è un eufemismo. Dice che il pensiero occidentale, in particolare da Platone in poi, ha considerato il mondo da una prospettiva utilitaristica, non osservando “l’essere” così come esso si dispiega, ma cercando di capire come sfruttare la realtà per dominarla. La scienza moderna è massimamente colpevole di questo, secondo Heidegger.
Che però non spiega in modo chiaro come si dovrebbe osservare la realtà in altro modo, e si profonde invece in affermazioni fumose come “il nulla stesso nullifica” (“Das Nichts selbst nichtet”), che verranno criticate in una celebre analisi del filosofo neopositivista logico Rudolf Carnap, secondo il quale Heidegger tratta il “nulla” come se fosse una cosa reale che può agire. Per Carnap, frasi come “il nulla stesso nullifica” non sono profonde verità metafisiche, ma pseudo-proposizioni prive di significato logico.
Heidegger risulta assai più convincente laddove descrive la condizione umana. L’essere umano viene gettato nel mondo alla nascita, dice il filosofo, e non sa perché. Vive non solo una vita difficile, ma gli restano domande fondamentali sulla sua esistenza alle quali non riesce a dare una risposta. Questo, insieme al fatto di trovarsi gettato (la famosa Geworfenheit, l’essere-gettato) in una specifica realtà storica, culturale, familiare che non ha scelto, causa nell’essere umano l’angoscia (Angst), un sentimento di disagio esistenziale che caratterizzerà tutto il pensiero del cosiddetto esistenzialismo novecentesco, di cui Heidegger è considerato il capostipite.
Nei decenni successivi il pensiero di Heidegger diventa ancor più fumoso, assumendo toni ieratici da gran sacerdote della filosofia. Appassionato di poesia e in particolare del poeta tedesco Hölderlin, arriva a sostenere che la poesia è un linguaggio originario nel quale l’essere svela se stesso massimamente. Cosa ciò possa davvero significare, non lo spiega. Forse non a caso, uno dei suoi più celebri saggi di questo periodo si intitola Holzwege — tradotto in italiano con “Sentieri erranti nella selva” o “Sentieri interrotti” — (1950): in tedesco "auf dem Holzweg sein" significa essere fuori strada, trovarsi in errore. Heidegger intendeva il titolo come una metafora del pensiero che si inoltra in sentieri non battuti; i suoi detrattori vi hanno visto una perfetta descrizione dei suoi testi.
A dispetto di quanto si possa pensare leggendo queste cose, Heidegger non arriva a identificare questo “essere” con una divinità. L’essere non è un dio, non è una sostanza, non è una forza cosmica e nemmeno un ente particolarmente potente.
Ciò non significa che Heidegger fosse un ateo. Pur allontanandosi dal cattolicesimo nel 1919, continuò a confrontarsi per tutta la vita con temi religiosi e teologici, come mostra la celebre affermazione del 1966: «Ormai soltanto un dio ci può salvare», il cui significato è ancora oggi oggetto di dibattito tra gli studiosi.
Per Heidegger, l’essere è piuttosto ciò che rende possibile il manifestarsi degli enti (persone, cose), il loro apparire alla nostra esperienza come qualcosa che “è”. Ma non ha mai spiegato davvero che cosa fosse tale condizione, e per molti critici il suo “essere” finisce per assomigliare più a una suggestione poetica che a un concetto filosoficamente rigoroso.
Sul giudizio complessivo su Heidegger pesa inoltre la sua compromissione con il nazismo. Sebbene in seguito abbia cercato di minimizzare o reinterpretare il proprio coinvolgimento, molti studiosi ritengono che la rottura con il regime non sia mai stata netta né completa.
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Nota per i lettori
Ci fa piacere che questo post abbia suscitato interesse e discussione. Heidegger è un autore importante e complesso, sul quale esistono interpretazioni e valutazioni molto diverse.
Invitiamo però tutti a mantenere il confronto sul piano degli argomenti. Critiche, obiezioni e punti di vista differenti sono naturalmente benvenuti; insulti, attacchi personali e commenti offensivi saranno automaticamente rimossi.
Ricordiamo inoltre che le critiche qui esposte non nascono da una nostra estemporanea avversione per Heidegger. Nel corso del Novecento, filosofi molto diversi tra loro — da Rudolf Carnap a Theodor W. Adorno, da Jürgen Habermas a molti altri — hanno sollevato obiezioni analoghe riguardo all’oscurità del suo linguaggio e alla difficoltà di sottoporre le sue tesi a un vaglio razionale. Si possono condividere o respingere, naturalmente, ma non liquidare come semplici fraintendimenti o segni di ignoranza.