03/05/2026
Non ti porto via dal buio, non accendo luci per rassicurarti, non ti prometto che passerà presto. Io resto.
Ti custodisco così: senza rumore, senza invadere.
Resto accanto al tuo smarrimento senza chiedergli di cambiare forma, non lo correggo, non lo riduco; lo tengo tra le mani invisibili della presenza perché non si disperda, perché non ti travolga.
Ti preservo da ciò che consuma senza nutrire: dalle parole affrettate, dalle spiegazioni che chiudono troppo in fretta, dagli sguardi che vogliono guarire senza aver prima compreso.
Ti preservo anche da te, quando diventi troppo duro, quando trasformi il dolore in giudizio.
Non faccio molto, eppure faccio ciò che conta: non ti lascio solo dentro ciò che pesa.
Ci sono notti che non chiedono soluzioni, ma una soglia da attraversare, e in quella soglia io non ti trascino, non ti spingo: veglio.
Tengo il filo quando le mani si stancano, custodisco ciò che in te è ancora vivo anche quando non lo riconosci più.
Se cadi nel silenzio, io non lo riempio: lo proteggo.
Se il tuo respiro si fa incerto, io non lo accelero: lo accompagno.
Perché custodire non è trattenere, è permettere che qualcosa resti intatto mentre tutto cambia.
E preservare non è congelare, è difendere ciò che può ancora trasformarsi senza rompersi.
Un giorno, forse, tornerà una luce, ma non sarà quella che cerchi ora: sarà una luce che non ferisce gli occhi, perché avrà imparato dal buio.
E allora capirai che non ti ho salvato: ti ho attraversato con te.
(Carlo D’Angelo - da "Voce delle Soglie")