01/03/2026
Matteo 17,1-9 – La Trasfigurazione
La settimana scorsa eravamo in un deserto ad affrontare i nostri demoni, per poi essere accuditi da angeli che trascorrevano un po’ di tempo a consolarci. Questa settimana siamo sulla cima di una montagna avvolta nella nebbia e il nostro amato, benché misterioso ed elusivo maestro, si rivela a noi in un modo che infrange ogni speranza di una reale intimità con lui. Lo vediamo (come Arjuna vide Krishna nel capitolo 11 della Bhagavad Gita) nella sua gloria cosmica, il suo corpo fisico e tutto il suo essere abbagliantemente traslucidi. Vediamo ciò che forse avevamo intuito: che la verità di lui trascende il regno del tempo e dello spazio nel quale ci sentivamo attratti da lui. Forse siamo immensamente privilegiati nel poter assistere a questo, ma siamo del tutto incapaci di rispondere adeguatamente e così distogliamo lo sguardo, presi dal terrore. Poi, senza che ce ne accorgiamo, egli si avvicina di nuovo in un modo che riconosciamo, ci tocca e ci dice di non avere paura. È di nuovo come lo abbiamo sempre conosciuto, eppure non potremo mai dimenticare ciò che abbiamo visto, anche se potremmo desiderarlo.
Non sarebbe bello se potessimo accontentarci di vedere le cose soltanto a livello dell’apparenza? Eppure, anche quando non viviamo uno di quei rari momenti in cui intravediamo il reale nell’irreale, l’eterno nel transitorio, anche quando siamo comodamente immersi nel livello ordinario della consapevolezza, non possiamo fare a meno di percepire che ciò che appare non è mai tutta la verità. La vita comporta il rischio che una verità accecante possa irrompere in qualsiasi istante attraverso ciò che ci è familiare e sconvolgere ogni cosa. La desideriamo quasi quanto la temiamo.
La paura è istintiva, chimica e autocentrata: l’amigdala invia segnali di SOS all’ipotalamo e ricevo una scarica di adrenalina e cortisolo. Si tratta di salvare la mia vita così come la conosco ed evitare il rischio di conoscerla in qualsiasi altro modo, perché potrei perderne il controllo. Così mi ritraggo di fronte a ogni cambiamento di uno schema familiare e cerco disperatamente di restare al sicuro dove sono, anche se si tratta di un luogo e di uno schema autoimposto di vergogna. La paura ci fornisce la ragione per non correre il rischio che uno schema imprigionante si dissolva.
Anche quando cerchiamo di essere liberi e creativi, la paura ci blocca immaginando esposizione e rifiuto. La possibilità di provare e fallire è terrificante. Esitiamo persino davanti a una piccola decisione che potrebbe cambiare le cose. Se ci proviamo, ci fermiamo a metà strada, sentendoci inautentici nel processo incompiuto che potrebbe trasformarci. Torno indietro oppure avanzo a passo di lu**ca. Se qualcuno, qualcosa, in qualche modo non si avvicina, non ci tocca e non ci dice di non avere paura, potremmo non ritrovare mai il coraggio di essere umani e vivi.
Questa storia mi colpisce meno come una manifestazione di gloria che risplende attraverso la superficie e più come una rivelazione di tenerezza e pazienza che ci tocca più in profondità della pelle delle cose, suggerendo una prova di ciò che Dio è veramente: molto più simile a noi di quanto pensiamo.
Laurence Freeman