05/08/2026
Quando l'odio online diventa "tossicità", qualcosa si perde per strada.
Associazione Carta di Roma segnala un articolo di Roberto Bortone e Stefano Pasta, pubblicato sul Journal of e-Learning and Knowledge Society, che ragiona su come le piattaforme digitali abbiano progressivamente trasformato il problema dei discorsi d'odio in una questione di gestione tecnica e algoritmica.
Il passaggio sembra piccolo, ma non lo è. Parlare di hate speech significa nominare qualcuno che colpisce e qualcuno che viene colpito, dentro una storia fatta di razzismo, di violenza di genere, di disuguaglianze. Parlare di tossicità significa invece misurare una proprietà del contenuto, come si misura un tasso di inquinamento. Il contenuto viene rimosso, il punteggio scende, il problema risulta gestito.
Gli autori chiamano questo processo depoliticizzazione. L'odio smette di essere una questione pubblica su cui prendere posizione e diventa un parametro da ottimizzare, deciso dentro sistemi che nessuno di noi ha scritto e che quasi nessuno può discutere.
Per chi lavora in educazione la ricaduta è concreta. Se insegniamo ai ragazzi solo a segnalare e a bloccare, stiamo insegnando a usare bene un pannello di controllo. Se invece li aiutiamo a chiedersi chi viene colpito, da dove arriva quel discorso e a chi conviene, allora stiamo facendo altro. Moderare non è educare.
La segnalazione arriva nel quadro del progetto ACT. L'articolo è in accesso libero e vale la lettura.
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