08/10/2026
Non siamo eroi. E non vogliamo essere compatiti.
Quante volte, parlando di una persona con disabilità, abbiamo sentito espressioni come «è un eroe», «è davvero speciale», «è incredibile quello che riesce a fare» oppure «l'importante è che si diverta»?
Sono frasi che spesso nascono dalle migliori intenzioni, dalla volontà di incoraggiare, di dimostrare ammirazione o semplicemente di esprimere vicinanza.
Eppure, anche le parole pronunciate con le migliori intenzioni possono contribuire a costruire stereotipi, alimentando una narrazione della disabilità che oscilla continuamente tra due estremi: il pietismo e l'eroismo.
Da una parte c'è chi guarda una persona con disabilità e vede soprattutto le sue difficoltà, ciò che non può fare, gli ostacoli che incontra quotidianamente.
Dall'altra c'è chi trasforma ogni gesto, ogni risultato e ogni esperienza in qualcosa di straordinario, come se vivere, praticare sport o raggiungere un obiettivo fosse necessariamente un'impresa eroica.
Ma in mezzo a questi due estremi ci sono le persone.
Ci sono Felipe e tutti gli altri nostri atleti.
Ci sono le loro personalità, i loro caratteri, le loro ambizioni, i loro sogni.
Ci sono le giornate in cui tutto riesce bene e quelle in cui niente sembra funzionare. Ci sono le vittorie che si festeggiano, le sconfitte che fanno arrabbiare, gli allenamenti difficili, gli errori, le soddisfazioni e la voglia di migliorarsi.
Esattamente come accade a qualsiasi altra persona.
I nostri atleti non scendono in campo per essere considerati eroi, per suscitare commozione o per insegnare una lezione di vita a qualcuno. Scendono in campo perché amano il calcio, perché vogliono giocare, allenarsi, competere, sentirsi parte di una squadra e provare a raggiungere i propri obiettivi.
E no, non è sempre vero che non esistano limiti. I limiti esistono, per tutti, e riconoscerli non significa arrendersi.
Significa conoscerli, lavorarci, imparare a conviverci e, quando possibile, superarli.
Senza che questo debba necessariamente trasformarsi in una storia straordinaria.
Allo stesso modo, non vogliamo che ogni partita venga raccontata soltanto attraverso il divertimento.
Perché il divertimento è fondamentale, ma lo sono anche la competizione, l'impegno, la preparazione e il desiderio di vincere.
Ridurre tutto a un «l'importante è che si divertano» rischia di togliere valore al lavoro che i nostri atleti svolgono ogni settimana.
Non chiediamo di smettere di emozionarvi davanti alle nostre storie.
Chiediamo di guardarle per quello che sono, senza aggiungere etichette che nessuno ha richiesto.
Perché una persona con disabilità non deve necessariamente essere un esempio di coraggio, una fonte di ispirazione o un simbolo di forza.
Ha il diritto di essere semplicemente sé stessa, di avere giornate difficili, di sbagliare, di arrabbiarsi, di avere talento oppure no, di essere applaudita per un bel gol e criticata per una partita giocata male.
Ha il diritto, soprattutto, di non essere definita esclusivamente dalla propria disabilità.
In Insuperabili lavoriamo ogni giorno perché lo sport sia uno spazio in cui ciascuno possa esprimere la propria identità, sviluppare le proprie capacità e trovare opportunità concrete di partecipazione.
Ma sappiamo anche che l'inclusione non si costruisce soltanto sui campi da calcio.
Si costruisce nel modo in cui guardiamo gli altri, nelle aspettative che abbiamo nei loro confronti e, soprattutto, nelle parole che scegliamo per raccontarli.
Per questo vogliamo cambiare la narrazione della disabilità.
Non per cancellare le difficoltà o sminuire i risultati, ma per restituire a ogni persona il diritto di essere raccontata nella sua interezza.
Meno pietismo. Meno eroismo. Più rispetto, più opportunità, più normalità.
Perché prima di essere una storia da raccontare, ciascuno di noi è una persona da conoscere.
E noi siamo Insuperabili. 💙