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16/11/2023

Si riunisce a Bruxelles il Tribunale Internazionale contro il bloqueo a Cuba

Geraldina Colotti

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Il 16 e 17 novembre si riunirà a Bruxelles il Tribunale Internazionale contro il bloqueo a Cuba. L'evento si svolgerà presso la sede del Parlamento Europeo e il dossier con le denunce presentate e la risoluzione della Corte saranno stampati e distribuiti via internet a esponenti politici europei e dell'ONU. Si tratta di un Tribunale a carattere politico, non giuridicamente vincolante, che ha comunque un alto valore simbolico, perché segue la tradizione degli altri tribunali popolari, creati per denunciare guerre, aggressioni e violazioni dei Diritti Umani da parte delle potenze imperialiste.
L’idea è stata approvata durante l'ultimo Vertice dei Popoli, che si è svolto a Bruxelles parallelamente al Vertice ufficiale Unione Europea-CELAC 2023. La proposta è stata lanciata da diverse organizzazioni europee, latinoamericane e statunitensi, quindi oggi la Corte ha rappresentanti in Italia, Spagna, Germania, Grecia, Belgio e Stati Uniti: giuristi, sindacalisti e politici o membri di diverse organizzazioni sociali. Circa 300 persone hanno annunciato la loro presenza a Bruxelles.
Al Vertice dei Popoli, è stato ripreso lo spirito della dichiarazione dell’Avana del 2014, quando la CELAC è stata dichiarata zona di pace, ed è stato riaffermato il suo impegno per la risoluzione pacifica dei conflitti, il rispetto dello stato di diritto e il disarmo nucleare. Principi che Cuba e Venezuela attuano dentro e fuori il continente e che caratterizzano la loro diplomazia di pace. Per questo motivo, il Congresso dei Popoli ha denunciato l'assurda decisione degli Stati Uniti di rinnovare l’inclusione di Cuba fra i paesi “che patrocinano il terrorismo”. In quell’occasione, un discorso forte del presidente cubano, Miguel Díaz Canel, aveva illustrato l’entità del danno causato al popolo cubano dal blocco.
L’Eroe della Repubblica di Cuba e Presidente dell’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli, Fernando González, aveva allora accettato la proposta di creare il Tribunale e l’Assemblea aveva fissato le due date della prima sessione. Ora Fernando, uno dei Cinque Eroi imprigionati negli Stati Uniti, ha spiegato alla stampa il valore del Tribunale e ha sottolineato il ruolo di Norman Paech. Membro della Società democratica dei giuristi, Paech è stato definito “un riferimento importante nel sistema giudiziario tedesco e nella difesa delle cause giuste nel mondo” e figura come il giudice principale della Corte.
Sarà accompagnato da cinque giudici provenienti da Germania, Italia, Grecia e Stati Uniti e tre pubblici ministeri provenienti da Spagna, Stati Uniti e Belgio; tutti rinomati giuristi che avranno il compito di presentare le argomentazioni giuridiche e di preparare la sentenza finale sulla base di informazioni dettagliate sull'impatto del blocco.
I testimoni saranno per lo più statunitensi ed europei, anche se – ha spiegato Fernando González – ci sarà la partecipazione di cubani che vivono all’estero “che servirà come testimonianza per analizzare come questo quadro di norme e leggi incide anche sui paesi europei, violandone la sovranità”, data la sua extraterritorialità. Solo tra il 1°. Nel marzo 2022 e nel 28 febbraio 2023, si stima che i danni causati al popolo cubano dal blocco siano dell’ordine di 4.867 milioni di dollari. Se il blocco non fosse esistito, il PIL di Cuba avrebbe potuto crescere del 9% nel 2022. Più dell’80% dell’attuale popolazione cubana ha conosciuto la propria nazione solo sotto gli effetti devastanti di questa politica.
Una politica genocida praticata da 13 governi nordamericani con il tentativo di strangolare la piccola isola che decise di essere libera dal 1959. Ufficialmente il blocco iniziò il 7 febbraio 1962, con la firma di un ordine esecutivo da parte del presidente John F. Kennedy, ma il processo di strangolamento era iniziato ancor prima che la Rivoluzione definisse il suo carattere socialista. Pochi mesi dopo la vittoria cubana, il presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower sospese l’acquisto della quota di zucchero e ruppe le relazioni diplomatiche il 3 gennaio 1961. Il più lungo blocco imposto ad un paese sovrano cominciò allora a provocare, a tutti i livelli, la massima sofferenza del popolo per indurlo ad abbandonare il socialismo.
La politica aggressiva e unilaterale degli Stati Uniti nei confronti di Cuba si è aggravata dal 2019, sotto l’amministrazione di Donald Trump, che – oltre a dettare 243 misure per rafforzare il blocco – ha incluso Cuba nella lista dei “paesi che patrocinano il terrorismo”. Un’aggressione mantenuta dall’attuale governo di Joe Biden, che ignora i 31 anni di risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che hanno approvano la necessità di porre fine al blocco.
Verrà portato in Tribunale il caso della bambina Natali, malata di cancro da quando aveva due anni, protagonista di La gota de agua, documentario diretto da Yaimi Ravelo e Iriana Pupo, prodotto da Resumen Latinoamericano, che sarà presentato a Bruxelles. L'ICAP trasmetterà in diretta dalla sua sede dell'Avana l'intero evento, che potrà essere seguito attraverso la piattaforma Siempre con Cuba. Anche il sito web del Parlamento europeo trasmetterà la conferenza in streaming.

Geraldina Colotti
Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-si_riunisce_a_bruxelles_il_tribunale_internazionale_contro_il_bloqueo_a_cuba/11_51614/

Venezuela, la destra abbaia ma il popolo non la seguedi Geraldina Colotti“Se un cane morde un uomo non fa notizia, ma se...
03/09/2023

Venezuela, la destra abbaia ma il popolo non la segue

di Geraldina Colotti

“Se un cane morde un uomo non fa notizia, ma se un uomo morde un cane, sì”. La frase data del 1882, viene attribuita a John B. Bogart, caporedattore del New York Sun e viene solitamente citata nelle prime lezioni di giornalismo per introdurre i reporter al favoloso mondo dell’informazione modello nordamericano. Da quando, però, la storia, da scontro di interessi fra le classi è stata trasformata in “narrazione”, e l’informazione in una merce al servizio dei grandi oligopoli, che la gestiscono e frammentano nei centri di smistamento globale, il trucco è quello di trasformare i fatti in uno spettacolo da baraccone, occultandone l’origine e le cause, per costruire “matrici d’opinione”.

Il Venezuela, e prima ancora Cuba, esempio di resistenza e prospettiva generale, ne sono una prova: qualunque latrato, emesso ad uso mediatico dai personaggi agiti da Washington viene moltiplicato fino a sembrare, a seconda degli obiettivi – mostrare forza, commuovere o convincere - un ruggito, o il guaito di un animaletto perseguitato, o la canea minacciosa di una muta che attacca.

Lo schema si intensifica, in Venezuela, a ogni appuntamento elettorale. A cinquant’anni dal golpe in Cile dell’11 settembre 1973, l’imperialismo Usa la pensa ancora come Kissinger che così diceva qualche mese prima della vittoria di Allende alle elezioni del 1970: “Non vedo perché dobbiamo aspettare e permettere che un paese diventi comunista solo per l’irresponsabilità del suo popolo”. Un’”irresponsabilità” che il popolo venezuelano si è assunta da 25 anni, votando ripetutamente il socialismo bolivariano, e per questo continua a sopportare un assedio multiforme, tanto feroce quanto inutile, definito con il termine di “sanzioni”, ma che deve intendersi con quello di “misure coercitive unilaterali”.

Un tema che torna a premere, in forma di rinnovato ricatto o di distorsione simbolica, sulla campagna presidenziale per il 2024, mediante pronunciamenti di organismi internazionali, ong, o personaggi della destra più rancida, che si servono delle piattaforme mediatiche messe a disposizione dagli Usa e dall’Europa.

E così, mentre il vertice dei BRICS denuncia questa pratica genocida, volta a provocare sofferenza nei popoli per indurli a rivoltarsi contro i loro legittimi governi, ecco comparire su quotidiani e piattaforme interviste e dichiarazioni di “opinionisti”, che ribadiscono quanto lo strumento delle “sanzioni” sia fondamentale per indurre il governo bolivariano a cedere il campo alla destra, affinché possa mettere le mani sulle straordinarie risorse del paese.

Come ha dichiarato di recente, Trump avrebbe preferito impossessarsi delle risorse venezuelane con metodi spicci e senza troppe mediazioni, ma la democrazia borghese ha bisogno di ammantare di retorica la propria vera natura, soprattutto quando deve governare con altre intonazioni, come ora è con Biden.

Mentre il lawfare, l’uso della magistratura per fini politici, sta dilagando in America Latina; mentre i potentati economici usano ogni cavillo per violare le loro stesse norme internazionali, arrivando persino a sequestrare e torturare un diplomatico come Alex Saab; mentre, come si è visto con Lula in Brasile, con Cristina in Argentina o con Correa in Ecuador, la destra al governo fa ampiamente uso del lawfare per inabilitare gli avversari politici, si pretende che una golpista dichiarata come Maria Corina Machado usi a proprio piacimento le istituzioni dello Stato, per disconoscerle o servirsene a seconda delle convenienze. La deputata ultra-atlantista, è stata inabilitata per 15 anni non per le sue “idee”, ma per aver capeggiato la parte più violenta dell’opposizione venezuelana.

Durante la trasmissione n. 13 de programma Con Maduro+, nella quale ha illustrato “i quattro consensi fondamentali per il progresso della Patria, per avanzare verso il benessere reale della nazione”, il presidente venezuelano ha commentato l’esistenza di nuovi piani golpisti, confessati da Antonio Ledezma e diffusi sulle reti sociali. L’ex sindaco della Gran Caracas, fuggito in Spagna perché accusato di tradimento, cospirazione, istigazione a delinquere e associazione a delinquere, è membro del Consejo Político Internacional della campagna di Machado.

Ora è oggetto di un altro mandato di cattura internazionale e di una richiesta di estradizione, spiccati dal Pubblico Ministero dopo le sue dichiarazioni rivelate nel programma “Factores de Poder” di Patricia Poleo, altra oppositrice residente a Miami. Secondo Ledezma, Machado sta “conversando” con ufficiali della Forza Armata Nazionale Bolivariana (FANB) affinché appoggino azioni di “disobbedienza civile” in caso il governo volesse far rispettare la legge ed escludere dalla competizione elettorale la pre-candidata inabilitata che, come al solito, si considera al di sopra delle leggi.

Viste le ripetute violenze politiche scatenate in precedenza da questa frangia dell’opposizione, ha detto il presidente Maduro, “la rivelazione non poteva essere più esplicita. Non gli è bastato imporre oltre 900 sanzioni al Venezuela”, ha aggiunto. E ha spiegato che, in una riunione con Diosdado Cabello e la direzione nazionale del PSUV, si è deciso di attivare oltre 4 milioni di Cuadrillas de Paz in tutto il paese. Uomini e donne a capo di queste brigate- ha affermato il presidente – garantiranno l’unione civico-militare in ogni angolo del Venezuela.

E il vicepresidente del Psuv, ha rafforzato il concetto: “Se in Venezuela si verificasse un’azione militare di forze straniere, tutti coloro che hanno richiesto un’invasione saranno considerati nemici di questa Patria e riceveranno lo stesso trattamento riservato ai nemici del Paese”, ha detto Cabello, ribadendo che, in ogni paese, le leggi si rispettano e che se la legge decide di inabilitarti per 15 anni, non lo si può ignorare.

Quindi, ha invitato il popolo a stare all’erta per essere pronto a rispondere alle minacce in maniera efficace e per tempo. “Non c’è niente di più violento, in ambito politico – ha aggiungo il capitano – che annunciare una ribellione militare. Però se io dico che risponderemo, allora il violento sono io: per quei media che censurano, quello violento sarà per forza il PSUV”.

Un punto importante, quello del capovolgimento di responsabilità imposto dalle “matrici di opinioni” e ripetuto sulle reti sociali. Il presidente Maduro vi ha posto l’accento annunciando la necessità di adeguare il linguaggio al livello dell’attacco e a quello dello sviluppo tecnologico. "Bisogna fare – ha detto – un lavoro di qualità e produrre contenuti di qualità per incidere con forza sull'opinione pubblica nazionale e internazionale, sui media, sulle reti e sui muri".

L’obiettivo è quello di costruire “una nuova maggioranza popolare, superiore a quella di cui già conta la rivoluzione, per vincere la censura contro il paese e far conoscere la verità del Venezuela in ogni angolo del mondo”. Per questo, occorre moltiplicare gli strumenti di formazione ideologica e di organizzazione politica delle basi popolari del paese: “Siamo milioni – ha aggiunto il presidente -, ma dobbiamo essere molti di più, per vincere sempre le campagne contro la Patria che si generano sui social network. Bisogna organizzare reti di reti, per superare il veto e la censura contro il Venezuela, non è la prima volta che ci mettono a tacere”.

In questo ambito, anche Maduro, come Chávez, fa la sua parte sulle reti sociali, mostrando tutte le immagini delle mobilitazioni, affinché il popolo possa constatarne l’ampiezza. E il popolo chavista è sceso massicciamente in piazza in ogni stato del Venezuela, per manifestare il sostegno al socialismo bolivariano e al proprio presidente. “Quando il popolo è in piazza – ha detto Maduro - c’è tranquillità, c’è sicurezza”.

Al contrario, la destra venezuelana non deve render conto al popolo, a cui impone – per sua stessa ammissione e per dichiarato obiettivo dei suoi padroni nordamericani – ogni tipo di privazioni e sofferenze affinché si rivolti contro il governo e avalli il fallimento del socialismo in tutte le sue forme. E così, non stupisce il contenuto di un video filtrato, diffuso dal deputato chavista Pedro Carreño, a proposito delle primarie dell’opposizione.

Si sente María Corina Machado lamentare la poca partecipazione ai suoi comizi e a quelli degli altri candidati, confessare il “terrore” di un fiasco ancora più grande a Caracas, e ammettere a malincuore che comunque si deve andare avanti perché “il finanziamento è già stato erogato e ne abbiamo beneficiato tutti”.

Sempre a proposito di finanziamenti, il 16 agosto, nel programma “Con el Mazo Dando”, Diosdado ha ripreso una notizia di Venezuela News e del portale Dolar Today, una piattaforma economico-finanziaria, diretta da venezuelani residenti negli Usa, che per anni ha pervertito il corso del mercato monetario. Diosdado ha denunciato che un’altra pre-candidata della destra, Delsa Solórzano, avrebbe ricevuto 3 milioni di euro dalla fondazione tedesca “Hanns Seidel”.

Sia in questo caso che dopo la diffusione del video, è partita la levata di scudi delle piattaforme foraggiate da Washington, che, nell’affanno di negare le affermazioni del chavismo, hanno messo in evidenza il meccanismo con cui queste reti tossiche costruiscono campagne mediatiche basate su fake-news contro la rivoluzione, ripetute e rilanciate in una strategia “a matrioska”.

Da queste “fonti” traggono spunto i media europei per sostenere l’assenza di libertà di stampa e la “mancanza di trasparenza” che daterebbero dai tempi di Chávez. La lotta contro il latifondo mediatico, come parte della lotta contro i monopoli che privatizzano risorse e potenzialità, è una delle eredità più importanti lasciate dal comandante Chávez alla rivoluzione bolivariana e alla lotta dei popoli nel mondo.

Al contrario, in molti paesi, anche in quelli che godono di una posizione elevata nel parzialissimo World Press Freedom Index 2022, elaborato dalla Ong Reporters senza frontiere, la proprietà dei media è concentrata nelle mani di pochi grandi operatori, che controllano produzione e distribuzione di media diversi, e anche la relativa pubblicità.

Un dato confermato anche dal Rapporto sulla libertà dei media 2023, redatto da Liberties e relativo a 18 paesi europei - Belgio, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Francia, Germania, Ungheria, Irlanda, Italia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Svezia – che segnala un aumento delle aggressioni fisiche, spesso da parte della polizia, e delle cause legali contro i giornalisti.

Il rapporto dice inoltre che le norme sulla protezione dei dati vengono usate per limitare la libertà di informazione, e che la “sicurezza nazionale” serve da pretesto per leggi che limitano la libertà di parola. In Italia, la preoccupazione maggiore è quella legata, da una parte, alle querele temerarie contro i giornalisti, che ne mettono a rischio il lavoro, soprattutto considerando che, in alcuni casi, queste cause sono state promosse da persone che ora ricoprono ruoli cardine al governo del paese; dall’altra, dalla “costante politicizzazione della televisione pubblica, che mina la libertà dei giornalisti”.

L’informazione, insomma, è una merce, che si trasforma in arma per difendere gli interessi del capitale. Ovvio, quindi che le democrazie borghesi dell’Europa e degli Usa, preferiscano la situazione esistente in Venezuela prima del 1998, quando la quasi totalità dello spettro radioelettrico era monopolio delle imprese private della comunicazione, per le quali l’informazione era una merce da regolare in base alle norme del “libero mercato”.

Lo Stato aveva il compito di osservatore passivo, ostaggio di quegli interessi, deputato ad assegnare ulteriori spazi alle imprese private e commerciali. Non per niente, esisteva un solo canale pubblico nazionale, Venezolana Televisión Venezuela (VTV). Si formava così una “opinione pubblica” a misura di mercato, orientata ad impedire i cambiamenti politici che si stavano preparando.

Con la rivoluzione bolivariana, e soprattutto dopo il golpe del 2002 nel quale i grandi media privati ebbero un ruolo attivo a fianco delle oligarchie pilotate da Washington, si mise invece in atto un ampio processo di democratizzazione dei mezzi di comunicazione che, garantendo l’accesso alle classi popolari, consentì di dare contenuto reale al tanto decantato “pluralismo dell’informazione”, ventilato ma negato nei fatti nei paesi capitalisti.

Usando la disinformazione come arma, la guerra mediatica ha preso di mira, con un’intensità mai vista, la figura del presidente Nicolas Maduro, oggetto di discredito quotidiano da quei grandi media che si riempiono la bocca con il “diritto di replica” e con la “libertà di espressione”, quando nessun diritto di replica è stato mai concesso al presidente venezuelano, né si sono presentate rettifiche quando le menzogne diffuse sono state palesemente smentite dai fatti.

E così, ecco partire l’attacco contro la proposta di Maduro circa la necessità di riformulare il Sistema dei Media Pubblici e la Politica comunicativa per adeguarla allo sviluppo delle nuove tecnologie e anche alla sofisticazione raggiunta attraverso queste degli apparati ideologici di controllo, che se ne servono per aumentare il livello della guerra cognitiva e la balcanizzazione dei cervelli.

Un dibattito che il paese porta avanti da anni, raccogliendo suggestioni e proposte nei dibattiti internazionali o nei luoghi particolarmente deputati a questo fine com’è l’Università Internazionale della Comunicazione, diretta da Tania Diaz.

“Siamo liberi, scriviamo in un paese libero e non ci proponiamo di ingannare il pubblico”, disse Chávez, quando, il 30 agosto del 2009, rifondò il quotidiano El Correo del Orinoco. Le stesse parole pronunciate dal Libertador il 27 giugno del 1818, al momento della creazione del Correo del Orinoco: per contrastare la propaganda di guerra usata dall’oligarchia e dall’impero spagnolo contro le gesta indipendentiste, mediante le menzogne quotidiane diffuse dalla potente Gaceta de Caracas.

Ecuador. Entrevista a la socióloga feminista Irene LeónPor Geraldina Colotti, Resumen Latinoamericano, 11 de agosto de 2...
12/08/2023

Ecuador. Entrevista a la socióloga feminista Irene León

Por Geraldina Colotti, Resumen Latinoamericano, 11 de agosto de 2023.

“En Ecuador, el caos del modelo neoliberal”.
Irene León, socióloga y analista política ecuatoriana, es especialista en “alternativas a la globalización y el derecho a la comunicación”. Es parte de la Red de Intelectuales y Artistas en Defensa de la Humanidad (REDH). La entrevistamos sobre la turbulenta situación en Ecuador, que se encamina hacia las elecciones anticipadas del 20 de agosto.
¿Qué lectura das de la sociedad ecuatoriana en vísperas de las elecciones del 20 de agosto?
Estamos en medio de un choque entre dos proyectos, entre dos modelos de país. Por un lado, el neoliberalismo que en esta fase está mostrando una capacidad destructiva inigualable: destrucción de la institucionalidad, de la seguridad, de la convivencia, de la cultura. Desde hace seis años, el retorno del neoliberalismo, que busca trasladar todos los aspectos de la vida al mercado, ha arrasado con todas las conquistas sociales que habíamos alcanzado con la Revolución Ciudadana. No se trata solo de Ecuador, sino de un proyecto más amplio articulado a los poderes fácticos del capitalismo: las corporaciones transnacionales, el capital financiero, el complejo militar-industrial y ahora aquel de los capitales ilícitos que vemos esparcirse en Ecuador y en muchos otros países del mundo. Todo esto tiene graves consecuencias socioeconómicas, como siempre ocurre cuando se produce un retroceso de esta magnitud en un país que, como el nuestro, había vivido una situación muy diferente con la Revolución Ciudadana. Con el retorno del neoliberalismo el país está inmerso en el caos y la violencia relacionada con la desregulación de todo y la eliminación de una política de seguridad propia. En el lado opuesto, está la propuesta de un país soberano, articulada con un proyecto de integración regional, con las iniciativas geopolíticas del Sur y con el enfoque de mundo multipolar. Para Ecuador es más que significativa la posibilidad de retomar un proyecto de país soberano, en la línea de la Constitución vigente que es la del Buen Vivir, que fundamenta no sólo la diversidad económica y productiva o la economía del cuidado, sino que propone una organización de la sociedad que coloca la vida en el centro y no la reproducción del capital.
En la contienda electoral para suceder a Guillermo Lasso figuraban 8 candidaturas, ahora son 7 tras el as*****to de Fernando Villavicencio, candidato que levantó su currículo político con la elaboración de “casos” que sirvieron para sustanciar el lawfare que aún afecta al país. Villavicencio representaba al Movimiento Construye, liderado por la exministra del gobierno de Moreno, María Paula Romo, reconocida por la cruel represión infringida a los movimientos populares e indígena en 2019, conjuntamente con Patricio Carillo, actual candidato principal de ese movimiento a la Asamblea y que como ministro del interior de Lasso, lideró también la política represiva durante las protestas de 2022 y quien representa a los sectores más reaccionarios de la policía en Ecuador. ¿Qué opina de este as*****to -el primero de un candidato presidencial en Ecuador- y cómo se llegó a este punto, considerando que antes Ecuador era considerado un país seguro?
Nos encontramos en un contexto electoral sui generis, provocado por una medida tomada in extremis por el gobierno del presidente Lasso, “la muerte cruzada” que implicó la suspensión y cierre del Parlamento y la convocatoria de elecciones anticipadas. Esta medida es constitucional aún si en este caso no se respetó el procedimiento estipulado. Pero, en fin, estamos en vísperas de elecciones generales, presidenciales y legislativas, en un contexto caracterizado por un brote inédito de violencia política, direccionada hasta aquí principalmente contra el Movimiento Revolución Ciudadana, la principal fuerza política del país. En este escenario se produce el as*****to del señor Villavicencio, un representante de la derecha con una reconocida afinidad con el presidente Guillermo Lasso y sus entornos, que defendió decididamente al presidente con ocasión de su comparecencia a la Asamblea Nacional, que tenía entre sus elementos la investigación de las relaciones del entorno presidencial con una cierta mafia albanesa, pero que no llego a dilucidarse, pues el presidente disolvió la Asamblea. Estamos entonces ante un hecho grave, que lastima al país y a su frágil democracia. Sin embargo, es una expresión del fuerte ascenso de la violencia, correlacionada con la desinstitucionalización operada en estos 6 años de retorno al neoliberalismo. Asimismo, esto muestra la banalización de la política, que también impulsa el neoliberalismo, que considera a las formas organizativas obsoletas, toda vez que valora un enfoque empresarial de la gestión del Estado. En ese contexto de deslegitimación de las organizaciones políticas, entran en el escenario incluso actores ilícitos. Según medios nacionales, ya en febrero 2023 se contaban 61 ataques políticos y 22 políticos asesinados. Esto sólo puede producirse en el caos implantado y hasta propiciado por los gobiernos neoliberales. Como parte de este ambiente se hicieron públicas amenazas recibidas por miembros de la autoridad electoral, lo que demuestra que la violencia política también se dirige contra esta institución. De hecho, ante un escenario de victoria de la candidatura de la Revolución Ciudadana, en los últimos días medios de comunicación corporativos y actores de la derecha han ido colocando demandas de aplazamiento de las elecciones, e incluso no faltan quienes aducen la necesidad de un gobierno de transición integrado por militares, con el fin de evitar el retorno del “correísmo”.
A pesar de estar inmerso en el sistema político que describes, Villavicencio había hecho de la “seguridad” y la “legalidad” su fuerte. ¿Cómo entiendes el problema de la “seguridad”?
Que el crimen organizado se muestre como parte de los actores presentes en un país en caos, es parte de las dinámicas de liberalización del mercado y del sector financiero impulsado por los neoliberales. Es la otra cara de los poderes facticos que gobiernan y pesan en la sociedad, incluso por encima de los gobiernos. Desde hace seis años, Ecuador ha ido cayendo en un precipicio donde se presentan abiertamente estos nuevos actores de poder, que consideran al país como un punto estratégico para el tránsito de dr**as y para el lavado de dinero, con la tácita anuencia de actores gubernamentales. Por esta razón, es erróneo plantear el problema sólo en términos de “seguridad”. Debe ser considerado en términos más generales, como consecuencia de la desvinculación del Estado de sus funciones a favor de una supuesta autorregulación de las fuerzas del mercado. Las fuerzas del mercado, que persiguen sus propios intereses, no pueden “autorregular” la seguridad, ni suplir la necesaria tarea de cuidado, del bien común y de la seguridad ciudadana que corresponde al Estado. El Estado tiene la obligación de garantizar y coordinar todos estos elementos conforme a la legislación nacional y la Constitución, no puede transferirlos a terceros. Y no puede tampoco transferir la defensa de la patria a terceros países. Por lo contrario, en Ecuador, en esta fase de retorno al neoliberalismo, y especialmente con el gobierno de Lasso, se intenta transferir la responsabilidad de la seguridad y la defensa nacional a fuerzas estadounidenses principalmente. Incluso en el marco de la campaña electoral, varios actores de la derecha aducen la violencia a la ausencia de la Base estadounidense de Manta, expulsada por el gobierno de Rafael Correa por ser incompatible con la Constitución que prohíbe las bases extranjeras. La agenda de la derecha, en cambio, contempla un reposicionamiento estratégico que pone en entredicho el control soberano de la defensa nacional.
El uso del poder judicial para fines políticos, el lawfare, es hoy una práctica experimentada por las clases dominantes para deshacerse de sus oponentes políticos. Una práctica que, en su país, hemos visto desarrollarse desde 2017, tras la elección de Lenín Moreno, conocido como traidor a la Revolución Ciudadana. Así, muchas figuras políticas vinculadas a gobiernos anteriores fueron perseguidas o condenadas, comenzando por el vicepresidente Jorge Glas y el mismo expresidente Correa. ¿Cómo analiza este fenómeno y el peso que ha asumido en la política actual, tanto en el Ecuador como a nivel internacional?
Un elemento clave para el análisis de lo que aquí sucede es que el país está inmerso en un intenso proceso de judicialización de la política e instrumentalización del poder judicial para la persecusión de actores de proyectos alternativos de cambio. Esto va acompañado de una persecución mediática. Esto ha operado principalmente contra la dirigencia de la Revolución Ciudadana, que tiene a sus líderes aún en el exilio. No se puede entender el Ecuador de hoy sin considerar este proceso de lawfare. Revolución Ciudadana, que ya lleva 4 políticos asesinados en el proceso electoral de este año, es un movimiento que, desde el regreso del neoliberalismo, es afectado por una persecución y un asedio sostenidos, no obstante sigue siendo considerado la principal fuerza política. En este contexto electoral, todas las encuestas, apuntan a Luisa González, candidata a la presidencia por la Revolución Ciudadana, como ganadora, quien podría pasar en primera vuelta.
Eres una de las impulsoras de un llamamiento internacional contra la violencia política de género. ¿Cómo se expresa esta violencia en Ecuador?
Para ser la representante de la primera fuerza política, proyectada hacia la victoria electoral en primera vuelta, Luisa Gonzáles se arriesgó a ser atacada, sufrió amenazas y violencia política precisamente por ser mujer y de izquierda. Es un fenómeno muy evidente en Ecuador, pero también en otros países de América Latina y más allá. Las mujeres que llevan a cabo proyectos alternativos al capitalismo son objeto de violentos ataques machistas por parte de movimientos políticos y actores de derecha. Le pasa a Luisa, pero también sucedió a otras parlamentarias, ahora depuestas por haber asumido vocerías, entre otras, en las investigaciones del caso Lasso en la Asamblea Nacional a principios de este año y por haber denunciado, entre otras cosas, los vínculos de Lasso o en todo caso de su entorno, con sectores ilícitos. Hay expresiones de violencia política inaudita e impune hacia las mujeres de izquierda. La agresividad del machismo político contra Luisa González 00000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000tiene que ver también con el rechazo de la derecha a las propuesta de igualdad del proyecto de Revolución Ciudadana que ella representa. Además, el pueblo expresa de modo creciente que con la Revolución Ciudadana el país estaba mucho mejor y rechaza el caos actual en que lo ha arrojado el neoliberalismo.
Formas parte de la Red de Intelectuales y Artistas en Defensa de la Humanidad (REDH), que cumple veinte años. ¿Cómo evalúa este tipo de compromiso y qué evolución ve en el futuro?
Desde hace veinte años, la Red de Intelectuales y Artistas en Defensa de la Humanidad impulsa una propuesta de pensamiento y acción para propiciar cambios sistémicos y generar ideas para sustentarlos. Nació haciendo un llamado a la defensa de Cuba como una responsabilidad ética, no sólo para intelectuales y artistas sino también para la humanidad. Al cumplir veinte años este la REDH se propone a renovar y ampliar su propuesta en defensa de la humanidad en un momento en el que este es un reto de alcance planetario. Es imprescindible fortalecer la defensa de Cuba, e incluso valorar más ampliamente sus aportes para la construcción de un mundo diverso y con modos relacionales basados en el respecto de los seres humanos. Este posicionamiento de la REDH es extensivo al proyecto de integración regional y la defensa de la soberanía, especialmente en situaciones como la de Venezuela, afectada por medidas coercitivas unilaterales y un cerco permanente. En esta nueva etapa, la REDH manifiesta la voluntad de comprometerse, a partir del pensamiento y la creatividad, en la construcción de un proyecto de cambio para el mundo entero, en un contexto de graves y crecientes amenazas para la humanidad.

Indirizzo

Via Stradella57/d
Massa
54100

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