19/03/2026
👉🏼 Concorso Caremma milissanese.
Specifichiamo che non essendoci i requisiti minimi, nonchè l'esistenza della Caremma, il testo non concorrerà ai fini del concorso. Pubblichiamo come ricevuto.
Testo di Rossella Scozzi.
Si era già scelto il nome.
Si era già immaginato il suo nuovo volto.
Erano pronti la frasciera, lo scialle e lu scarfalettu, pronti i versi in rima, le filastrocche da recitare ai bambini e agli adulti. Tutto era pronto per riportare in vita una figura della tradizione, simbolo di un tempo passato fatto di riti semplici, di racconti popolari, di gesti tramandati di generazione in generazione.
La Caremma, come in tante comunità del Sud Italia, rappresenta la Quaresima: un fantoccio di donna vestita di nero, magra, austera, spesso con in mano gli strumenti della quotidianità contadina. Una figura che racconta sacrificio, privazione, attesa. Un simbolo che affonda le sue radici in un mondo antico, in una cultura che faceva della fatica e della rinuncia un passaggio necessario verso la rinascita.
Poi, però, ci si è fermati a pensare.
È davvero giusto, oggi, in questo momento storico così delicato, riportare al centro una figura che incarna una donna afflitta, sola, abbandonata, segnata dalla fame e dalla povertà, destinata infine ad essere bruciata o distrutta come conclusione rituale?
È giusto proporre a bambini e ragazzi un’immagine femminile legata al dolore, alla rassegnazione, alla sofferenza come destino inevitabile?
No. Non è giusto.
Anche se è un fantoccio, anche se è una rappresentazione simbolica, quella figura richiama comunque una femminilità ferita. Una donna offesa, violata, oltraggiata. Una donna privata della sua voce, del suo diritto alla gioia, alla dignità, alla libertà.
E in un tempo in cui le cronache ci parlano ogni giorno di violenze, abusi e femminicidi, non possiamo ignorare il peso dei simboli.
Le tradizioni sono preziose, ma non sono immutabili. Vivono, si trasformano, si adattano alla coscienza collettiva. Custodire la memoria non significa ripetere meccanicamente il passato, ma reinterpretarlo con responsabilità.
Per questo, in nome di tutte le “caremme” di ieri e di oggi — donne ferite nel corpo e nello spirito, vittime nel loro essere e nel loro fare — quest’anno la “Caremma” cambia volto.
Non sarà più il simbolo della privazione e della distruzione, ma del Rispetto.
Avrà il volto di una Donna qualsiasi: forte, libera, consapevole. Una donna che rivendica il diritto di esistere senza paura, di amare senza essere possesso, di scegliere senza essere giudicata. Una donna che non è più oggetto di un rito di distruzione, ma soggetto di dignità e valore.
Non sarà il segno della fine, ma l’inizio di una riflessione.
Non rappresenterà più la fame e la rinuncia, ma la consapevolezza e il rispetto reciproco.
Così la tradizione non viene cancellata, ma rinnovata.
E diventa occasione educativa, messaggio sociale, impegno collettivo.
Perché i simboli parlano.
E oggi abbiamo il dovere di farli parlare di rispetto, libertà e dignità