09/03/2026
Pa, entro un anno stop al Tfs a rate. Primo colpo alla prossima manovra
Pubblico impiego. Ultimatum della Consulta: entro gennaio 2027 va avviata la riforma per ristabilire tempi «fisiologici» nel pagamento delle buonuscite
Un interessante articolo di Gianni Trovati su riporta le dichiarazioni della .
“A spegnere le fantasie politiche su una possibile manovra “elettorale” di fine legislatura ci aveva già pensato la sorpresa arrivata lunedì scorso dall’Istat, con la probabile uscita dell’Italia dalla procedura Ue per disavanzi eccessivi solo dal 2027.
Ieri però sulla prossima legge di bilancio, l’ultima della legislatura, è arrivata un’altra ipoteca. Perché entro il 14 gennaio 2027 Governo e Parlamento dovranno rimettere mano alle regole che oggi impongono ai dipendenti pubblici di aspettare fino a sette anni l’accredito della liquidazione; altrimenti quel giorno arriverà una bocciatura costituzionale che, stando ai calcoli dell’Inps, potrebbe presentare alle casse pubbliche un conto fino a 15,6 miliardi.
La scadenza è stata fissata ieri nell’ordinanza 25/2026 della Corte costituzionale (redattrice Maria Rosaria San Giorgio), con cui i giudici delle leggi sono tornati per la terza volta sul Tfs (trattamento di fine servizio) a rate per i lavoratori della Pa. Sviluppata oltre 15 anni fa nel tentativo di placare la crisi del debito pubblico, in particolare con il decreto 78/2010 (articolo 12, comma 7), la normativa prevede che la prima rata del Tfs non possa superare i 50mila euro, e lo stesso limite investe la seconda rata, che arriva un anno dopo.
Le quote superiori a 100mila euro, frequenti tra funzionari, dirigenti, magistrati e così via, arrivano quindi solo con la terza rata, dopo un altro anno. Non solo: tutto il meccanismo parte dopo nove mesi (erano 12 prima dell’ultima manovra) nei pensionamenti di vecchiaia, e dopo 24 mesi negli altri casi, a partire dall’anzianità contributiva. Con l’aggiunta degli inciampi burocratici, lamentano i sindacati, l’attesa complessiva può arrivare appunto a sette anni.
Come capitato spesso per le regole nate nell’emergenza e poi sopravvissute alla sua fine, il Tfs a rate è finito sui tavoli della Corte costituzionale più volte.
La prima nel 2019, quando i giudici delle leggi (sentenza 159 di quell’anno) hanno segnalato al Parlamento «l’urgenza di ridefinire una disciplina non priva di aspetti problematici».
Nulla era cambiato nel 2023, quando la Consulta (sentenza 130) ha messo nero su bianco «la necessità della espunzione» dell’attesa iniziale, aggiungendo che il successivo meccanismo rateale «finisce per aggravare il vulnus».
Il secondo richiamo dei giudici delle leggi ha avuto qualche conseguenza, però modestissima. Perché le proposte di interventi più ambiziosi si sono infrante nel «non possumus» della Ragioneria generale, e l’ultima manovra si è limitata a ridurre da 12 a nove mesi la sospensione iniziale, dopo che il decreto Pa di marzo (Dl 25/2025) aveva esteso a dipendenti «invalidi» e «inidonei» il Tfs immediato già riconosciuto agli inabili.
«Non può certamente ritenersi che le modifiche introdotte dalle richiamate riforme abbiano avviato in modo sostanziale quel processo di graduale, ma completa, eliminazione dei termini per il riconoscimento delle spettanze di fine servizio sollecitato da questa Corte», scrivono i giudici nell’ordinanza depositata ieri.
Ma a fermare fin qui la mano del legislatore sono stati i costi da sostenere in termini di cassa per arrivare al risultato.
Gli ultimi numeri sono stati dati dall’Inps nell’udienza pubblica dell’11 febbraio, quando ha calcolato in 4,2 miliardi il conto dello stop alla sospensione iniziale, in 11,6 miliardi quello dell’addio alle rate e in 15,6 miliardi il costo dell’abolizione contestuale di entrambi i meccanismi.
Proprio per questa ragione, la Corte evita la cancellazione immediata delle norme sul Tfs dei dipendenti pubblici, che «comporterebbe l’immediata esigibilità dei trattamenti, compresi quelli maturati anteriormente alla pronuncia e in corso di erogazione». Ma di fatto avverte che in assenza di novità la tagliola scatterebbe a gennaio prossimo, perché nemmeno i moniti possono essere reiterati all’infinito.
Governo e Parlamento hanno quindi pochi mesi di tempo per «programmare una riforma» che, anche in modo graduale, ristabilisca «entro un orizzonte temporale definito e ragionevole, la fisiologica scansione dei pagamenti dei Tfs».
L’impresa non è banale, alla luce dei numeri in gioco, ma necessaria per rispondere alle tutele che l’articolo 36 della Costituzione assicura alla retribuzione, anche se differita.
Marco Carlomagno, segretario generale CSE - Confederazione Indipendente Sindacati Europei, non nasconde «una certa delusione» dopo la speranza «di una decisione dagli effetti più immediati».”
https://ntplusentilocaliedilizia.ilsole24ore.com/art/pa-entro-anno-stop-tfs-rate-primo-colpo-prossima-manovra-AIeSvZnB?fbclid=IwY2xjawQban1leHRuA2FlbQIxMABicmlkETE3b1o3dGkwSlp2MVA3ZVBOc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHgb7-x8yoaShF5xGeJWb4MeZR6Kuq_7UKN0cZL4k8dNDEbdUDSBnzIKbzFAG_aem_IW0Tb8XzfgGo0m2FNKlK_w