Archeoclub Messina

Archeoclub Messina L'Archeoclub Messina nasce nel 1995 per opera del prof. Vito Noto. Opera nel campo dei Beni Culturali

Che cosa dobbiamo conservare oggi in Sicilia?Dalla tutela degli oggetti alla conservazione dei sistemi di valoriAlla luc...
01/09/2026

Che cosa dobbiamo conservare oggi in Sicilia?

Dalla tutela degli oggetti alla conservazione dei sistemi di valori

Alla luce dell’evoluzione normativa e disciplinare, la domanda non può ricevere una risposta semplicemente quantitativa.

Non possiamo affermare che in Sicilia debba essere conservato tutto indiscriminatamente. Ma non possiamo neppure continuare a tutelare soltanto ciò che appare monumentale, antico o eccezionalmente bello.

Oggi dobbiamo conservare ciò che permette al territorio siciliano di continuare a essere riconoscibile, comprensibile e abitabile.

Non dobbiamo conservare la Sicilia come un’immagine immobile, ma tutelare i caratteri, le relazioni e le differenze che ne costituiscono l’identità.

La conservazione contemporanea deve quindi individuare i valori, distinguere le permanenze significative dalle alterazioni, governare le trasformazioni e trasmettere alle generazioni future un territorio ancora leggibile.



1. Conservare i monumenti, ma insieme ai loro contesti

La tutela dei grandi monumenti rimane indispensabile. In Sicilia ciò significa proteggere:

* templi e teatri antichi;
* complessi archeologici;
* castelli e torri;
* cattedrali e monasteri;
* palazzi e ville;
* architetture normanne, sveve, gotiche, rinascimentali e barocche;
* musei, biblioteche e archivi;
* opere d’arte mobili;
* apparati decorativi e collezioni.

Ma il monumento non deve essere separato dall’ambiente che lo rende comprensibile.

Un castello isolato da costruzioni incongrue, una chiesa privata della propria piazza, un sito archeologico circondato da espansioni disordinate o una torre costiera separata dal mare conservano la propria materia, ma perdono una parte essenziale del loro significato.

Occorre quindi tutelare anche:

* le visuali;
* le prospettive;
* le quinte urbane;
* i percorsi storici;
* le aree di rispetto;
* i rapporti altimetrici;
* le relazioni tra architettura e paesaggio.

Per la Sicilia è particolarmente importante conservare la relazione tra i monumenti e la morfologia dei luoghi: tra il castello e l’altura, tra il santuario e la montagna, tra la città e il mare, tra l’insediamento e il vulcano.

Non basta salvare l’oggetto: bisogna conservare lo spazio che gli consente di parlare.



2. Conservare i centri storici come organismi viventi

I centri storici siciliani non sono semplici contenitori di monumenti. Sono organismi complessi nei quali il valore deriva dalle relazioni tra:

* strade;
* piazze;
* vicoli;
* cortili;
* giardini;
* edifici specialistici;
* edilizia abitativa;
* materiali;
* topografia;
* visuali;
* attività;
* abitanti.

Occorre conservare la struttura urbana, non soltanto le facciate.

Devono essere riconosciuti e protetti:

* gli antichi tracciati viari;
* la forma degli isolati;
* il rapporto tra pieni e vuoti;
* le dimensioni delle particelle;
* i sistemi di corti e giardini;
* i muri di confine;
* le pavimentazioni;
* le scale e i percorsi pedonali;
* i rapporti tra edifici monumentali e tessuto minore;
* gli affacci verso il paesaggio.

Non musealizzare, ma continuare ad abitare

Conservare un centro storico non significa renderlo immobile. Significa permettergli di continuare a essere abitato.

Un centro perfettamente restaurato ma privo di residenti, botteghe, scuole e servizi non è pienamente conservato: è diventato una scenografia.

La tutela deve quindi essere collegata a:

* residenza stabile;
* servizi di prossimità;
* accessibilità;
* sicurezza;
* manutenzione;
* attività artigianali;
* commercio compatibile;
* spazi di relazione;
* riuso degli edifici abbandonati.

La legge siciliana sul governo del territorio indica tra i propri obiettivi la valorizzazione dei centri storici attraverso restauro urbano, riqualificazione e recupero edilizio, insieme alla riduzione del consumo di suolo. L.R. Sicilia n. 19/2020⁠

Il centro storico si conserva mantenendone la struttura e restituendogli vita, non riducendolo a immagine turistica.



3. Conservare l’architettura ordinaria

Una delle maggiori fragilità della tutela siciliana riguarda l’edilizia considerata “minore”.

Le case tradizionali, i magazzini, le botteghe, le stalle e gli edifici rurali vengono spesso trasformati o demoliti perché non possiedono, singolarmente, un valore monumentale.

Eppure proprio queste architetture costruiscono il carattere dei luoghi.

Occorre conservare:

* case terrane;
* abitazioni a schiera;
* palazzetti;
* case a corte;
* bagli;
* masserie;
* case coloniche;
* palmenti;
* frantoi;
* mulini;
* granai;
* magazzini;
* botteghe;
* architetture spontanee storicizzate;
* manufatti realizzati con tecniche tradizionali.

Non tutto deve necessariamente essere conservato integralmente. Ma prima di demolire o trasformare occorre conoscere:

* la tipologia;
* la tecnica costruttiva;
* il rapporto con la strada;
* la funzione storica;
* il valore d’insieme;
* la rarità;
* lo stato di conservazione;
* la possibilità di riuso.

Il valore dell’edilizia ordinaria è spesso un valore corale: ciò che appare modesto come oggetto isolato può essere indispensabile come parte del tessuto.

Il patrimonio diffuso non è costituito da edifici minori, ma da testimonianze quotidiane della storia dell’abitare.



4. Conservare i materiali e le tecniche costruttive

La Sicilia possiede una straordinaria geografia dei materiali:

* pietra lavica nell’area etnea;
* calcarenite negli Iblei e nella Sicilia occidentale;
* pietra bianca nel Val di Noto;
* tufo;
* calcare;
* gesso;
* laterizio;
* legno;
* ferro lavorato;
* ceramica.

Questi materiali non sono semplici rivestimenti. Raccontano la geologia, le economie, le tecniche e le culture locali.

Dobbiamo conservare:

* murature tradizionali;
* volte;
* archi;
* coperture;
* intonaci a calce;
* pavimentazioni;
* elementi lapidei;
* infissi;
* ferri battuti;
* sistemi di raccolta delle acque;
* tecniche antisismiche storiche;
* conoscenze artigianali necessarie alla manutenzione.

Sostituire sistematicamente materiali tradizionali con prodotti industriali può mantenere la forma apparente dell’edificio, ma cancellarne l’autenticità costruttiva.

La conservazione richiede quindi anche la trasmissione dei mestieri:

* scalpellini;
* muratori specializzati;
* fabbri;
* falegnami;
* ceramisti;
* restauratori;
* maestranze della calce e della pietra.

Non si conserva un edificio storico se si perde il sapere necessario per mantenerlo.



5. Conservare le stratificazioni, non ricostruire un passato ideale

La Sicilia è il risultato di una lunga sovrapposizione di civiltà:

* preistoriche;
* greche;
* puniche;
* romane;
* bizantine;
* islamiche;
* normanne;
* sveve;
* aragonesi;
* spagnole;
* borboniche;
* moderne e contemporanee.

La tutela non deve scegliere arbitrariamente un’unica epoca da rappresentare.

Un edificio o una città possono possedere contemporaneamente:

* strutture antiche;
* trasformazioni medievali;
* ampliamenti barocchi;
* adeguamenti ottocenteschi;
* segni del Novecento.

Conservare significa riconoscere il valore delle diverse fasi, evitando di eliminare testimonianze successive per ricostruire una presunta immagine originaria.

Non ogni aggiunta è di per sé negativa e non ogni elemento antico è automaticamente intoccabile. Occorre valutarne:

* significato;
* autenticità;
* qualità;
* compatibilità;
* valore documentario;
* rapporto con l’insieme.

La Sicilia non è il prodotto di una sola civiltà: la sua identità risiede proprio nella stratificazione.



6. Conservare il patrimonio archeologico visibile e invisibile

Il patrimonio archeologico siciliano non coincide soltanto con i grandi parchi di Agrigento, Selinunte, Segesta, Siracusa o Morgantina.

Devono essere tutelati anche:

* siti minori;
* necropoli;
* abitati rupestri;
* cave;
* sistemi viari antichi;
* acquedotti;
* canalizzazioni;
* aree portuali;
* depositi archeologici sepolti;
* reperti conservati nei depositi;
* contesti di rinvenimento;
* paesaggi archeologici.

Il reperto separato dal proprio contesto perde gran parte del suo valore scientifico. Non basta conservarlo in un museo: bisogna documentare il luogo, la stratigrafia e le relazioni con gli altri materiali.

In Sicilia occorre rafforzare:

* la carta archeologica;
* l’archeologia preventiva;
* la sorveglianza dei lavori;
* la tutela delle aree potenzialmente archeologiche;
* il censimento dei siti minori;
* la sicurezza dei depositi;
* la pubblica conoscenza dei reperti.

Bisogna inoltre superare la separazione tra sito archeologico e territorio contemporaneo. L’antica città deve essere compresa attraverso i rapporti con:

* vie di comunicazione;
* corsi d’acqua;
* aree agricole;
* cave;
* approdi;
* alture;
* sistemi difensivi.

Conservare l’archeologia significa proteggere non soltanto ciò che è stato scoperto, ma anche la possibilità futura della conoscenza.



7. Conservare i paesaggi rurali e produttivi

Il paesaggio siciliano è stato costruito nei secoli dal lavoro umano.

Agrumeti, vigneti, uliveti, mandorleti, pistacchieti e campi di grano non sono soltanto superfici produttive. Sono paesaggi culturali.

Occorre conservare:

* terrazzamenti;
* muri a secco;
* sentieri;
* trazzere;
* canali irrigui;
* saie;
* gebbie;
* cisterne;
* pozzi;
* mulini;
* palmenti;
* frantoi;
* masserie;
* bagli;
* case rurali;
* filari;
* sistemi di divisione fondiaria;
* colture storicamente connesse ai luoghi.

Questi elementi formano reti territoriali. Conservare il singolo baglio senza i campi, le strade e i sistemi idraulici che ne spiegano l’esistenza significa trasformarlo in un oggetto privo di contesto.

La tutela deve sostenere anche la continuità delle pratiche agricole compatibili. Quando scompare l’attività che ha prodotto un paesaggio, anche le sue forme tendono a degradarsi.

Il paesaggio rurale non si conserva soltanto con il vincolo: si conserva mantenendo vivo il lavoro che lo ha costruito.



8. Conservare i paesaggi dell’acqua

In una regione caratterizzata dalla scarsità e dall’irregolarità delle risorse idriche, le opere legate all’acqua rappresentano un patrimonio fondamentale.

Devono essere riconosciuti e conservati:

* sorgenti;
* fiumi;
* torrenti;
* valloni;
* zone umide;
* laghi costieri;
* saline;
* pozzi;
* cisterne;
* acquedotti;
* qanat;
* saie;
* norie;
* mulini ad acqua;
* sistemi irrigui;
* fontane e lavatoi;
* opere storiche di regimentazione.

Non si tratta soltanto di manufatti. È necessario proteggere la continuità del sistema idrico e le relazioni tra sorgente, canale, coltura, insediamento e foce.

Il paesaggio dell’acqua possiede contemporaneamente valori:

* ecologici;
* archeologici;
* storici;
* produttivi;
* sociali;
* percettivi.

Conservare l’acqua significa conservare le infrastrutture materiali e culturali attraverso le quali le comunità siciliane hanno reso abitabile il territorio.



9. Conservare le coste come sistemi continui

Le coste siciliane non devono essere considerate come una successione di lotti edificabili o di singole emergenze da vincolare.

Bisogna conservarne:

* continuità ecologica;
* accessibilità pubblica;
* dune;
* foci;
* zone umide;
* scogliere;
* sistemi agricoli costieri;
* torri;
* tonnare;
* saline;
* approdi storici;
* visuali verso il mare;
* relazioni tra città e litorale.

La pressione edilizia, le infrastrutture, l’erosione, gli insediamenti turistici e la privatizzazione degli accessi possono distruggere il carattere costiero anche senza compromettere un singolo monumento.

La tutela deve quindi essere lineare e sistemica:

non soltanto punti vincolati lungo la costa, ma la costa come bene comune continuo.



10. Conservare le montagne, i boschi e i paesaggi vulcanici

La Sicilia non è soltanto mare e città d’arte. Occorre proteggere:

* Etna;
* Madonie;
* Nebrodi;
* Peloritani;
* Sicani;
* Iblei;
* Erei;
* monti di Palermo;
* rilievi calcarei e vulcanici;
* boschi;
* pascoli;
* crinali;
* valloni;
* grotte;
* formazioni geologiche;
* paesaggi lavici.

L’Etna, in particolare, è un sistema nel quale natura e cultura sono inseparabili. Le colate, i terrazzamenti, le cave, i muri a secco, i vigneti, i boschi, le strade, le architetture in pietra lavica e gli insediamenti formano un unico paesaggio culturale.

Tutela geologica, ambientale, paesaggistica e storico-culturale devono quindi dialogare.

Non dobbiamo conservare soltanto il vulcano come fenomeno naturale, ma anche il modo in cui le comunità hanno imparato ad abitarlo.



11. Conservare il patrimonio produttivo e industriale

La tutela siciliana deve includere anche i luoghi della produzione moderna:

* miniere di zolfo;
* saline;
* tonnare;
* fornaci;
* mulini;
* pastifici;
* cantine;
* stabilimenti enologici;
* centrali elettriche;
* officine;
* opifici;
* stazioni ferroviarie;
* ferrovie dismesse;
* porti;
* ponti;
* infrastrutture idrauliche;
* architetture del lavoro.

Questi beni raccontano la storia economica e sociale dell’Isola, le migrazioni, il lavoro operaio, le innovazioni tecniche e le trasformazioni territoriali.

Una fornace storica, per esempio, non deve essere considerata soltanto come edificio. Il suo valore comprende:

* la tecnica di funzionamento;
* le cave da cui proveniva la materia;
* i percorsi di trasporto;
* gli strumenti;
* la memoria degli operai;
* il prodotto;
* la relazione con la città;
* la storia della famiglia o dell’impresa.

Il patrimonio industriale è il luogo nel quale architettura, tecnica, lavoro e memoria sociale diventano un’unica testimonianza.



12. Conservare il patrimonio moderno e contemporaneo

La distanza temporale non può essere l’unico criterio di valore.

Anche il Novecento siciliano ha prodotto:

* architetture pubbliche;
* scuole;
* mercati;
* case popolari;
* stazioni;
* impianti sportivi;
* edifici industriali;
* cinema;
* teatri;
* villaggi rurali;
* opere d’arte;
* infrastrutture;
* spazi urbani.

Molte di queste testimonianze non sono ancora percepite come patrimonio e rischiano di essere trasformate prima ancora di essere studiate.

Occorre quindi catalogare e valutare criticamente:

* architetture razionaliste;
* edifici del secondo dopoguerra;
* opere di qualità del regionalismo moderno;
* interventi legati alla ricostruzione;
* opere di ingegneria;
* arte pubblica;
* paesaggi della bonifica e della riforma agraria.

La tutela non deve attendere che un bene diventi rovina per riconoscerne il valore.



13. Conservare il patrimonio immateriale

La Convenzione di Faro e la cultura contemporanea della tutela ci ricordano che il patrimonio non è costituito soltanto da cose.

In Sicilia devono essere salvaguardati:

* feste;
* riti;
* processioni;
* tradizioni orali;
* dialetti;
* musiche;
* canti;
* tecniche artigianali;
* pratiche agricole;
* ricette;
* saperi costruttivi;
* memoria dei luoghi;
* toponimi;
* racconti;
* gesti del lavoro.

Il patrimonio immateriale non può essere conservato chiudendolo in un museo. Deve essere documentato, trasmesso e praticato.

Bisogna però evitare la folklorizzazione: una tradizione ridotta a spettacolo turistico può sopravvivere esteriormente ma perdere il proprio significato comunitario.

Conservare una tradizione significa mantenerne il senso, non soltanto ripeterne la forma.



14. Conservare gli archivi e le memorie documentarie

Ogni politica di tutela deve partire dalla conoscenza.

È necessario conservare e rendere accessibili:

* archivi pubblici;
* archivi ecclesiastici;
* archivi familiari;
* archivi professionali;
* progetti;
* mappe;
* catasti;
* fotografie;
* filmati;
* testimonianze orali;
* documenti delle imprese;
* archivi scolastici;
* fondi delle associazioni;
* documentazione dei restauri.

In molti casi il bene scompare due volte: prima materialmente e poi perché si perde la documentazione che avrebbe consentito di comprenderlo.

La digitalizzazione è essenziale, ma non sostituisce la conservazione degli originali. Occorrono:

* inventariazione;
* ordinamento;
* sicurezza;
* condizioni ambientali adeguate;
* accessibilità pubblica;
* continuità degli archivi digitali.

Senza documentazione non esiste una tutela consapevole; esiste soltanto una memoria frammentaria.



15. Conservare le relazioni visive e percettive

La Sicilia possiede paesaggi nei quali la percezione a distanza è parte essenziale del valore.

Bisogna tutelare:

* profili urbani;
* skyline;
* crinali;
* visuali verso il mare;
* visuali verso l’Etna;
* rapporti tra città e rocca;
* assi prospettici;
* belvedere;
* percorsi di avvicinamento;
* relazioni tra campanili, cupole e paesaggio.

Un impianto tecnologico, una torre, un edificio fuori scala o una grande infrastruttura possono alterare un paesaggio senza toccare fisicamente il monumento.

Le valutazioni devono quindi considerare:

* altezza;
* sagoma;
* colore;
* riflettanza;
* illuminazione;
* distanza;
* cumulatività degli interventi;
* interferenza con le visuali;
* percezione notturna.

Anche ciò che sta tra noi e il monumento appartiene alla sua tutela.



16. Conservare la diversità dei luoghi

Uno dei maggiori rischi contemporanei è l’omologazione.

Gli stessi materiali, arredi urbani, pavimentazioni, insegne, illuminazioni e modelli turistici vengono spesso ripetuti in città diverse, cancellandone gradualmente l’identità.

Conservare la Sicilia significa mantenere le differenze:

* tra città costiere e città interne;
* tra paesaggi lavici e paesaggi calcarei;
* tra insediamenti feudali e città di fondazione;
* tra tessuti medievali e ricostruzioni barocche;
* tra borghi agricoli e centri industriali;
* tra montagne, pianure e isole minori.

Non esiste un unico “stile siciliano”. Esiste una pluralità di paesaggi, materiali, tecniche e culture.

La vera identità della Sicilia risiede nella sua diversità, non nella riproduzione di un’immagine uniforme dell’Isola.



Non tutto deve essere conservato nello stesso modo

Affermare la necessità della tutela non significa rendere ogni trasformazione impossibile.

Occorre distinguere tra:

* conservazione integrale;
* restauro;
* manutenzione;
* recupero;
* riuso compatibile;
* trasformazione controllata;
* sostituzione;
* ricomposizione paesaggistica;
* rimozione delle alterazioni incongrue.

La decisione deve derivare da un quadro delle conoscenze e da una valutazione esplicita dei valori.

Le domande necessarie

Prima di intervenire dovremmo chiederci:

1. Quale storia racconta questo bene?
2. Quali valori materiali e immateriali possiede?
3. È un oggetto isolato o parte di un sistema?
4. Quali relazioni territoriali lo rendono comprensibile?
5. È raro o rappresentativo?
6. Quali comunità vi si riconoscono?
7. Quali trasformazioni può sopportare?
8. Quali elementi devono rimanere invariati?
9. Quali usi sono compatibili?
10. Che cosa perderanno le generazioni future se il bene viene cancellato?

La risposta non può essere fondata soltanto sulla convenienza economica immediata o sullo stato di degrado.

Il degrado non è una prova di assenza di valore: spesso è la conseguenza dell’assenza di conoscenza, manutenzione e responsabilità.



Le priorità operative per la Sicilia

1. Conoscere prima di decidere

Occorre costruire e aggiornare:

* cataloghi;
* carte archeologiche;
* atlanti dei centri storici;
* censimenti dell’architettura rurale;
* inventari del patrimonio industriale;
* archivi delle tecniche tradizionali;
* mappe di comunità;
* carte dei paesaggi;
* atlanti delle visuali;
* quadri delle vulnerabilità.

Le Linee guida del Piano paesaggistico regionale organizzano la conoscenza attraverso ambiti territoriali, cartografie ed elenchi dei beni culturali e ambientali. I diversi piani sono oggi consultabili anche nel sistema informativo territoriale regionale. Pianificazione paesaggistica della Regione Siciliana⁠

2. Passare dall’emergenza alla manutenzione programmata

La Sicilia interviene troppo spesso quando il crollo, l’incendio, il furto o il dissesto sono già avvenuti.

Occorre passare:

* dal restauro straordinario alla cura ordinaria;
* dal finanziamento episodico alla programmazione;
* dal censimento statico al monitoraggio;
* dall’intervento sul danno alla prevenzione.

La Carta del rischio regionale nasce proprio per promuovere la conservazione preventiva e la manutenzione programmata del patrimonio culturale. Regione Siciliana – Carta del rischio⁠

3. Integrare tutela culturale e sicurezza

In Sicilia la conservazione deve confrontarsi con:

* rischio sismico;
* dissesto idrogeologico;
* erosione costiera;
* incendi;
* abbandono;
* cambiamento climatico;
* vulnerabilità strutturale.

Il miglioramento sismico non è un tema estraneo alla tutela, ma una condizione della sua efficacia. Deve però essere progettato rispettando materiali, comportamento strutturale e autenticità dell’edificio storico.

4. Ridurre il consumo di suolo

La conservazione del paesaggio richiede di privilegiare:

* recupero degli edifici esistenti;
* riuso delle aree dismesse;
* rigenerazione urbana;
* completamento dei tessuti;
* bonifica;
* rinaturalizzazione;
* demolizione selettiva degli elementi incongrui.

La legge regionale n. 19 del 2020 indica espressamente la riduzione del consumo di suolo, limitandolo ai casi in cui non esistano valide alternative. L.R. Sicilia n. 19/2020⁠

5. Completare e coordinare la pianificazione

La tutela non può dipendere esclusivamente dall’autorizzazione sul singolo progetto.

Occorre coordinare:

* piani paesaggistici;
* piani urbanistici;
* piani dei parchi;
* piani di bacino;
* piani di protezione civile;
* piani della mobilità;
* programmazione energetica;
* strategie turistiche;
* piani di gestione dei siti UNESCO.

La pianificazione deve essere fondata su ambiti paesaggistici reali, che non sempre coincidono con i confini amministrativi.

6. Coinvolgere le comunità

Le comunità devono essere coinvolte nella fase della conoscenza, non soltanto informate quando le decisioni sono già state prese.

Servono:

* laboratori territoriali;
* osservatori del paesaggio;
* mappe di comunità;
* accordi di collaborazione;
* processi educativi;
* consultazioni accessibili;
* restituzione pubblica dei dati;
* sostegno alle associazioni competenti.

La partecipazione non sostituisce la competenza scientifica. La completa, rendendo visibili valori, usi e memorie che potrebbero sfuggire a una lettura esclusivamente tecnica.



Che cosa dobbiamo conservare, dunque?

Dobbiamo conservare:

* i monumenti e i loro contesti;
* i centri storici e la possibilità di abitarli;
* l’architettura ordinaria;
* le stratificazioni;
* i materiali e i saperi costruttivi;
* il patrimonio archeologico visibile e sepolto;
* i paesaggi rurali;
* i sistemi dell’acqua;
* le coste;
* le montagne e i paesaggi vulcanici;
* le infrastrutture storiche;
* i luoghi della produzione;
* l’architettura moderna di qualità;
* gli archivi;
* le tradizioni;
* le visuali;
* i nomi dei luoghi;
* le relazioni tra comunità e territorio;
* la possibilità futura di comprendere ciò che abbiamo ereditato.

Ma soprattutto dobbiamo conservare la leggibilità della Sicilia: la possibilità di riconoscere come natura, storia, lavoro e insediamento abbiano costruito nel tempo i suoi paesaggi.

Formula conclusiva

In Sicilia non dobbiamo conservare soltanto le cose antiche o belle. Dobbiamo conservare i sistemi di relazioni che rendono riconoscibili i luoghi: tra monumento e città, tra città e campagna, tra acqua e insediamento, tra vulcano e architettura, tra lavoro e paesaggio, tra memoria e comunità.

Conservare non significa impedire ogni cambiamento, ma distinguere ciò che può trasformarsi da ciò che, una volta perduto, renderebbe il territorio più povero, uniforme e incapace di raccontare la propria storia.

01/09/2026
20/08/2026

LA GRANDE FERITA: IL FURTO DEL POLITTICO DI ANTONELLO

​Sono passati quattro giorni dall’incredibile furto del polittico di Antonello da Messina dal museo Accascina e quello che tutti ci auguravamo, un veloce recupero dell’opera, non si è avverato. All’iniziale stupore per quanto avvenuto si sono aggiunte indiscrezioni di stampa che, se confermate, rendono la vicenda ancora più sconcertante.
L’Archeoclub Messina ha collaborato attivamente con le autorità e la stampa attraverso la dottoressa Grazia Musolino, studiosa di Antonello e responsabile culturale degli allestimenti del Comune sul grande maestro, che ha messo a disposizione le sue competenze per meglio far comprendere l’importanza dell’opera sottratta e il suo significato di rinascita per la città.
Come cittadini e come soci dell’Archeoclub siamo fortemente addolorati e indignati ma, come ha sottolineato nel suo comunicato stampa l’architetto Finocchiaro, coordinatore di Archeoclub Sicilia, l’indignazione non basta questo è l’ennesimo furto perpetrato ai danni della collettività e a noi, in qualità di associazione nata per la tutela del patrimonio artistico e culturale, spetta il compito di segnalare che il trafugamento del polittico s’inscrive in un progressivo depauperamento delle maggiori opere, fenomeno che in Sicilia ha raggiunto proporzioni devastanti.
Di certo tutti coloro che per collusione o superficialità hanno permesso la sottrazione dell’opera di Antonello dovranno rispondere, si spera al più presto, all’autorità giudiziaria del loro operato, ma questo non porrà termine ai continui furti né risolverà le carenze che ne permettono il perpetrarsi.
Come Archeoclub dobbiamo impegnarci perché le ricerche dell’Antonello non abbiano sosta e operare per la restituzione del polittico alla città di Messina, di cui è importante e irrinunciabile patrimonio; al contempo dobbiamo, nell’ambito di un movimento promosso da Archeoclub Italia sul territorio nazionale, farci parte attiva e consapevole per una rinnovata impostazione della tutela dei beni artistici e culturali.
Musei, biblioteche, siti archeologici, chiese, sono oggetto di costanti sottrazioni favorite dal taglio ai fondi e al personale a loro dedicato. Per la conservazione del nostro prezioso patrimonio e della nostra storia bisogna individuare e intervenire sui punti deboli della tutela materiale dei beni e riconsiderare i canali della loro valorizzazione. Questo intollerabile episodio deve servirci da sprone per affrontare il complesso problema della tutela dei beni culturali, capire interessi e mercati che animano i furti, avere maggiore contezza del nostro patrimonio, la sua valorizzazione, incentivarne la sua fruizione e a tal fine, Archeoclub Messina si adopererà per dar vita a specifici eventi.
Gli impegni che ci aspettano sono ardui e di lunga durata, primo fra tutti resta quello di non far spegnere l’attenzione sul furto sino a tornare a riappropiarci dell’opera di Antonello.
Messina 19 agosto 2026
Luciana Caminiti

17/08/2026

Il furto di Antonello è una ferita inferta alla Sicilia

Il furto consumato al Museo Regionale di Messina non è soltanto un gravissimo fatto di cronaca. È una ferita inferta alla Sicilia, alla sua memoria e alla storia dell’arte europea.

Tre delle cinque tavole superstiti del Polittico di San Gregorio, firmato da Antonello da Messina nel 1473, e la preziosa Tavoletta bifronte sono state sottratte eludendo i sistemi di sicurezza del museo. Non sono scomparsi semplicemente quattro oggetti di eccezionale valore economico: sono stati strappati alla collettività frammenti insostituibili della nostra identità.

Antonello non appartiene soltanto a Messina. Appartiene alla Sicilia, all’Italia e al patrimonio universale dell’umanità. Colpire le sue opere significa colpire ciò che resta di una città già duramente mutilata dai terremoti, dalle distruzioni e dalle dispersioni del proprio patrimonio.

Come coordinatore regionale di Archeoclub d’Italia esprimo indignazione e profonda preoccupazione. Ma l’indignazione, da sola, non basta. Occorre accertare rapidamente ogni responsabilità e comprendere come sia stato possibile violare i sistemi di protezione di uno dei più importanti musei siciliani, raggiungere opere tanto preziose e sottrarle senza che i dispositivi predisposti riuscissero a impedirlo.

Questo episodio impone una verifica immediata e straordinaria delle condizioni di sicurezza di tutti i musei, dei depositi, delle biblioteche, degli archivi, delle chiese e delle aree archeologiche della Sicilia. La tutela non può essere affidata soltanto a telecamere, sensori e allarmi. La tecnologia è indispensabile, ma senza personale qualificato, custodi, tecnici, restauratori, archeologi, storici dell’arte e funzionari in numero adeguato, anche il sistema più sofisticato rischia di diventare una barriera fragile.

Da troppo tempo il settore dei beni culturali siciliani soffre una drammatica carenza di organico. Pensionamenti non compensati, turni difficili da garantire, strutture sottodimensionate e territori vastissimi affidati a pochi funzionari trasformano la tutela in una resistenza quotidiana. Non si può continuare a celebrare la ricchezza culturale della Sicilia senza investire concretamente nelle persone chiamate a custodirla.

Servono assunzioni, formazione specialistica, presìdi permanenti, aggiornamento dei sistemi di sicurezza e un coordinamento sempre più stretto tra Regione Siciliana, Ministero della Cultura, Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale e forze dell’ordine. Servono inoltre una catalogazione completa, immagini ad alta definizione, tracciabilità delle opere e una rete internazionale capace di impedirne l’immissione nel mercato clandestino.

Il furto d’arte, infatti, non è quasi mai un gesto estemporaneo. Dietro la sottrazione di opere di questa importanza possono muoversi organizzazioni specializzate, ricettatori, intermediari e collezionisti senza scrupoli. Sono le reti criminali delle archeomafie e del traffico illecito di beni culturali: un’economia occulta che saccheggia musei, chiese, siti archeologici e collezioni per alimentare mercati nazionali e internazionali. Spetterà agli investigatori stabilire la matrice di questo specifico furto, senza anticipare conclusioni; ma la precisione dell’azione rende indispensabile investigare anche sull’eventuale presenza di una committenza e di una rete organizzata.

Chi compra un’opera rubata non è un amante dell’arte. È parte della catena criminale che la sottrae alla comunità. Un’opera clandestina, nascosta in un caveau o in una collezione privata, cessa di essere patrimonio e diventa ostaggio.

Archeoclub d’Italia chiede che le ricerche siano estese immediatamente oltre i confini regionali e nazionali e che immagini e dati identificativi delle tavole siano trasmessi alle banche dati e agli organismi internazionali competenti. Ogni ora può essere decisiva per impedirne lo smembramento, il trasferimento o il danneggiamento.

Rivolgiamo, nello stesso tempo, un appello diretto a chiunque abbia sottratto le opere, le custodisca o sappia dove siano state nascoste: restituite le tavole di Antonello. Restituitele prima che vengano danneggiate, disperse o trascinate nei circuiti oscuri del traffico clandestino. Non esiste profitto che possa giustificare la cancellazione di una parte della memoria collettiva. È ancora possibile compiere un gesto di responsabilità verso Messina, verso la Sicilia e verso l’umanità.

In queste ore la voce della Sicilia è una sola. Storici dell’arte, archeologi, intellettuali, rappresentanti delle istituzioni e della politica, associazioni culturali e cittadini si riconoscono in una richiesta comune. È la voce della comunità sana di quest’isola, quella che studia, custodisce, educa e difende; una comunità che non intende cedere al ricatto dei ladri, dei ricettatori e delle archeomafie.

La Sicilia non può accettare che la propria memoria venga rubata mentre le istituzioni si limitano a contarne le perdite. Difendere il patrimonio culturale significa difendere la nostra storia, la nostra dignità e il diritto delle generazioni future a riconoscersi nei segni della propria civiltà.

Le tavole di Antonello devono tornare a Messina. Questo chiedono insieme la cultura, le istituzioni e la parte migliore della società siciliana. Il loro ritorno dovrà essere accompagnato dall’inizio di una politica concreta, permanente e inflessibile per la sicurezza del patrimonio culturale dell’Isola.

Francesco Finocchiaro
Coordinatore regionale Archeoclub d’Italia – Sicilia

Indirizzo

Messina

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