19/03/2026
DALL’ALASKA ALLA PATAGONIA
Una lettura iniziata con qualche perplessità, proseguita con interesse e coinvolgimento e terminata con tanti spunti di riflessione e la consapevolezza di essersi accostate ad una realtà diversa e, per certi versi, sconosciuta. Questo il giudizio unanime delle lettrici del gruppo di lettura sul libro di Valeria Barbi “Dall’Alaska alla Patagonia” . Non il solito libro di viaggi a cui ci si approccia, cioè il resoconto più o meno interessante su luoghi e popoli diversi, curiosità varie, ma molto di più. Un libro che offre diversi livelli di lettura, su cui le lettrici si sono confrontate, condividendone pienamente il messaggio non sempre scoperto. Già, perché, se in un primo momento ci si era approcciate a questo libro con la convinzione di trovarsi davanti ad una lettura asettica, poiché un libro di viaggi difficilmente offre spunti di riflessione come un saggio o un romanzo psicologico, di riflessione, autobiografico, storico o altro, alla fine non è stato così. L’Autrice, con una scrittura agile, accattivante e coinvolgente riesce a condurre con sé il lettore nel viaggio, preparato minuziosamente e durato due anni, attraverso le due Americhe, letteralmente dal Nord al Sud del mondo. Un viaggio che realizza con il marito ed affronta con lo spirito e la curiosità intellettuale della naturalista, non la studiosa da tavolino, ma la ricercatrice sul campo che vuol verificare personalmente gli effetti negativi dell’inquinamento sulla flora, la fauna, le conseguenze dei cambiamenti climatici sul paesaggio e quindi sulle abitudini di determinate specie ormai in via di estinzione. Ecco che ci offre bellissime descrizioni di paesaggi minacciati dal progresso, dallo sfruttamento irrazionale di risorse naturali, da allevamenti intensivi e monocolture, un degrado progressivo ed irresponsabile, che finirà con il coinvolgere tutti se non si interviene in tempo. In questo scenario si muovono esemplari di uccelli, tartarughe, predatori condannati ad estinguersi, se non ci sarà un richiamo alla responsabilità collettiva, che non veda come unico obiettivo il traguardo economico, conseguito anche con mezzi non legali. Scopriamo così terre bellissime, foreste sacrificate alla coltura intensiva, al narcotraffico, popolazioni locali affamate che sopravvivono praticando il bracconaggio delle uova di tartaruga, apprezzate nella gastronomia locale, il cui prezzo altissimo è il rischio di estinzione di questa specie particolare di tartaruga e tante altre curiosità su specie animali sconosciute in Europa. Non c’è solo questo però. Lungo il racconto veniamo a conoscenza che esiste una fetta di umanità, piccola, che vive viaggiando. Una scelta di vita diversa, che è scelta di libertà. Si vive per strada, dove porta il proprio camper o la propria motocicletta, senza obblighi sociali, vincoli, sovrastrutture. Si vive con poco, con l’essenziale, il superfluo non esiste. Ogni giorno è diverso dall’altro ed ogni giorno può presentare un imprevisto, piacevole o spiacevole. C’è un’unica certezza per questo che possiamo definire “popolo della strada” o cittadini del mondo ed è una certezza che nella società urbana è scomparsa, la solidarietà. Έ sorprendente come si crei tra queste persone una rete insospettata di collaborazione, di rapporti umani nati dal nulla. Perfetti sconosciuti, che si incontrano in una piazzola di sosta, in un punto di ristoro, si riconoscono come viaggiatori e si scambiano informazioni utili sulla strada da affrontare, le condizioni atmosferiche, eventuali pericoli, esperienze vissute. Cadono tutte le barriere, i preconcetti, le varie categorie sociali, ma anche la categoria del tempo su cui regoliamo il nostro vivere quotidiano, si vive alla giornata, nella consapevolezza che un giorno è diverso dall’altro. Cadono le convenzioni. Il condizionamento dell’ “apparire”, così forte nella società urbana, è lasciato a casa da questi viaggiatori al momento della partenza ed è proprio tutto questo induce il lettore ad una riflessione e a mettere in discussione tanti atteggiamenti, pregiudizi e convenzioni. Non è retorica, è spontaneità, è affrontare la propria quotidianità con una prospettiva diversa, come dice l’Autrice “difficile tornare alla vita di prima, dopo aver vissuto due anni così”.