17/09/2025
Così mentre gli scribi e farisei occidentali si strappano le vesti per le dichiarazioni di Putin sugli accadimenti in Ucraina e per la condanna del governo israeliano da parte dell'ONU in Palestina vi è un'altra Nakba, dopo quella del 1948.
È difficile raccontare in diretta come le porte dell’inferno si fossero aperte su Gaza, e utilizzo questa espressione perché è questo che Israele sta facendo e sta dichiarando. I ministri hanno detto anche che non torneranno mai più indietro nell’occupazione di Gaza e così, quella che all’epoca i molti quotidiani relegarono a una provocazione oggi diventa realtà: le villette sul lungomare di Gaza per i coloni. Ma intanto siamo andati avanti e non ci sono più le brutte villette a schiera cubiche, c’è il sogno della riviera di Gaza voluta da Trump e Netanyahu.
Questo attacco non è solo l'ennesimo atto di forza, ma l'epilogo di una storia dilaniante per il popolo palestinese e il movimento che lo sostiene, fatta di accordi siglati e poi disattesi, di negoziati sabotati e di una volontà politica che ha preferito far parlare le armi e relegare la diplomazia in un angolo.
COME SIAMO ARRIVATI QUI
Per capire dove siamo oggi, come siamo arrivati qui, dobbiamo guardare indietro e andare al 21 gennaio 2025, il giorno in cui Trump si insediava e tra Hamas e Israele veniva siglata la firma di un accordo in tre fasi. Chi seguiva la Palestina da tempo sapeva che era l’ennesima farsa, un riposizionamento sul fronte Nord dove l’IDF era impegnato contro il Libano.
Non sono mai andati oltre la fase 2, Israele ha rotto la tregua e l’illusione che ci potesse essere un percorso di pace.
Mentre vi scrivo arrivano aggiornamenti dall’inferno, ovvero da Gaza city, dove missili e carri armati stanno spazzando via tutto per dare vita all’ennesima occupazione illegale di un territorio palestinese. Tutto ruota attorno al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, e alle motivazioni dietro le sue scelte. Ex militare e politico di lungo corso, in questi due anni ha fatto dichiarazioni ambigue, mosse calcolate e di un incessante “tira e molla” nelle trattative che ha costantemente minato ogni sforzo di pacificazione.
Netanyahu ha sempre manifestato una forte avversione per qualsiasi accordo che non garantisse il pieno controllo di Israele su Gaza. Le trattative sono state utilizzate come uno strumento per prendere tempo, per consolidare la propria posizione e per creare le condizioni necessarie per un'occupazione totale della Striscia. Ogni volta che un accordo sembrava imminente, un pretesto, una mossa unilaterale, un attacco mirato, sembrava spuntare dal nulla per far saltare tutto.
SABOTAGGIO CALCOLATO
Un sabotaggio calcolato, così possiamo definire la strategia di Netanyahu che ha portato a un'escalation continua, con cicli di violenza che si sono susseguiti senza sosta. E ora, siamo di fronte al risultato finale di questa politica: un'operazione di terra che ha trasformato Gaza in un inferno e che ha destabilizzato ulteriormente un'intera regione già in seria difficoltà.
Il tutto nell'assordante silenzio dei governanti di un occidente decadente nei valori e nelle coscienze, che ha calpestato quelle regole che si era imposto affinché non si ripetessero gli orrori della seconda guerra mondiale. Ma principalmente un assordante silenzio farisaico provenire dai palazzi istituzionali italici dimentichi dei principi costituzionali e del fondamentale art. 11 di una costituzione voluta dopo due guerre mondiali e una dittatura.
IL GENOCIDIO TRASMESSO IN DIRETTA: GAZA, 711 GIORNI DI STERMINIO
Gaza non esiste più. È polvere, cenere, sangue rappreso sul cemento spezzato. Da 711 giorni il mondo intero guarda in silenzio lo sterminio di un popolo: la cancellazione sistematica, chirurgica e brutale di una Nazione che resiste solo con la memoria e con la voce spezzata dei sopravvissuti.
Israele avanza coi carri armati tra i ruderi di Gaza City, osannato dai suoi generali e da un ministro della Difesa che parla di “missione compiuta” mentre i cadaveri dei bambini vengono estratti dalle macerie. La missione è il genocidio. La missione è il deserto al posto delle città, i cimiteri al posto delle scuole, le fosse comuni al posto degli ospedali.
Le cosiddette aree sicure sono trappole mortali: senza acqua, senza pane, senza riparo. Bombe su ospedali, bombe su scuole, bombe su chi tenta di fuggire. Oltre 26.000 bambini assassinati: non “effetti collaterali”, ma bersagli pianificati di una politica che ha come unica logica l’annientamento.
Eppure, il mondo applaude. L’Occidente – lo stesso che predica diritti umani e democrazia – fornisce armi, copertura diplomatica, complicità morale. Washington, Parigi, Berlino, Roma: tutti allineati nel silenzio del boia, tutti servi di un progetto imperiale che ha come cardine la distruzione di un popolo.
Netanyahu, il piccolo tiranno di Tel Aviv, ignora persino i suoi generali: non gli interessa la strategia, non gli interessa la vita degli ostaggi, non gli interessa nulla se non obbedire alla sua coalizione messianica e a un Occidente che lo tiene al potere. Davanti alle proteste delle madri israeliane fugge, scappa come un ladro. Ma sulle rovine di Gaza resta la sua firma: il marchio del crimine.
Hamas denuncia la “campagna fascista di annientamento” e accusa gli Stati Uniti di complicità diretta. È la verità: senza il via libera americano, senza le bombe made in USA, Gaza non brucerebbe. Senza la vigliaccheria dell’Europa, il genocidio non avrebbe la copertura di legittimità che oggi ha.
Questo non riguarda solo la Palestina. Riguarda noi.
Perché ciò che accade a Gaza è lo specchio di ciò che accade a ogni popolo colonizzato. I palestinesi cancellati con le bombe sono gli stessi siciliani cancellati con le leggi, con i trattati, con lo sfruttamento delle basi militari come Sigonella e Niscemi. È la stessa logica: togliere dignità, identità, sovranità, fino a ridurci a sudditi senza futuro.
Chi applaude oggi al genocidio palestinese è lo stesso che domani brinderà alla svendita della nostra terra. È la stessa mano che arma Israele a massacrare Gaza e che arma Roma a governare la Sicilia come una colonia.
711 giorni di Gaza in fiamme sono un monito: o resisti, o muori. Non ci sono vie di mezzo.
Il popolo palestinese resiste con il sangue, noi dobbiamo resistere con l’organizzazione, con la rivolta culturale, con la presa di coscienza che senza indipendenza non c’è vita.
Il genocidio in Palestina non è lontano: è qui, nelle nostre città svendute, nei nostri mari recintati, nelle nostre basi militari consegnate allo straniero. Gaza è Sicilia, e Sicilia sarà Gaza se non apriamo gli occhi.
Oggi Gaza brucia. Domani potrebbe essere la nostra terra. Gaza brucia insieme alle coscienze del mondo!
La Sicilia deve guardare Gaza come si guarda uno specchio. Il colonialismo non ha sempre il volto della bomba: a volte ha quello della burocrazia, della tassa, del commissario inviato da Roma, della base militare piantata nel cuore dell’isola senza che un siciliano possa dire no. La Palestina viene annientata con il fuoco, la Sicilia viene consumata con l’inganno. Ma il risultato è lo stesso: popoli privati della loro libertà.
E se i palestinesi oggi gridano “Resistenza o morte”, noi siciliani dobbiamo gridare “Indipendenza o scomparsa”. Perché senza indipendenza, la nostra fine non sarà meno brutale, solo più lenta.