26/10/2025
C’è una parola che Platone usa per definire la politica.
Una parola che oggi abbiamo quasi dimenticato, e che invece potremmo riscoprire come bussola in tempi confusi.
Quella parola è ἐπιμέλεια κοινή (epimeleia koinè): la cura comune.
Nel Politico, Platone scrive che la vera arte del politico è “ἐπιμελεῖσθαι πάντων τῶν ἀνθρώπων”, cioè “avere cura di tutti gli uomini” (Politico, 276b).
Non comandare, non amministrare, non imporre. Ma prendersi cura.
Una cura che non si esercita dall’alto, ma si intreccia – come una tessitura, dice Platone – tra i fili diversi della comunità: il potente e il fragile, il maestro e l’allievo, chi guida e chi è guidato.
La politica, per Platone, è questa arte di intrecciare le differenze per costruire armonia, proprio come il tessitore che unisce fili opposti per creare un tessuto solido e bello.
Eppure oggi quella parola – cura – sembra scomparsa dal linguaggio di chi si occupa di gestire una comunità.
Abbiamo trasformato la politica in gestione, la scuola in burocrazia, la leadership in controllo.
Ma senza epimeleia, senza la tenerezza della cura, non c’è polis, non c’è comunità.
Forse dovremmo tornare lì, a Platone.
Ricordarci che chi governa – un Paese, una scuola, un’azienda – non è colui che comanda, ma colui che si prende cura.
Di ogni singola persona, di ogni fragilità, di ogni sogno.
Perché la politica, la scuola, la vita stessa, dovrebbero essere questo:
un atto di cura condivisa, una epimeleia koinè.