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LA PENTOLA A PRESSIONE STA PER SALTARELe immagini delle fiamme che avvolgono il municipio di Limoges in Francia, con il ...
20/10/2026

LA PENTOLA A PRESSIONE STA PER SALTARE
Le immagini delle fiamme che avvolgono il municipio di Limoges in Francia, con il crollo del campanile, stanno facendo il giro del mondo. Il giudizio rispetto a episodi come questo non può che essere di condanna, così come non si possono che condannare gli atti di saccheggio che hanno accompagnato le proteste in molte zone della Francia.

Tuttavia, se ci limitassimo a questo livello di considerazioni faremmo soltanto una classica operazione di conservatorismo piccolo-borghese, che ha le sue ragioni ma che è anche drammaticamente miope. Mettersi a fare la predica sulle auto bruciate e le vetrine infrante, senza andare oltre, è solo l’indice di chi non ha ancora capito la serietà delle circostanze in cui ci troviamo.

Ciò cui assistiamo in Francia, ma in forme diverse oramai in molti paesi europei (Spagna, Portogallo, Albania, Belgio, e dall’altro ieri anche in Italia) è tutto meno che un evento irrazionale. Esistono infatti eventi storici che sono irrazionali soltanto per lo sguardo locale, ma possiedono una razionalità evidente quando li si guarda abbastanza dall’alto.

Razionale non significa indolore, e non significa privo di ingiustizie.

Bisogna esercitare lo sguardo a tenere fermi insieme due livelli di analisi: quello in cui si possono giudicare specifici atti e specifici soggetti come barbari, incivili, vandalici, e quello in cui si può (e si deve) capire che la storia è sempre un fiume in cui navigano detriti e cadaveri, ma che non si arresta con le prediche.

Ciò che sta avvenendo ha una razionalità collettiva ferrea, anche se chi vi partecipa ne ha spesso una comprensione limitata, o persino nulla.

L’esperienza che le popolazioni europee fanno delle proprie classi dirigenti oramai da molti anni è quella di un organismo tecnocratico anonimo, un muro di gomma semovente, che procede con un “pilota automatico” del tutto indifferente ai bisogni della popolazione. La scommessa di questi ceti tecnocratici legati alla finanza è stata di riuscire ad addormentare le coscienze con l’odierno oppio dei popoli dei media (entertainment & infotainment), e di domare i refrattari con interventi restrittivi (una manganellata qua, una chiusura dei conti là, una leggina elettorale su, un annullamento di elezioni giù, ecc.).

L’assunto generale, tacito e indiscusso, delle dirigenze europee è che con la plebe non si ragiona ma, semplicemente, si alternano carota e bastone.
Tutto ciò che viene detto pubblicamente è sempre una menzogna strumentale, senza eccezioni salvo i casi incidentali in cui una verità possa essere a sua volta strumentalizzata. Il discorso pubblico è divenuto una infinita recita che si cura sempre meno di preservare una parvenza di credibilità.

Così, nessuno sano di mente pensa davvero che la Russia stia per invaderci, ma ciò non impedisce a schiere di quaquaraquà istituzionali di ripetere con la faccia seria queste puttanate ogni giorno. E naturalmente tutto il mondo sa che in questo gioco di fiabe pompate dai giornali a gettone il solo punto rilevante, il cardine stabile al variare delle contingenze, è l’intento di gestire arbitrariamente le risorse pubbliche, da veicolare per interessi privati.

In sostanza, da tempo, le classi dirigenti si sono abituate a trattare la popolazione come una bestia id**ta, rispetto a cui ogni motivazione razionale è esclusa e che va trattata da un lato con blandizie selettive e privilegi mirati, e dall’altro con la riduzione all’impotenza.

E questo meccanismo può funzionare e funziona a lungo.

Fino a quando non funziona più.

E non funziona più il giorno in cui troppe persone stanno perdendo troppo per potersi permettere di rimanere in stato di torpore.

Qui non bisogna pensare al “perdere troppo” come a cose tipo la “morte per inedia”.

In una società moderna la gente entra in condizioni di deprivazione insopportabile molto prima di “morire di fame”.

Oggi, per dire, non potersi permettere di utilizzare la macchina o l’accesso a internet per la maggioranza della popolazione significa essere tagliati fuori dal mondo, dal lavoro, dalla socialità, dalla vita. E il fatto che automobili e telefonini fossero un tempo beni di lusso non significa nulla: ora questo è il nuovo livello di “partecipazione alla vita comune”, ciò che distingue vita e non vita.

Plebi coltivate come bestie da soma cui somministrare occasionalmente panem et circenses, lavoretti di m***a e imbonimento televisivo, il giorno in cui questo gioco si inceppa non sono e non saranno sensibili alle ragioni del decoro pubblico, del rispetto per la proprietà, dell’ossequio ai monumenti, ecc.

A bruciare automobili, edifici storici e negozi sono soggetti deprivati culturalmente e moralmente. Ma i colpevoli reali, quelli che dovrebbero essere chiamati a pagare, sono quei ceti apicali che quella deprivazione hanno coltivato e voluto, pensando gli fosse utile.

Oggi la pentola a pressione sta per saltare. Anche se questa ondata dovesse rientrare, questo è solo l’inizio, perché i ceti dirigenti europei non sono nella posizione, né materiale né culturale, per correggere la rotta. Dunque allacciate le cinture, perché andremo a sb****re.

Andrea Zhok
Professore di Filosofia morale presso l’Università degli Studi di Milano

Mi rivolgo ai principali mezzi di informazione nazionali, giornali e televisioni: il silenzio sulla protesta del settore...
19/10/2026

Mi rivolgo ai principali mezzi di informazione nazionali, giornali e televisioni:
il silenzio sulla protesta del settore agricolo e dei trasporti -in primis- per il caro carburante e il caro vita esplosa in Calabria da settimane, e che ormai dilaga in tutto il Sud Italia, è una delle cose più inaccettabili e imbarazzanti che si sia vista negli ultimi decenni.

Mentre sui social girano video di grandi manifestazioni di piazza, strade, porti e autostrade bloccati, disagi e code per gli approvvigionamenti, interviste di agricoltori, autotrasportatori, pescatori e imprenditori riuniti in consessi spontanei, che urlano rabbia e disperazione perché non sanno più come andare avanti, Voi rimanete incredibilmente muti 🤐….

Tentate di distrarci con il caso Garlasco, con le bravate di Corona e con le gaffe della presidente Meloni, ma sulla sofferenza di una parte produttiva del paese che è stanca di subire le vessazioni del potere tutto tace.

Persino alle manifestazioni no-vax in tempo di pandemia è stato dato più spazio…ed è tutto dire. Faceva in quel caso comodo dividere i cittadini in buoni e cattivi e alimentare la lotta orizzontale e l’odio sociale, secondo l’antica logica del “dividi et impera”.

Ma stavolta è diverso, le rivendicazioni sono diverse…
il popolo ha capito i meccanismi che lo costringono all’afflizione e al sacrificio perpetui.

L’ingranaggio si è rotto.

Le persone sono consapevoli delle politiche che ci affamano: austerity, assurde regole di mercato, guerre infinite, decise dai lobbisti europei e internazionali all’unico scopo di estrarre ricchezza dal basso verso l’alto e concentrare il capitale in mani di pochi a discapito di chi produce spezzandosi la schiena.

E non ne possono più, si ribellano!

La lotta è verticale, chiamatela come volete, ma è lotta di classe combattuta di chi lavora onestamente.
E fa paura…. per questo tacete! I poteri che vi finanziano ve lo impongono.

Il dividi et impera ora non funziona: il sentimento di solidarietà sociale che potrebbe unire la lotta delle classi più disagiate non deve essere alimentato.
Il popolo unito contro le classi dominanti è uno spettro da tenere nascosto e scacciare.

Ma non potrete nasconderlo a lungo.

Oggi la Calabria è ferma completamente: trasporti, scuole, attività, semplici cittadini, si sono uniti in una protesta corale che durerà cinque giorni e che successivamente proseguirà fino a raggiungere Roma.

Verranno bloccati gli approvvigionamenti di carburante e beni primari, che già scarseggiano per via dei blocchi che durano da giorni.
I disagi non ci spaventano, anzi rafforzano il senso di comunità, i calabresi sono orgogliosi e cocciuti.
Sicilia, Puglia, Campania e Molise sono in agitazione e si stanno mobilitando.

La scintilla è partita e potrebbe diventare un incendio in tutta Italia 🔥

E il vostro vergognoso silenzio non basterà a fermarlo.

Antonietta Veneziano
Avvocati Liberi

18/10/2026
LA LEZIONE CHE NON POSSIAMO DIMENTICAREIl 16 ottobre 1946 si concludeva a Norimberga il processo ai massimi criminali na...
16/10/2026

LA LEZIONE CHE NON POSSIAMO DIMENTICARE
Il 16 ottobre 1946 si concludeva a Norimberga il processo ai massimi criminali nazisti. 12 condanne a morte, di cui 10 eseguite per impiccagione: Göring si suicidò in cella la notte prima, Bormann era già morto. Tre assoluzioni. Ma al di là dei numeri, ciò che resta è una lezione fondamentale sul diritto internazionale e sulla responsabilità individuale.

Norimberga non fu solo "la giustizia dei vincitori". Fu il primo tentativo organico di sottoporre a un tribunale internazionale crimini che trascendevano i confini nazionali: aggressione, crimini di guerra, crimini contro l'umanità. Le critiche esistono, ad esempio il mancato riconoscimento del genocidio di sinti e rom, ma gli storici stessi hanno saputo analizzarne i limiti senza per questo negarne il valore fondativo.

Il punto centrale è uno: OBBEDIRE AGLI ORDINI NON È UNA SCUSA. Lo sancì Norimberga, lo confermò l'ONU due mesi dopo. Chi ordina e chi esegue è ugualmente responsabile. Non è un dettaglio giuridico: è il pilastro su cui si regge l'intero edificio del diritto internazionale, da Ginevra 1864 all'Aja 1899 e 1907, fino alla Corte permanente di arbitrato ancora oggi vigente.

Oggi, mentre qualcuno, come Tajani, minimizza il valore del diritto internazionale, la storia ci ricorda perché esiste. Oltre 60 milioni di morti, 40 milioni di civili: fame, fucilazioni. Di fronte a questo, il diritto internazionale non è un lusso, è una necessità. E la responsabilità individuale non è un optional: è l'unico argine contro la barbarie che si nasconde dietro la parola "ordini".

Norimberga non fu perfetta. Ma fu l'inizio di un cammino che non possiamo permetterci di interrompere, specie nell’epoca attuale.

Il nostro eroe Bassetti, paladino della denuncia facile, e collezionista seriale di querele contro chiunque osi dubitare...
15/10/2026

Il nostro eroe Bassetti, paladino della denuncia facile, e collezionista seriale di querele contro chiunque osi dubitare della sua sacra narrazione, inciampa di nuovo e perde l’ennesima causa contro i temutissimi novax.

"Bassetti criminale in galera", "faccia da c…", "ti verremo a prendere, questione di tempo, ma non molto". Sono alcune delle frasi pubblicate su Telegram ai danni di Matteo Bassetti, finite al centro di un procedimento giudiziario nato nel clima di contrapposizione durante la pandemia. Lunedì, il giudice Alberto Barilari ha prosciolto tutti e quattro gli imputati per particolare tenuità del fatto.

Per una delle imputate è stata inoltre dichiarata l'estinzione del reato per condotta riparatoria, dopo il versamento di 1000 euro a Bassetti.

La vicenda risale all'aprile 2022 dopo la diffusione di un video relativo a una denuncia presentata da Bassetti nei confronti di Nicola Franzoni, tra i promotori delle manifestazioni contro i vaccini e il green pass. I quattro imputati erano accusati di diffamazione aggravata, mentre a uno di loro veniva contestata anche la minaccia aggravata.

Tra i messaggi riportati negli atti figuravano insulti e accuse rivolti al medico. In un commento Bassetti veniva insultato e definito "corrotto", in un altro si faceva riferimento ai soldi che avrebbe ricavato "sulla pelle degli altri", mentre un altro messaggio invocava il carcere per il medico. La contestazione di minaccia riguardava invece il messaggio "Ti verremo a prendere... questione di tempo, ma non molto".
Fonte: AdnKronos

SIAMO CAPACI.  FINO A QUANDO NON SUCCEDEAnche gli ucraini erano in grado di far funzionare Chernobyl. Fino a quando è sc...
14/10/2026

SIAMO CAPACI. FINO A QUANDO NON SUCCEDE
Anche gli ucraini erano in grado di far funzionare Chernobyl. Fino a quando è scoppiata.
Anche gli americani erano in grado di far funzionare Three Mile Island. Fino a quando è scoppiata.
Anche i giapponesi controllavano tranquillamente Fukushima. Fino a quando è scoppiata.

Certo che siamo in grado. Siamo in grado fino a che arriva la variabile impazzita che nessuno si aspettava. Quella che nei manuali non c'è, che nei piani di emergenza non è prevista, che nei calcoli di rischio è stata sottovalutata. E allora, puntualmente, arriva il disastro.

Qualcuno dovrebbe rifletterci. Se non è accecato dalle prospettive di business e di profitto.

Perché non stiamo parlando di un guasto alla rete elettrica che lascia al buio una località per qualche ora. Stiamo parlando di un disastro che porta conseguenze per decenni. Una tragedia ecologica. Una tragedia sanitaria. Per tutti. Ci sono ancora oggi giapponesi che stanno morendo di tumori tiroidei per l'incidente di quindici anni fa. Quindici anni! E il conto non è chiuso.

"Eh, ma le centrali di nuova generazione sono sicure."

Certo. Come no. Allora facciamo una prova. Chi fa queste affermazioni sarebbe d'accordo se gli costruissero una centrale "sicura" dietro casa sua? Nel suo giardino? A duecento metri dalla scuola dei suoi figli? Sarebbe disposto a sottoscrivere un documento in cui si impegna a pagare i danni provocati da eventuali incidenti? Con il suo patrimonio, non con i soldi degli altri?

Siamo sicuri che, di fronte a un impegno formale – non parole al vento, non promesse da campagna elettorale, ma firma, timbro e responsabilità personale – nessuno firmerebbe.

Nessuno.

Perché, come è successo con il covid, è facile fare i brillanti con la salute degli altri. È facile dire "è sicuro" quando il rischio lo corrono i cittadini e il profitto lo incassano le aziende. È facile parlare di progresso quando il prezzo lo pagano i tumori anche di chi vive a chilometri di distanza dalle centrali.

Ma se la "sicurezza" deve essere garantita da altri, allora non è sicurezza. È scommessa. E le scommesse, prima o poi, si perdono.

QUORUM ALLE ELEZIONI contro il tradimento della classe politica.Si continua a ripetere che votare è un dovere democratic...
13/10/2026

QUORUM ALLE ELEZIONI contro il tradimento della classe politica.
Si continua a ripetere che votare è un dovere democratico. Ma perché nessuno parla del dovere, altrettanto sacro, di rappresentare chi quel voto lo esprime? In un recente articolo, Megas Alexandros ci consegna una riflessione amara ma necessaria: l'astensionismo dilagante non è pigrizia o disinteresse, ma la conseguenza diretta e prevedibile della progressiva rovina della classe politica.

I numeri sono impietosi. In poco più di un quarto di secolo, l'affluenza alle politiche è crollata di quasi diciannove punti. Alle europee del 2024 ha votato meno di un italiano su due. Eppure, un'elezione è valida con qualunque affluenza: chi vince governa allo stesso modo con l'80% o con il 50% dei votanti. Ma un governo nato dalla partecipazione di una minoranza perde, di fatto, ogni diritto di definirsi democratico.

La causa di questa emorragia è chiara. Quando le proposte in campo non offrono alcuna alternativa reale, quando le forze che si dicono "alternative" si adeguano ai vincoli che dicevano di voler comba***re, restare a casa diventa l'unico modo di dire NO. La classe politica ha smesso di rappresentare. Ha preferito gestire il potere secondo ortodossie di bilancio e direttive europee, trasformando il Parlamento in un ufficio di ratifica di scelte prese altrove. La questione morale evocata da Andreotti – quella soglia del 55-60% oltre la quale la politica avrebbe dovuto fare i conti con sé stessa – è ormai superata. E la politica non ha fatto i conti con nulla.

Il risultato è un deserto. Le forze di dissenso sono troppo piccole, troppo disunite, o peggio, troppo vicine al potere per pesare davvero. Non esiste nel panorama italiano qualcosa di paragonabile a una forza che rompa apertamente con i diktat della UE. Così, mentre i cittadini si allontanano, il potere può ignorare quel silenzio o leggerlo come gli conviene.

Di fronte a questo vuoto, l'astensione non è disinteresse. Spesso non votare significa rifiutarsi di prendere parte attiva all'omicidio in corso della democrazia. Il non voto può erodere la legittimità delle scelte plutocratiche: non le impedisce, ma forse può frenarle.

Per questo serve un QUORUM. Non basterebbe più ba***re l'avversario tra chi si presenta alle urne: bisognerebbe convincere abbastanza cittadini che valga ancora la pena presentarsi. È una linea rossa democratica. Finché non la si traccia, la rovina della classe politica continuerà a svuotare le urne, e con esse, la democrazia stessa.

Fatemi capire: nel 2020 pagavamo il diesel acquistato in Russia 358 dollari a tonnellata. Ma con le sanzioni abbiamo sme...
12/10/2026

Fatemi capire: nel 2020 pagavamo il diesel acquistato in Russia 358 dollari a tonnellata. Ma con le sanzioni abbiamo smesso di acquistarlo. Oggi gli USA acquistano il diesel dalla Russia ad un prezzo non reso noto, mentre noi a causa delle sanzioni lo acquistiamo dagli USA a 1.600 $/t.
Crediamo che ogni commento sia inutile. Ah… grazie UE!

Per la serie “mondo al contrario”, dopo il premio per la Cultura a Wanna Marchi, ecco Vasco Rossi dottore in comunicazio...
12/10/2026

Per la serie “mondo al contrario”, dopo il premio per la Cultura a Wanna Marchi, ecco Vasco Rossi dottore in comunicazione all'Università di Salerno.

La scena è indice dei tempi che stiamo vivendo. Partono le note di «Vado al massimo» e l'aula delle lauree dell'Università di Salerno si alza in piedi: è l'ingresso di Vasco Rossi in Ateneo per ricevere la laurea honoris causa in politica e comunicazione.

Il rocker di Zocca, arrivato ecologicamente in jet privato, stringe le mani a studenti, fan e docenti, poi siede accanto al rettore Virgilio D'Antonio. «Ti accogliamo come interlocutore della cultura contemporanea», ha detto il rettore.

È la seconda laurea honoris causa di Vasco, dopo quella dello Iulm nel 2005.
Due lauree a uno che ha un lessico di quindici parole, metà delle quali riguardano sostanze psicoattive (cit.)

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