29/05/2026
C'è un modo diverso di stare dentro il lavoro di ogni giorno. Non solo capirlo. Sentirlo.
Siamo andati in un luogo inatteso: le parole della quotidianità cura, accoglienza, impegno, responsabilità rielaborate e trasformate in linguaggio poetico. Perché stare dentro certe parole con leggerezza e profondità cambia lo sguardo su sé stessi, e sulla relazione con l'altro.
E così, sull'orizzonte del nostro lavoro, si sono affacciate le balene. Grandi, lente, precise. Creature che attraversano l'oceano con una direzione verso una società più giusta, più responsabile senza smettere mai di stare dentro la complessità.
Proprio come l'apeirogon che dà il titolo allo straordinario volume di Colum McCann: una figura geometrica con un numero infinito di lati. Immagina un poligono regolare. Più aumenti i lati, più si avvicina a un cerchio.
L'apeirogon porta questo processo all'estremo con infiniti lati, eppure è ancora, tecnicamente, un poligono. Una cosa che sembra f***e, impossibile, e bellissima: puoi far parte di una forma infinita, e sempre giungere in un punto finito al suo interno.
Un'immagine perfetta per il lavoro educativo. Un discorso sull'impossibilità di risposte semplici a problemi complessi. Sul fatto che dietro ogni storia, anche quella apparentemente più facile da raccontare, ci siano una quantità di variabili e sfaccettature potenzialmente infinite.
In questo senso, coordinamento non è una funzione. È una tridimensionalità viva: coordinatore, educatore, équipe, vicini in modo diverso a ciascuna dimensione, ma sempre tenuti insieme. Una ricorsività di parole e temi che tornano, perché contano davvero.
Lavorare in mezzo a domande scomode. Incontri che arrivano, e qualche volta un po' meno. Conoscersi, costruire senso, appartenere a un gruppo, attivare risorse con intenzionalità collettiva.
Questo è il lavoro trasformativo di Comin.
E la balena la stiamo ancora definendo insieme.