21/08/2026
Se Varenne fosse nato in un allevamento qualunque, senza vincere una sola corsa, quanto sarebbe vissuto?
Il "Capitano" del trotto italiano è morto da poco, a 31 anni: 62 vittorie, due Grande Slam, una favola raccontata da tutta l'ippica in questi giorni.
Ci dispiace davvero. Ma chiamiamo le cose con il loro nome: prima di essere amato, Varenne è stato comprato, allenato e spinto a correre 73 volte per il profitto di chi lo possedeva. Non era un eroe che ha scelto di vincere. Era un animale a cui è stato imposto di farlo.
Corri libero, Capitano. Stavolta senza padroni, senza driver, senza qualcuno che decide per te quando, come e per chi correre.
Varenne, almeno, una vecchiaia dignitosa l'ha avuta. Altri cavalli non hanno nemmeno questo: ogni anno, in Italia, migliaia vengono uccisi e finiscono nei piatti di chi sceglie di mangiarli — spesso ancora puledri, spesso senza nemmeno un microchip che dica che sono esistiti. Nessuno li ha mai chiamati campioni. Nessuno ha mai chiesto tutele per loro. La loro unica colpa è essere nati in un corpo che qualcuno ha deciso di vendere come carne.
La risposta alla domanda iniziale, quindi, è semplice: probabilmente pochi mesi. Perché in Italia un cavallo vale quanto rende: da vivo, se corre o lavora, e da morto, se si può macellare. Varenne ha reso abbastanza da guadagnarsi una fine diversa. Altri non hanno mai avuto questa possibilità.
Con FINE CORSA chiediamo che finisca anche questo: che ogni cavallo, non solo i campioni, venga riconosciuto come animale d'affezione, con lo stesso divieto di macellazione che oggi protegge cani e gatti.
Firma anche tu: https://ae.onl/finecorsa