07/08/2026
L’ultima tavola rotonda della sessione di formazione ecumenica del Sae che si è conclusa a Camaldoli è stata dedicata alla "Chiesa che verrà”. Relatori l’arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, il cardinale Roberto Repole, e il pastore battista Simone De Giuseppe, delegato dell’Unione delle Chiese evangeliche battiste alla Conferenza delle Chiese europee (Kek).
Nel suo intervento, Roberto Repole ha evidenziato che siamo alle prese con un processo di deculturazione a cui non segue una nuova acculturazione. Inoltre l’individualismo espressivista imperante sta destrutturando la società con una restrizione della libertà e della razionalità in un contesto di economicismo iper-liberista e sviluppo tecno-scientifico il cui riflesso sociale più importante è sull’impatto del digitale sulle relazioni e la libertà umana.
Di fronte a tutto questo emerge la domanda “Come può essere la chiesa che verrà?”. Il cardinale ha individuato tre coordinate: «la necessità di una chiesa che sia capace di una nuova apologia dell’umano, che sappia profeticamente portare la novità della libertà cristiana e della razionalità che alla luce della fede in Cristo può portare, e il fattore ecclesiale come un fattore che probabilmente sarà determinante per la presenza profetica delle chiese all’interno della cultura secolarizzata».
Una nuova apologia dell’umano, ha spiegato, sarà necessaria a partire da Cristo, l’uomo vero. La chiesa dovrà saper nominare ciò che la cultura iper liberista e tecno-scientifica vogliono nascondere: i malesseri di un contesto culturale che lascia delle angosce profonde. «Poter nominare questo è un servizio grandissimo a questo mondo. Insieme a ciò mostrare, sempre a partire da Cristo, in particolare dalla sua risurrezione, la forza rigenerante e umanizzante del cristianesimo. Forse alle chiese spetterà di ritrovare il coraggio dell’annuncio dell’inedito che viene dalla Pasqua di Cristo come qualcosa capace di inquietare una finitudine rinchiusa in sé stessa».
Una seconda coordinata, per la chiesa, sarà «portare il valore della libertà umana e della razionalità, ridare spessore a una libertà che rischia di essere atrofizzata. La libertà oggi è parola d’ordine ma rischia di essere da supermercato: prendi quello che ti è concesso di prendere, mancando il bersaglio della profondità della libertà che ha senso solo se può spendersi per qualcosa. Da questo punto di vista le chiese potrebbero dal passato riscoprire dei tesori che oggi possono essere messi a disposizione del mondo». Nel 681 tenemmo un Concilio definito ecumenico che sconfisse il monotelismo mostrando che c’è una volontà piena di Cristo, senza la quale non c’è salvezza e quindi una libertà piena nell’umano di Gesù che appare nella Pasqua come accoglienza, dedizione totale e capacità di reciprocità buona. Per noi si tratta di tornare alla vicenda di libertà di Gesù, che culmina nella passione e morte, per cogliere che la profondità di quella libertà sta nell’essere stesso di Dio».
Citando Ratzinger per il quale «la fede allarga la razionalità perché non è nell’ordine del fare e del fattibile e inserisce nella riflessione le questioni fondamentali», Repole vede una razionalità che «non si ferma all’oggettività della ricerca scientifica ma si pone le tematiche che includono la libertà dell’essere umano, che è nell’ordine del desiderio e non del bisogno e coglie che ogni conoscenza è preceduta da un atto di amore».
Ultimo, ma non ultimo, le chiese potranno offrire quello che è il “fattore ecclesiale” come fattore decisivo per il futuro delle chiese e della società: «si tratterà di mostrare in atto che c’è un motivo teologico per cui la salvezza ci raggiunge in modo incipiente in una comunità in cui facciamo simultaneamente esperienza della filiazione divina e della fraternità tra noi. Bisognerebbe riuscire a riprendere confidenza, con la teologia, che questa non è la stagione solo di una riflessione sul “come” della chiesa, ma sul “perché” della chiesa. Ciò che stiamo facendo, anche insieme, nel cammino di sinodalità, può essere una palestra interessante perché, nella misura in cui la sinodalità rappresenta il trovare la necessità di camminare insieme con Cristo risorto verso il Regno, è una profezia grandissima in un mondo de-culturalizzato e de-socializzato».
Utilizzando l’immagine del cannocchiale, ripresa dall’esperienza di bambino nelle notti stellate, Simone De Giuseppe ha individuato tre “lenti” per guardare alla Chiesa che verrà: la “lente” teologica, quella sociologica e quella etica Per certi versi, ha detto De Giuseppe, la secolarizzazione ha messo in luce la condizione originaria dei cristiani e delle cristiane, ben espressa dalle parabole bibliche, di essere granelli di senape, lievito e - aggiungo - sale della terra. Non una maggioranza dominante e potente, ma una minoranza potenzialmente creativa e dinamica della società.
Citando il sociologo e psicologo ceco Tomáš Halík, autore del libro Pomeriggio del cristianesimo. Il coraggio di cambiare, il relatore ha affermato che l’Europa sta vivendo «un’epoca nuova in un contesto secolarizzato o post-secolare che non si presenta come una sconfitta, ma come un kairós per le chiese. Halík riconosce nel suo saggio la crisi dei riti ecclesiali tradizionali, ma vede in essa un’opportunità per superare il paradigma di una “religione culturale” e per riscoprire il valore autentico della fede cristiana vissuta e praticata quotidianamente».
La terza tesi sostenuta è ripresa dal sociologo tedesco e luterano Hartmut Rosa – ascoltato da De Giuseppe nell’ultima Assemblea generale della Kek in Estonia -, autore di Perché la democrazia ha bisogno della religione e Indisponibilità. All’origine della risonanza. «La frenesia moderna, il consumismo, la mercificazione, i social network e le nuove tecnologie del mondo occidentale stanno contribuendo a generare l’alienazione delle persone in una società accelerata, indebolendo la capacità di ascolto e la tenuta democratica dei Paesi. Le religioni diventano così l’antidoto che offre un asse di “risonanza” verticale tra l’essere umano e Dio e uno spazio di “indisponibilità” orizzontale tra i credenti, qualora non scadano nei fondamentalismi o nelle chiusure identitarie». Quando sono vissute con apertura, le fedi religiose «permettono di ritrovare, attraverso il silenzio, la preghiera e il canto, un ascolto profondo che ridà vibrazione alla vita sociale, riabilita lo spazio pubblico contro le polarizzazioni ideologiche e permette di ricreare legami comunitari autentici. Le religioni sono una risorsa vitale per l’Europa del futuro perché agiscono contro una logica del controllo, coltivando l’incontro con l’Incontrollabile per definizione».
Guardando alla Chiesa che verrà da una prospettiva etica, De Giuseppe vede due possibili atteggiamenti, trasversali a tutte le Chiese: un atteggiamento fondamentalista, che vive la fede cristiana in modo identitario, definendosi a partire dal contrasto con il diverso considerato come un pericolo, e uno riformista che riscopre l’essenziale della propria fede a partire dal Vangelo. In tutte le Chiese cristiane, nota il pastore, ci sono tentativi di cogliere questo nuovo tempo non come una minaccia ma come un’opportunità di cambiamento.
La Charta Oecumenica, recentemente aggiornata, è vista dal relatore come un documento fondamentale per ripensare l’azione ecumenica delle Chiese cristiane in un’Europa che presenta nuove sfide per il futuro. Secondo De Giuseppe, la firma dei patti tra le Chiese cristiane a Bari e tra le religioni a Roma, oltre al recente convegno per riflettere sul reciproco riconoscimento del battesimo tra battisti, metodisti e valdesi, hanno rappresentato delle concretizzazioni delle linee guida della Charta Oecumenica e hanno tracciato un nuovo cammino per il cristianesimo italiano di domani».
Così come i profeti, oggi le chiese «sono chiamate a essere sentinelle profetiche al loro interno e al loro esterno. Nello specifico, chiese che osano annunciare l’Evangelo con nuovi linguaggi nei contesti dove ce n’è più bisogno; chiese che possono insegnare il valore della comunione e della ricchezza delle differenze, che non si spaventano di fronte all’incontro tra persone di culture diverse, che accolgono le sensibilità di tutte le generazioni; chiese inclusive verso ogni minoranza, chiese ecumeniche, aperte al dialogo interreligioso e con la società, senza cadere nella trappola dell’antisemitismo e dell’islamofobia; chiese capaci di testimoniare con coraggio la pace e la nonviolenza nel clima bellicista europeo e di guarire le ferite del passato nel segno della riconciliazione; chiese che ricercano la salvaguardia del creato con azioni concrete; chiese in grado di stare con coloro che sono messi ai margini e che sbarcano sulle nostre coste; che provano a interrogarsi sull’uso responsabile delle nuove tecnologie; chiese in grado di raccontare e trasmettere con gioia l’amore e la speranza di vita promessi da Dio».
De Giuseppe ha concluso condividendo la speranza che «questo tempo di “pomeriggio del cristianesimo”, in cui si vivono l’alienazione di una società secolarizzata e l’esperienza collettiva di un cristianesimo in diaspora, segni un nuovo inizio. «È proprio quando cala il sole nel tardo pomeriggio che nell’oscurità inizia un nuovo giorno in cui vivere l’attesa speranzosa di una nuova alba che sicuramente sorgerà».