San Vincenzo Meda

San Vincenzo Meda Associazione di volontariato

06/04/2026

𝐈𝐋 𝐆𝐈𝐎𝐑𝐍𝐎 𝐂𝐇𝐄 𝐈 𝐌𝐎𝐑𝐓𝐈 𝐏𝐄𝐑𝐒𝐄𝐑𝐎 𝐋𝐀 𝐒𝐓𝐑𝐀𝐃𝐀 𝐃𝐈 𝐂𝐀𝐒𝐀
di Andrea Camilleri

Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.
Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.

I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo. Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine.
Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.

da Racconti quotidiani di Andrea Camilleri

22/02/2026

Perché si sappia. Molto prima di Pirandello, un’umile «donnina» sarda vinse il premio Nobel per la letteratura. Una donna che aveva solo la quarta elementare ma un talento smisurato.

Non lo sopportavano, loro, i grandi uomini, gli uomini di genio, quelli che avrebbero voluto fare la storia! Il tuo talento, la tua sola esistenza erano un’imperdonabile offesa. Avevi due grandi colpe: essere nata donna e essere sarda, quando la Sardegna contava meno di zero. Pirandello soprattutto. Ti umiliò in ogni modo possibile: ti diede della provincialotta, della femmina dalla mente angusta e limitata!

A quegli insulti, alla cattiveria e alla meschinità che ti rovesciarono addosso rispondesti nell’unico modo possibile: a TESTA ALTA. Eri come la tua terra: ruvida e aspra in apparenza, ma forte di quella forza che sa resistere a tutto. Che alcuni chiamano tenacia e altri scambiano per ostinatezza. «Siediti lungo la riva del fiume e aspetta» recita un vecchio proverbio.

E tu ti ci sedesti con grazia. Avevi in te la pazienza e l’umiltà di chi è stata snobbata fin dal giorno della sua nascita. La felicita per te consisteva nel poter dire ogni sera non sono stata vile. E mentre scrivevi di donne che lottano e non si arrendono, di chi insegue la luna e di chi con la luna ci parla davvero, sognavi di un giorno in cui la dignità di una donna non sarebbe più stata scambiata per egoismo o superbia. O

Eppure oggi in pochi ricordano il tuo nome. Tu che leggevi di nascosto, perché «volevi, volevi sapere» non sei letta. Sei stata ingiustamente dimenticata. E tu che te ne fregasti di tutto, delle critiche e dei complimenti, perché «CUORE, bisogna avere, null’altro» ne avresti di cose da insegnare. Non dirò a non arrendersi, perché eri molto di più di una donna che non si è mai arresa. Eri ribelle, indomita, fiera. Autentica. E allora fateci questo piacere: date modo ai ragazzi di sapere chi è Grazia Deledda.

Guendalina Middei, (➡️ Per approfondire la storia di Deledda, la trovate nel mio «Non rinnegare il cuore» che ho scritto per raccontarvi le storie di quei grandi del passato che scelsero di non omologarsi e di nuotare controcorrente. Potete leggerne un estratto o scoprire meglio di cosa parla qui: https://www.amazon.it/rinnegare-cuore-Storie-scrittori-spengono/dp/8807175223/

02/11/2025
02/11/2025

Tornò a casa dopo il lavoro, come ogni sera. Ma quella volta bastò un solo sguardo per gelargli il sangue.

I tre bambini erano ancora in pigiama, completamente sporchi di fango, intenti a giocare in giardino con contenitori vuoti di plastica. La porta della macchina di sua moglie era spalancata. Anche quella di casa. Il cane? Sparito. Nessun segno.

Entrò di corsa. Silenzio. Le luci spente. Plaid per terra. Rifiuti ovunque. Il televisore urlava nella sala, circondato da giochi, vestiti, piatti. Il pavimento sembrava bombardato.

In cucina, la scena era apocalittica: stoviglie sporche impilate come un grattacielo, avanzi di colazione incrostati sulla tavola, il frigo aperto, crocchette di cane sparse ovunque, vetri rotti sotto il tavolo, sabbia sul pavimento. Il caos. Assoluto.

Senza fiato, salì le scale saltando tra pupazzi, macchinine e pile di vestiti. Dal bagno colava acqua. Aprì la porta: un disastro. Asciugamani zuppi, sapone sciolto ovunque, metri di carta igienica ridotta in palline, dentifricio spalmato su specchio e pareti.

A quel punto, tremando, corse in camera da letto.

E lì la vide. Distesa, serena, in pigiama. Con un libro in mano e un sorriso calmo sulle labbra. Sua moglie.

Lui la fissò, sconvolto:
—Cosa… cos’è successo?

Lei sollevò appena lo sguardo dalle pagine, lo fissò dolcemente e chiese:
—Amore, com’è andata oggi al lavoro?

—Ma… che diavolo è successo qui? —balbettò lui.

E lei, con la voce più pacata del mondo, rispose:
—Ti ricordi quando ogni giorno mi chiedi: “Perché sei così stanca, se non fai niente tutto il giorno?”
—Sì… —mormorò, incerto.

Lei chiuse il libro. Sorrise.

—Ecco. Oggi… non ho fatto niente.

Piccole Storie.

02/11/2025

Quando Robin Williams riuscì a far ridere di nuovo un gorilla che stava piangendo la morte del suo amico da sei mesi.

Alcuni etologi statunitensi avevano insegnato ad un gorilla di nome Koko a parlare con gli esseri umani, tramite il linguaggio dei segni.
Koko era estremamente intelligente, ma stava passando un periodo molto difficile, tanto che i biologi temevano avesse cominciato a soffrire di una grave forma di malinconia.

I ricercatori volevano aiutare Koko, trovandogli un nuovo amico, e allo stesso tempo volevano studiare come interagisse con gli esseri umani.
Avendo infatti studiato il linguaggio dei segni ed essendo in grado di comunicare con la nostra specie, rispetto agli altri gorilla, Koko era l'esemplare perfetto per stabilire se esistessero dei veri e propri confini cognitivi tra le nostre specie o meno.

Chiesero quindi a Robin Williams, noto principalmente per essere un grande attore comico, se volesse passare qualche ora in compagnia di Koko, cercando di interagire con lui naturalmente, come se si trattasse di una persona normale bisognosa d'aiuto.

Williams accettò immediatamente, anche se aveva dei dubbi sulle modalità dell'incontro. Non era infatti esperto di primati e temeva di essere troppo impacciato per relazionarsi serenamente con l'animale.
Giunto di fronte al gorilla, Williams ebbe però una vera e propria illuminazione.
Lasciando la possibilità all'animale di conoscerlo autonomamente, Williams si accorse che interagire con Koko era come se stesse interagendo con un bambino molto curioso. A poco a poco, il gorilla infatti si interessò sempre di più al visitatore, tanto che rimase affascinato dal suo paio di occhiali e volle vederlo con "i suoi strani occhi fatti di vetro".

Koko presto cominciò a parlare con Williams, usando il linguaggio dei segni, proponendogli di giocare o facendogli domande sorprendentemente intelligenti, che sconvolsero l'attore. I due, in pochi minuti, iniziarono persino a scherzare, a farsi il solletico, a giocare e a raccontare qualche loro esperienza di vita.
La cosa stupì profondamente i ricercatori, che chiesero a Koko di definire l'attore tramite una parola scelta. Il termine che il gorilla utilizzò fu "amico".

Lo stesso Williams rimase positivamente turbato da quell'incontro, soprattutto quando venne a conoscenza che era riuscito a far ridere un gorilla che rischiava di cadere in depressione per la solitudine.

A seguito di ciò, decise quindi di visitare Koko quando gli era possibile e di girare insieme a lui degli spot, a favore delle conservazione delle specie protette e contro la sperimentazione animale.
Il legame che si andò a creare fra Koko e l'attore statunitense fu così profondo che sopravvisse alla morte di Williams, avvenuta nel 2014. Quando infatti il vecchio gorilla seppe della morte dell'amico, fece segno ai suoi istruttori se poteva piangere e per alcuni giorni rimase pensieroso, con le labbra tremanti per il lutto.
Koko non si dava pace nel sapere che non lo avrebbe rivisto più.

Koko morì 4 anni dopo, nel 2018, all'età di 46 anni. Oggi è ricordato come uno dei primati più importanti della storia della ricerca scientifica.

Fiorella animalista

02/11/2025
02/11/2025

La Germania ha ideato una soluzione intelligente e profondamente umana per aiutare le persone senza fissa dimora durante i rigidi inverni:
piccole capanne solari, chiamate Ulmer Nest.

Si tratta di capsule termicamente isolate, costruite in legno e acciaio, installate nella città di Ulm, nei parchi o nei luoghi dove solitamente vivono persone senza tetto.
Ogni unità può ospitare fino a due persone, offrendo protezione dal freddo, dal vento, dall’umidità e dalle intemperie.

Sono dotate di pannelli solari che alimentano l’illuminazione e la ventilazione interna, garantendo un ricambio costante d’aria fresca.
Un sensore di movimento invia un avviso agli operatori sociali ogni volta che la porta viene aperta, facilitando così la manutenzione, la pulizia e l’intervento in caso di necessità.

Queste capsule non vogliono sostituire i rifugi tradizionali o le case permanenti:
sono una soluzione d’emergenza, un “ultimo rifugio” per chi — a causa di traumi, problemi di salute mentale o per la presenza di un animale domestico — non riesce o non vuole accedere ai centri convenzionali.

Un piccolo miracolo di tecnologia e compassione,
che dimostra come l’innovazione, quando nasce dall’empatia,
possa davvero salvare vite con dignità.

02/11/2025

Nel cuore della natura selvaggia, è andata in scena una magia.
Uno sciame di api, in viaggio per fondare una nuova colonia, ha scelto un luogo insolito per riposare: non un albero, non un muro, ma la possente schiena di un rinoceronte.

Le api in sciame non sono aggressive: sono stanche, vulnerabili e attente a proteggere la loro regina. Si fermano solo per riorganizzarsi, prima di ripartire verso la loro nuova casa. Ma vederle posarsi su uno dei giganti più imponenti della Terra è qualcosa di rarissimo.

E il rinoceronte? Sereno, immobile, come se sapesse di non avere nulla da temere. Per alcuni minuti, queste minuscole creature alate e questo colosso corazzato hanno condiviso lo stesso spazio in perfetta armonia. Nessun conflitto, solo quiete.

Un piccolo miracolo che ci insegna che la coesistenza è possibile, che persino le differenze più grandi possono trovare equilibrio.
Basta fermarsi, respirare… e lasciarsi guidare dal ritmo della vita. 🌍🐝🦏

02/11/2025

In Giappone, ogni adulto può rimproverare qualsiasi bambino.
Perché ogni bambino è responsabilità di tutti.
E se un bambino fa qualcosa di sbagliato e tu non intervieni…
l’irresponsabile sei tu.

È un principio semplice, ma profondo.
Si chiama senso di tribù.
Significa che non esistono “i miei figli” o “i tuoi figli”.
Esistono i nostri figli.
Perché crescere una persona è un compito collettivo, non un affare privato.

Per questo in Giappone è normale che uno sconosciuto riprenda un bambino per strada,
che un’anziana signora corregga un piccolo sul treno,
che un commesso in un negozio chieda educatamente a un bimbo di non toccare tutto.

E non lo fanno con arroganza.
Lo fanno con rispetto, con dolcezza.
Perché è così che si trasmette il senso del vivere insieme:
non attraverso il controllo, ma attraverso la cura.

Questa mentalità si riflette in ogni gesto quotidiano:
nessuno butta una cartaccia per terra,
i bagni pubblici vengono lasciati puliti,
nelle scuole i bambini puliscono le aule e servono il pranzo ai compagni.
Non perché “devono”, ma perché è giusto così.

Pensano a chi viene dopo.
Si muovono nel mondo come se appartenesse anche agli altri, non solo a se stessi.

Il rispetto, lì, non è una regola.
È una responsabilità condivisa.
È l’arte di essere parte di qualcosa più grande di sé.

E forse, se anche noi imparassimo a guardare i bambini degli altri come se fossero anche un po’ nostri…
le città sarebbero più silenziose,
le strade più pulite,
i cuori più gentili.

Piccole Storie.

02/11/2025

Abbiamo toccato il fondo? Ieri leggevo un articolo in cui Giulia de Lellis, l’influencer che ha tenuto una «lezione» alla Bocconi di Milano, raccontava che per avere successo nella vita a una donna basta «essere bella» e saperci «fare». Al diavolo l’istruzione.

Subito dopo mi appare un video di un’altra tizia famosa che promuove dei fazzoletti con il suo marchio che costano venti euro a confezione e leggo migliaia, sì avere capito bene migliaia, di commenti di persone che le chiedono dove poterli acquistare! E in quel momento ho pensato: ma che diavolo è successo alle persone? Ecco vi ricordate la famosa tuta del pentimento della Ferragni andata a ruba in ventiquattro ore? Qua non si tratta di superficialità e neanche di stupidità, ma è come se la gente fosse proprio rincretinita.

Ma c’è un’altra cosa che voglio dirvi, e probabilmente ad alcuni darà fastidio, ma voglio dirvela lo stesso. Perché vedete non ho potuto fare a meno di notare una cosa: la maggior parte delle idiozie, i peggiori articoli di gossip e di pettegolezzi riguardano quasi sempre le donne! E allora mi domando: ma è mai possibile che la stampa non voglia e non possa mai dar voce alle tante donne davvero capaci di questo paese? Che quando si parla di «donne di successo» si finisca sempre con il pescare a piene mani tra i modelli più vuoti e desolanti di sempre?

Si parla tanto di «femminismo» e poi le uniche donne a cui si dà voce vengono sempre dal mondo dello spettacolo e delle televisione! Ecco, avete mai sentito parlare di Fabiola Giannotti? Di Samantha Cristoforetti? Sono soltanto due donne, l’una alla guida del Cern di Ginevra, l’altra una delle poche astronauta tornata per la seconda volta nello spazio. Queste sono le donne di cui mi piacerebbe leggere! E che dire della Ortese, della Morante e della nostra meravigliosa Deledda?

Ed è inutile parlare di patriarcato, e iniziare una sorta di guerra contro il genere maschile, che a me personalmente fa rabbrividire, se poi l’università più prestigiosa del paese invita una donna che ha fatto fortuna grazie a Uomini e donne e che continua a far parlare di sé grazie alla propria idiozia.

Guendalina Middei, anche se voi mi conoscete come Professor X (➡️ Ai nuovi: se vi piace ciò che scrivo, qui potete leggere un estratto del mio «Innamorarsi di Anna Karenina il sabato sera» che ho scritto per farvi innamorare della letteratura come me ne sono innamorata io: https://www.amazon.it/innamorarsi-Karenina-leggere-classici-lezioni/dp/8807174359

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