Meritocrazia Italia Basilicata

Meritocrazia Italia Basilicata MERITOCRAZIA ITALIA IL NETWORK CHE CRESCE : Dove i cittadini contano.

14/08/2026
13/08/2026

QUANDO IL CRONOMETRO RACCONTA UNA STORIA

Ci sono medaglie che durano il tempo di una premiazione.
E poi ci sono prestazioni che, oltre il podio, raccontano qualcosa di noi.
La terza giornata degli Europei di nuoto di Parigi ci ha regalato un’Italia capace di emozionare: un argento e due bronzi, un record italiano e, soprattutto, un record del mondo.
Sara Curtis, classe 2006, ha fermato il cronometro nei 50 dorso a 26”63, entrando nella storia del nuoto. Thomas Ceccon ha conquistato il bronzo nei 200 dorso abbattendo il muro dell’1’54” e stabilendo il nuovo record italiano. Benedetta Pilato è tornata sul podio europeo dopo un periodo difficile. E la staffetta femminile 4×100 stile libero ha trasformato il talento individuale nella forza di una squadra, conquistando l’argento con il record italiano.
Ma fermarsi alle medaglie sarebbe riduttivo.
Perché il cronometro misura i secondi.
Non misura gli anni.
Non misura le mattine in cui ci si alza presto per allenarsi.
Le rinunce.
La fatica.
Le sconfitte che nessuno vede.
Le volte in cui il risultato non arriva.
I dubbi.
Gli allenatori che continuano a credere.
Le famiglie che sostengono.
Le società sportive che costruiscono percorsi.
Le strutture nelle quali ci si allena.
Le opportunità che un Paese decide di offrire ai propri giovani.
Una medaglia, in fondo, è soltanto la parte visibile di una storia molto più lunga.
Ed è proprio qui che lo sport incontra il significato più autentico della meritocrazia.
Il merito non nasce sul podio.
Nasce molto prima.
Nasce quando a una persona viene data la possibilità di provarci. Quando il talento incontra la formazione. Quando l’impegno incontra condizioni adeguate. Quando una caduta non diventa una condanna, ma un passaggio del percorso. Quando il risultato non viene regalato, ma nemmeno impedito dalla mancanza di opportunità.
Per questo il ritorno sul podio di Benedetta Pilato merita forse un’attenzione particolare.
Perché ci ricorda che il merito non coincide con l’infallibilità.
Chi merita non è necessariamente chi vince sempre.
È anche chi, dopo un periodo difficile, trova la forza e le condizioni per tornare a competere.
E la staffetta ci consegna un’altra lezione.
Quattro atlete, quattro percorsi, una sola corsia.
Nello sport, come nella vita, il talento individuale può essere straordinario, ma alcuni traguardi diventano possibili soltanto quando le capacità personali imparano a diventare patrimonio comune.
È questa la differenza tra una semplice competizione e una comunità che cresce.
E allora il record mondiale di Sara Curtis non dovrebbe essere soltanto motivo di orgoglio.
Dovrebbe diventare anche una domanda.
Quanti altri talenti abbiamo nel nostro Paese che non arriveranno mai a fermare un cronometro perché non hanno avuto la piscina giusta, l’allenatore giusto, il sostegno necessario, il tempo, le risorse o semplicemente l’opportunità di provarci?
La vera meritocrazia non consiste nel celebrare soltanto chi arriva.
Consiste nel costruire un Paese nel quale arrivare sia possibile per chi ha talento, impegno e determinazione, indipendentemente dal punto di partenza.
Perché il talento è individuale.
Ma le condizioni che permettono al talento di emergere sono una responsabilità collettiva.
E forse è proprio questo che lo sport riesce a ricordarci meglio di qualsiasi discorso:
il risultato appartiene all’atleta, ma il percorso che rende possibile quel risultato appartiene anche alla comunità che lo ha accompagnato.
Oggi applaudiamo Sara Curtis, Thomas Ceccon, Benedetta Pilato e le ragazze della 4×100.
Domani dovremmo chiederci come fare perché altri ragazzi possano avere la stessa possibilità.
Perché un Paese davvero meritocratico non è quello che applaude soltanto i suoi campioni.
È quello che non lascia indietro i campioni che ancora non sa di avere.

13/08/2026

MERITOCRAZIA ITALIA PROPONE UNA NUOVA STRATEGIA NAZIONALE PER LA SALUTE COGNITIVA

Le demenze rappresentano una delle più grandi sfide sanitarie, sociali ed economiche dei prossimi decenni.
L’invecchiamento della popolazione impone un cambio di paradigma: non è più sufficiente curare la malattia quando si manifesta, ma occorre costruire una cultura della prevenzione che accompagni il cittadino lungo tutto l’arco della vita.

Le più recenti evidenze scientifiche indicano che fino al 45% dei casi di demenza potrebbe essere prevenuto o ritardato intervenendo su 14 fattori di rischio modificabili. Ciò significa che agire tempestivamente sugli stili di vita, sulla salute cardiovascolare, sull’istruzione, sulla riduzione dell’isolamento sociale e sulla qualità dell’ambiente può incidere concretamente sul rischio di sviluppare un deterioramento cognitivo.
La prevenzione, tuttavia, non può essere affidata esclusivamente alla responsabilità individuale. Informare è indispensabile, ma da solo non basta.
Le persone possono adottare comportamenti salutari solo se vivono in contesti che li rendono realmente possibili: servizi territoriali efficienti, medicina di prossimità, spazi dedicati all’attività fisica, percorsi di educazione sanitaria permanenti e una rete sociale capace di contrastare solitudine e fragilità.

La prevenzione delle demenze deve essere considerata un obiettivo strutturale delle politiche pubbliche, attraverso un approccio multidisciplinare che coinvolga sanità, scuola, Università, enti locali, imprese e Terzo Settore.
Il nostro Paese dispone già di strumenti di programmazione importanti, a partire dal Piano Nazionale Demenze e dal Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031. La priorità, pertanto, non è creare l’ennesimo piano, ma rafforzare e rendere maggiormente integrata la strategia nazionale per la salute cognitiva, verificando quanto gli indirizzi già definiti riescano a tradursi in interventi concreti e omogenei sul territorio.

Occorre, in particolare, rendere più efficace il monitoraggio dell’attuazione delle politiche di prevenzione, attraverso indicatori chiari e misurabili che consentano di valutare, tra le diverse realtà regionali, l’effettiva accessibilità ai percorsi di prevenzione, diagnosi tempestiva, presa in carico e sostegno alle famiglie.
La qualità di una politica sanitaria non si misura soltanto dalla sua capacità di essere programmata, ma anche dalla possibilità di verificarne concretamente i risultati. È inoltre necessario verificare quanto gli strumenti della medicina territoriale siano oggi effettivamente in grado di intercettare e accompagnare precocemente le persone a rischio, valorizzando il ruolo dei medici di medicina generale e dell’integrazione multidisciplinare.

La prevenzione deve diventare parte integrante della presa in carico e non rimanere confinata alle campagne di sensibilizzazione. Parallelamente, è opportuno sviluppare e rendere continuativi i programmi di educazione alla salute destinati a tutte le fasce d’età, poiché la prevenzione delle demenze inizia molti anni prima della comparsa dei sintomi. Investire nella scuola significa educare ai corretti stili di vita; investire negli adulti significa favorire la prevenzione cardiovascolare e metabolica; investire negli anziani significa promuovere attività cognitive, relazionali e motorie che preservino autonomia e qualità della vita.

Particolare attenzione merita inoltre il contrasto all’isolamento sociale, riconosciuto dalla comunità scientifica come uno dei fattori associati al declino cognitivo. Favorire reti di comunità, iniziative di volontariato, spazi di aggregazione e percorsi di partecipazione attiva significa investire non soltanto nella coesione sociale, ma anche nella salute pubblica.

Meritocrazia ritiene altresì necessario continuare a sostenere la ricerca scientifica sulle malattie neurodegenerative, favorendo una maggiore integrazione tra Università, centri di ricerca, sistema sanitario e innovazione tecnologica, affinché le nuove conoscenze possano tradursi rapidamente in strumenti di prevenzione, diagnosi e cura. La vera sfida non consiste nell’informare di più, ma nel creare le condizioni affinché la prevenzione diventi una possibilità concreta per tutti. Per questo, accanto alla responsabilità individuale, deve crescere la capacità delle Istituzioni di garantire servizi accessibili, interventi tempestivi e risultati verificabili. Ogni intervento che contribuisca a ritardare l’insorgenza della demenza significa preservare autonomia, dignità e qualità della vita delle persone, sostenere le famiglie e contribuire alla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.
La prevenzione non è un costo: è un investimento. Ma perché sia davvero tale, deve poter essere misurata, verificata e resa accessibile a tutti.

Stop war.

13/08/2026

Francesco Di Rienzo. Autore. Creator. Uomo giovane che ha costruito un percorso fatto di progetti, interessi, talento.
Ma su tutto questo si staglia un ostacolo. Che fa ombra. Buio. Discriminazione. Si chiama sclerosi multipla.
Si chiama sedia a rotelle.
Con annesse gravi limitazioni a una libertà personale di cui nelle istituzioni si fa fatica, nel suo caso, a trovare alleati.
Francesco ce ne parlerà nella terza puntata de Il Demerito dell’Ingiustizia.
Giovedì 13 agosto, ore 17.00. Sui canali social di MI.

La musica delle sigle è Only The Braves, di https://www.fiftysounds.com

13/08/2026

COMUNICATO STAMPA UFFICIALE
MERITOCRAZIA ITALIA: Ridiamo dignità al giornalismo. Un Paese non ha bisogno di tifosi ma di
giornalisti
Dichiarazione di Walter Mauriello, Presidente Meritocrazia Italia
In un tempo in cui assistiamo ad un preoccupante abbassamento del QI culturale del dibattito
pubblico, in cui il rumore ha sostituito il ragionamento e l’insulto ha preso il posto
dell’argomentazione, Meritocrazia Italia sente il dovere di fermarsi e dire una cosa semplice ma
fondamentale: senza stampa libera non c’è democrazia.
Un Paese civile non ha bisogno di tifosi. Ha bisogno di giornalisti.
Ha bisogno di uomini e donne che raccontino i fatti, che li contestualizzino, che facciano domande
scomode, che abbiano il coraggio di dire "non lo so" e la forza di cambiare idea davanti ai dati
È chiaro a tutti che dietro ogni testata ci sono economia, editori, interessi. È legittimo. È il mondo in
cui viviamo.
Ma è proprio per questo che diventa indispensabile rivestire l’informazione di terzietà. Di quella
distanza sana che permette di guardare le cose dall’alto, senza urlare, senza schierarsi a priori.
Oggi invece sembra esserci un paradosso: allo stadio un tifoso può criticare il proprio allenatore e
nessuno si scandalizza.
Nel giornalismo, invece, chi prova a mantenere una posizione terza, critica verso tutti, viene accusato
di tradimento, di tiepidezza, di "non prendere posizione".
Come se l’obiettività fosse una colpa.
Meritocrazia Italia crede nel giornalismo italiano.
Crede nelle grandi menti, nei professionisti, nei cronisti di strada e nei direttori che ancora studiano,
che ancora leggono, che ancora si indignano per le cose giuste.
Se queste energie venissero rese funzionali all’intero sistema, se tornassimo a premiare il merito
anche nelle redazioni, avremmo il primo, vero tassello per ricostruire una cultura sociale meno
aggressiva, meno rancorosa e più efficace.
La storia dell’uomo ce lo insegna: le civiltà non sono cresciute con le guerre e con le offese infinite.
Sono cresciute con equilibri, confronto, cooperazione. Con la capacità di ascoltare il pensiero
differente e di farne una ricchezza, non una minaccia.
La politica è vita. L’informazione è ossigeno.
E la vita ha un senso solo se vince il rispetto, l’umiltà e la lealtà tra persone perbene, anche quando la
pensano diversamente.
È ora di tornare a questo
Stop war
Il Presidente Nazionale
Walter Mauriel

12/08/2026

MERITOCRAZIA ITALIA SUL RIENTRO DEI TALENTI: NO A REGOLE RIGIDE E RIDUZIONE DEGLI INCENTIVI

Meritocrazia Italia osserva con crescente attenzione l’evoluzione del regime fiscale destinato ai lavoratori che rientrano dall’estero, in un momento in cui il Paese continua a perdere capitale umano qualificato e fatica ad attrarre nuove competenze.

Il più recente impianto normativo, introdotto con il d.lg. n. 209 del 2023 e successivamente inciso dalla l. n. 132 del 2025, ha ridotto in modo sensibile la generosità del regime previgente, ben più favorevole nella misura dell’esenzione e nei requisiti di accesso. Il regime attuale dimezza il vantaggio fiscale, portando la tassazione al 50% del reddito per la generalità dei rimpatriati, con una riduzione della base imponibile al 40% solo per chi ha figli minori residenti in Italia insieme al genitore; innalza sensibilmente il periodo minimo di non residenza fiscale in Italia che deve precedere il rientro, fino a sette anni in caso di continuità con il medesimo datore di lavoro estero; introduce un tetto di 600.000,00 euro di reddito annuo agevolabile prima sconosciuto alla disciplina; e vincola l’intero beneficio a un obbligo di permanenza minima di quattro anni, la cui violazione comporta la decadenza totale, con recupero integrale delle imposte non versate e applicazione di interessi e sanzioni.

Un impianto, nel complesso, pensato per contrastare i rimpatri strumentali, ma che nella sua stringenza rischia di produrre effetti opposti all’obiettivo dichiarato di rendere l’Italia più attrattiva per il capitale umano qualificato, limitando la mobilità professionale e riducendo la capacità dei rimpatriati di cogliere nuove opportunità internazionali.

Il quadro risulta ancor più incoerente se confrontato con il trattamento riservato a docenti e ricercatori, categoria per la quale il legislatore ha scelto, con l’art. 44, d.l. n. 78 del 2010, un approccio completamente diverso: nessun tetto di reddito, una detassazione che arriva al 90% degli emolumenti da ricerca e docenza, una durata che può estendersi fino a tredici anni. Mentre ai rimpatriati degli altri settori si chiede stabilità forzata pena la perdita retroattiva del beneficio, a chi rientra per fare ricerca e didattica si offre un regime pensato per attrarre e trattenere competenze senza vincoli altrettanto rigidi. Due modelli opposti che mostrano come l’attuale disciplina degli impatriati non sia allineata alle esigenze di competitività del Paese.

La critica non riguarda il principio della selettività, che anzi Meritocrazia Italia ha già indicato come criterio guida nel Patto Nazionale per il Valore Giovane e il Merito, dove gli incentivi al rientro dei talenti sono pensati come selettivi e legati a chi crea effettivamente lavoro qualificato sul territorio. Il punto è un altro: la rigidità dei meccanismi sanzionatori, che puniscono con la decadenza retroattiva e il recupero integrale delle imposte anche chi, per ragioni professionali o personali sopravvenute, non riesce a rispettare un vincolo di permanenza pluriennale. Una selettività costruita sul merito e sui risultati prodotti è coerente con l’impianto proposto da Meritocrazia; una rigidità costruita su vincoli comportamentali e clausole punitive rischia invece di scoraggiare proprio i profili più mobili e qualificati che si vorrebbero attrarre.

Meritocrazia Italia ritiene pertanto necessario un intervento di revisione del quadro normativo, volto a mantenere il contrasto agli abusi ma a ripristinare attrattività, flessibilità e coerenza strategica. L’approccio attuale è criticabile nella sua impostazione: non si favorisce il rientro dei talenti irrigidendo le regole e indebolendo gli incentivi, perché così si limita la mobilità, si scoraggia chi vorrebbe investire nel Paese e si compromette la capacità dell’Italia di competere nel nuovo scenario globale. Un Paese che vuole crescere deve saper trattenere, valorizzare e richiamare i suoi talenti, costruendo opportunità reali e non ostacoli normativi, e solo una politica fondata sul merito e sulla qualità del lavoro può garantire uno sviluppo credibile e duraturo.

Stop war.

11/08/2026

IL DEMERITO DELL’INGIUSTIZIA - SECONDA PUNTATA
Ti accusano. Poi vien fuori che sei innocente. Ma nessuno ti risarcisce.
Storia di ordinaria e terribile ingiustizia.
Ai microfoni di Meritocrazia Italia.
Ospite l’Avvocata Francesca Sassano. Intervista Stefano Ferri.
Domani, martedì 11 agosto, ore 17.00. Sui canali Fb di MI ♥️🇮🇹

11/08/2026

MERITOCRAZIA ITALIA SU FONDI SAFE, SICUREZZA EUROPEA E SVILUPPO: SI COLGA CON RESPONSABILITÀ LA SFIDA DI UNA VISIONE INTEGRATA

La decisione che l’Italia è chiamata ad assumere nelle prossime settimane riguardo all’eventuale utilizzo dello strumento SAFE (Security Action for Europe), il programma attraverso il quale l’Unione europea mette a disposizione degli Stati membri finanziamenti destinati al rafforzamento delle capacità di difesa e delle filiere industriali strategiche, richiama una riflessione che va ben oltre la sola dimensione finanziaria.

Il dibattito sviluppatosi attorno a questa opportunità evidenzia infatti una questione destinata ad assumere un ruolo sempre più centrale negli anni a ve**re: come conciliare sicurezza, crescita economica, innovazione tecnologica e sostenibilità dei conti pubblici in un contesto internazionale caratterizzato da instabilità geopolitica, trasformazioni industriali e nuove competizioni globali.

Negli ultimi anni l’Europa ha progressivamente preso coscienza della necessità di rafforzare la propria autonomia strategica. Le crisi energetiche, i conflitti ai confini del continente, le tensioni nelle catene di approvvigionamento e la crescente competizione tecnologica tra le principali potenze mondiali hanno evidenziato quanto la sicurezza non possa più essere interpretata esclusivamente in termini militari. Oggi la sicurezza comprende la capacità di garantire approvvigionamenti energetici stabili, proteggere infrastrutture critiche, sviluppare tecnologie avanzate, tutelare sistemi digitali, sostenere la competitività industriale e preservare la resilienza economica e sociale delle comunità.

È in questo quadro che si inserisce SAFE. Lo strumento europeo nasce con l’obiettivo di favorire investimenti condivisi nel settore della sicurezza e della difesa, sostenendo programmi industriali, tecnologici e produttivi ritenuti strategici per il futuro dell’Unione. Una finalità che non riguarda soltanto il rafforzamento delle capacità operative degli Stati membri, ma anche la costruzione di un sistema europeo maggiormente integrato, innovativo e competitivo.

La questione, tuttavia, non può essere affrontata esclusivamente sotto il profilo della disponibilità delle risorse. Ogni investimento pubblico richiede una valutazione attenta degli effetti economici, industriali e sociali che è in grado di generare nel medio e lungo periodo.
Per una realtà come quella italiana, seconda manifattura d’Europa e protagonista in numerosi comparti ad alta specializzazione tecnologica, il tema assume una valenza ancora più significativa. Dall’aerospazio alla difesa, dalla cantieristica alle tecnologie digitali, dalla sicurezza delle infrastrutture alla ricerca avanzata, numerosi settori strategici rappresentano oggi un patrimonio di competenze che può contribuire al rafforzamento del ruolo dell’Italia nelle grandi filiere europee e internazionali dell’innovazione.
L’esperienza maturata negli ultimi anni dimostra che gli strumenti europei possono produrre risultati rilevanti quando vengono accompagnati da obiettivi chiari e da una visione condivisa. È quanto avvenuto con NextGenerationEU, il programma straordinario varato dall’Unione europea dopo la pandemia per sostenere la ripresa economica, favorire gli investimenti e accelerare i processi di modernizzazione degli Stati membri.

Pur in presenza di criticità e ritardi, quell’esperienza ha mostrato come la cooperazione europea possa trasformarsi in una leva concreta di sviluppo quando viene orientata verso finalità comuni. La sfida che oggi si pone davanti alle istituzioni europee è analoga. Costruire una politica della sicurezza non significa scegliere tra difesa e sviluppo, tra innovazione e sostenibilità finanziaria, tra autonomia strategica e cooperazione internazionale. Significa piuttosto individuare un equilibrio capace di tenere insieme esigenze diverse ma complementari.

Per questo, la vera questione riguarda la capacità di definire una strategia complessiva nella quale sicurezza, industria, ricerca, innovazione e crescita economica concorrano a rafforzare la competitività e la resilienza dell’intero sistema europeo. Meritocrazia Italia ritiene che l’Europa abbia oggi l’opportunità di compiere un ulteriore passo nel percorso di integrazione strategica già avviato negli ultimi anni. Perché le risorse disponibili possano tradursi in valore reale sarà però necessario accompagnarle con modelli di governance efficaci, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di superare le logiche contingenti. In un mondo caratterizzato da cambiamenti sempre più rapidi, la vera forza dell’Europa non dipenderà soltanto dalla quantità di risorse che sarà in grado di mobilitare, ma dalla capacità di trasformarle in innovazione, sviluppo, sicurezza e progresso condiviso.
Stop war.

11/08/2026

Indirizzo

Via Passarelli, 15
Matera
75100

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