07/03/2024
Milano città non omogenea, ma da omogeneizzare!
Dal 2015 Milano non ha fatto che accelerare, ma lo ha fatto con un modello di sviluppo che ha solo accentuato le disuguaglianze. Il vortice urbano innescato a Milano da Expo 2015 non sembra rallentare.
Si parla di una città più “inclusiva, internazionale, vivibile e sostenibile”, che prevede la costruzione di nuove aree verdi e di grandi investimenti nelle aree che andranno a ospitare le prossime Olimpiadi invernali 2026. Una tendenza in crescita quindi, quella di far ruotare lo sviluppo urbano attorno al perno dei “grandi eventi”, Expo prima e le Olimpiadi poi, sfruttati come espediente per modellare la città e la gestione del suo spazio.
Una città più inclusiva solo sulla carta. Si continuano a costruire edifici, sempre più esclusivi e inavvicinabili per la maggior parte degli abitanti della città. È di pochi giorni fa la notizia del nuovo progetto dell’architetto Stefano Boeri in zona San Cristoforo: il “Bosconavigli,” che propone di replicare l’idea del Bosco Verticale, dando vita ad un “Bosco orizzontale” — un’area residenziale di 8 mila metri quadrati rivestita da un sistema di vegetazione pensato per abbattere l’inquinamento. Lo scopo della nuova struttura dovrebbe essere quello di costituire un centro della riqualificazione per l’area. Il costo previsto per le 90 residenze è però di 8 mila euro al metro quadro, una cifra inaccessibile alla maggior parte degli abitanti della zona.
Si stanno creando sempre più "muri" divisori fra le varie classi sociali, contribuendo così a creare tensioni e violenza in un vortice che non vede vie di uscita se non nella repressione.
Anche la sola politica delle case popolari o delle case a prezzo calmierato tende a creare dei conglomerati sociali omogenei anziché omogeneizzati, cioè anziché mescolare tende a isolare.
L'obiettivo di una città dovrebbe essere invece quello di favorire la convivenza e la conoscenza reciproca di gruppi disomogenei, per creare la cosiddetta "città aperta", cioè invece di creare confini, anche se invisibili, fra le varie componenti della città, questi confini dovrebbero essere più che permeabili, anzi, addirittura essere rimossi per favorire l'integrazione e la reciproca accettazione, assolutamente necessari per poi poter "convivere".
Per raggiungere questo obiettivo suggeriamo alcune proposte:
- Abolire il concetto di “case popolari”. E’ evidente che la creazione di conglomerati abitativi di persone in stato di povertà non può che dare origine a gruppi sì omogenei ma di ghettizzati che potranno diventare in breve tempo solo centri di spaccio e di violenza in mano alla delinquenza, come ampliamente dimostrato in maniera eclatante dalle famose “Banlieuex” parigine o dai quartieri “neri” di NY dove neanche la polizia entra (vedi a Milano il quartiere Gola)
- Fare una legge comunale in cui si preveda, in cambio della concessione edilizia, la cessione del 5% dell’area abitabile al Comune della città, che si incaricherà di gestire la cessione a canone minimo o addirittura gratuito agli aventi diritto, che saranno opportunamente mixati in modo da eliminare la formazione di nuclei omogenei tendenti a favorire gang o per lo meno aggregazioni di tipo delinquenziale.
- Il condominio si dovrà far carico del controllo della legalità dei comportamenti della comunità
- Gli altri abitanti del condominio si faranno carico anche delle spese comuni riguardanti il 5% di appartamenti comunali, affinché sia conservata la qualità abitativa del condominio stesso.
- In tal modo si farà una blanda opera di redistribuzione del reddito e si otterrà uno sgravio enorme dei costi comunali per le case popolari, che lentamente nel tempo dovranno essere dismesse utilizzando lo stesso principio di gestione comunale del 5% delle aree abitative
Questo permetterebbe al Comune un grande risparmio sui costi di gestione delle case popolari (che fra 10 anni e senza più Pnrr saranno da ristrutturare come adesso e si eviteranno quelle aggregazioni di povertà che sviluppano forzatamente e favoriscono la delinquenza.
Se l’obiezione sarà che i ricchi non vorranno avere nello stesso stabile una piccola minoranza di poveri di qualsiasi razza, si potrebbe fargli notare che per loro stessi sarebbe più sicuro muoversi in una città molto più sicura in ogni sua parte e soprattutto che potrebbero conoscere anche usi e costumi diversi dai loro tali da favorire una integrazione meno problematica.
Ed anche nel famoso Bosco verticale, se gli appartamenti del seminterrato e del piano terra fossero abitati da famiglie non abbienti, gli stessi inquilini magari avrebbero chi potrebbe aiutarli a stirare, a fare le pulizie a fare qualche piccolo lavoretto e comunque a conoscere persone con esperienze diverse ed al contempo gli stessi potrebbero abituarsi ad usi e costumi che gli faciliteranno l’inclusione nella città.
In fondo Milano è una città aperta!