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03/06/2026
03/06/2026

Ieri sera, in Piazza del Quirinale, davanti al Presidente Mattarella, a Giorgia Meloni e a Ignazio La Russa, Paola Cortellesi ha celebrato gli 80 anni della Repubblica.

E lo ha fatto pronunciando e celebrando alcuni nomi.

Irma Bandiera, accecata e fucilata a 29 anni perché partigiana.
Tina Anselmi, partigiana a 17.
Teresa Vergalli, partigiana a 16.
Nilde Iotti e Teresa Mattei, partigiane in lotta e poi madri costituenti.

Nomi che nel Governo nessuno aveva avuto la cura di ricordare. Come se la Repubblica fosse piovuta dal cielo e non costruita da donne e uomini che l’hanno pagata col carcere, con la tortura, con la vita.

C’è voluta un’attrice per restituire quei nomi al Paese, mentre chi governa guardava in silenzio.

Il suo intervento, integrale, qui sotto. Vale la pena leggerlo fino in fondo:

"Ottant'anni fa nasceva la Repubblica Italiana.

Nacque dalla lotta partigiana degli uomini e delle donne della resistenza, Nacque da una scheda piegata in una cabina elettorale, un gesto semplice e insieme rivoluzionario. Dal voto di un popolo che usciva stremato dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e dal lutto.

E nacque, per la prima volta, anche dal voto delle donne.

Dopo aver potuto esprimere la loro preferenza nelle elezioni amministrative di marzo, il 2 e il 3 giugno del 1946 le italiane entrarono nei seggi per partecipare a pieno titolo alla scelta tra monarchia e repubblica e all'elezione dell'assemblea costituente.

Finalmente, almeno lì dentro, la loro voce aveva lo stesso peso di quella di chiunque altro. Prima di quel momento la maggior parte delle donne italiane era cresciuta dentro un'idea precisa di subordinazione e obbedienza. Sotto il regime fascista le donne non erano soltanto escluse dalla vita pubblica ma furono progressivamente ricondotte anche per legge a un unico ruolo considerato naturale: moglie, madre, custode del focolare.

La propaganda fascista celebrava la maternità come missione patriottica: dare figli alla nazione. Ma dietro quella retorica c'era un progetto di limitazione dell'autonomia femminile. Alle donne fu proibito di dirigere scuole medie e superiori, di insegnare materie considerate di alto profilo, come filosofia e storia nei licei.

L'istruzione di bambini e ragazze fu orientata verso lavori donneschi, ovvero mansioni domestiche. Gli studi superiori e le professioni intellettuali venivano altamente sconsigliati. E nel caso in cui una studentessa avesse avuto l'arroganza di proseguire gli studi, avrebbe comunque trovato tasse universitarie raddoppiate rispetto a quelle degli studenti.

Accanto alle norme, anche gli scritti ideologici del tempo teorizzavano la subordinazione femminile.

In questi passaggi del volume "Politica della famiglia" del 1938, scritto dall'economista fascista Ferdinando Loffredo, affiora, a voler pensar male, un certo pregiudizio misogino, seppur velatamente accennato tra le righe: "La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia".

E ancora: "Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l'aumento della disoccupazione maschile".

In sintesi è: vengono a rubarci il lavoro. Questo concetto, devo dire, va ancora fortissimo. È un jolly da giocarsi a seconda delle categorie. Allora erano le donne.

Eppure, in questo oscuro scenario di disuguaglianza, ci furono ragazze giovanissime che decisero di ribellarsi. In un momento storico in cui dissentire non consisteva nel pubblicare una storia su Instagram, ma voleva dire mettere a rischio la propria vita.

Adottarono un nome di battaglia, come misura di sicurezza per sé e per i compagni, e si unirono alle circa 300.000 persone impegnate nella resistenza contro il nazifascismo.

Teresa Vergalli, nome di battaglia Annuska, staffetta, a 16 anni andava in bicicletta con i messaggi nascosti nelle trecce e una piccola rivoltella nel reggipetto per uccidersi qualora fosse caduta nelle mani dei naz*sti. Non ne ebbe bisogno e dopo la guerra girò per le campagne con il facsimile della scheda elettorale per mostrare alle braccianti come apporre il proprio voto su questo misterioso ma importantissimo documento.

Tina Anselmi aveva 17 anni quando fu costretta ad assistere all'impiccagione di 31 prigionieri in piazza. Decise di unirsi alla resistenza. Dedicò poi tutta la sua vita alla tutela dei diritti civili e sociali delle donne.

Irma Bandiera venne catturata da una squadra fascista e seviziata in ogni modo possibile per giorni affinché rivelasse informazioni sui propri compagni. Non lo fece. Venne accecata e uccisa da una raffica di mitra e il suo corpo fu esposto pubblicamente perché tutti vedessero qual era la fine che toccava ai nemici del regime. Aveva 29 anni.

Molte di quelle ragazze erano adolescenti. Molte di quelle ragazze erano adolescenti, non avevano ancora il diritto di lavoro, ma stavano già scegliendo il futuro dell'Italia. E quella scelta aveva un prezzo reale. Il carcere, la tortura, la morte.

Alcune partigiane, finita la guerra, entrarono persino nell'assemblea costituente. Nilde Iotti, che aveva partecipato alla resistenza nei gruppi di difesa della donna, divenne una delle 21 donne costituenti e anni dopo la prima presidente della Camera.

Teresa Mattei, partigiana a 20 anni, contribuì alla scrittura dell'articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.

Ma accanto a queste figure straordinarie c'era la moltitudine silenziosa delle donne comuni, quelle piegate dal lavoro fin dall'infanzia, indottrinate alla sottomissione, destinate nei casi migliori a una vita di obbedienza e nei peggiori a subire ogni sopruso, che avevano allevato i figli nella fame, sotto i bombardamenti, lavorato nei campi, fatto code interminabili per un pezzo di pane e poi contribuito a ricostruire un paese devastato dalla guerra.

Insomma: quelle che non sarebbero finite nei libri di storia e che raramente sono state ringraziate. Proviamo a immaginare cosa abbia significato per quei milioni di donne essere finalmente considerate cittadine, non più soltanto madri o mogli, ma persone. Titolari di una volontà politica e di diritti, essere convocate attraverso il voto a partecipare alle decisioni che riguardavano il futuro collettivo.

Si saranno percepite come gocce nel mare o come parte attiva di qualcosa di più grande? Con quale emozione avranno vissuto quel momento?

La giornalista Anna Garofalo raccontò così quei giorni: "Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere hanno un'autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane. Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d'esame. Ripassiamo mentalmente la lezione, quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d'amore. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, da pari".

Da pari. Con quel gesto nasceva la promessa di una repubblica fondata sulla dignità e sull'uguaglianza.

La promessa di un paese in cui si potesse parlare liberamente, di sentire scegliere chi governa, partecipare alla vita pubblica senza paura.

Una nazione in cui le donne potessero finalmente studiare, lavorare, votare, candidarsi, amministrare i propri beni, costruire il proprio destino fuori dall'obbedienza imposta.

L'effettiva parità salariale, la libertà di camminare sole la sera o di separarsi da un compagno violento senza temere per la propria incolumità. Ecco, queste ultime promesse non sono state ancora mantenute.

Dobbiamo lavorarci.

Dico "dobbiamo" perché se è vero che la sovranità appartiene al popolo, allora ogni cittadino può e deve fare la sua parte. Molto è cambiato da allora. Ma la storia recente ci mostra con brutale chiarezza quanto velocemente il mondo possa cambiare. E quel diritto conquistato 80 anni fa continua a ricordarci che la democrazia non è qualcosa di scontato e che ogni libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderla.

Oggi, festeggiare gli 80 anni della Repubblica Serve a tenere bene a mente quanto sia prezioso vivere in democrazia, che nessun tiranno decida per noi. Serve a ricordare da dove veniamo, a onorare il coraggio di uomini e donne che hanno combattuto per la nostra libertà e a impegnarci ogni giorno a meritarla.

Irma Bandiera, prima di essere fucilata a 29 anni, fece in tempo a scrivere una lettera indirizzata a sua madre: "Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l'ho tanto voluto io stessa".

Quelli dopo di lei siamo noi".

29/05/2026
28/05/2026
27/05/2026

*** Il Saluto al Partigiano Renato Romagnoli - Italiano - sì terrà presso il Pantheon della Certosa di Bologna giovedì 28 maggio 2026 alle ore 9,30 ***

Il Partigiano Renato Romagnoli, Italiano, ci ha lasciato.

Medaglia d’argento al valore militare per il suo coraggio cominciò a 17 anni il suo impegno per liberare l’Italia dal nazifascismo.
Fu fra i 300 eroi che combatterono contro forze nazifasciste preponderanti a Porta Lame, fu fra i combattenti della Bolognina e
fra i 12 partigiani che assaltarono il carcere di San Giovanni in Monte liberando molti detenuti.
Componente della 7a Gap fino alla Liberazione fu fra i primi ad entrare ne centro di Bologna il 21 aprile del 1945.

Fu l’ultimo partigiano presidente dell’Anpi di Bologna dal 2014 al 2016.

Attivissimo nelle scuole bolognesi di ogni ordine e grado fra scolari e studenti per consegnare loro memoria e conoscenza di quella straordinaria stagione.
Lo faceva con l’ironia gentile e intelligente che lo accompagnava sempre nella sua attività.
Ci ha lasciato molte pubblicazioni e interviste che ci consegnano una memoria viva densa del significato e del valore della lotta di Liberazione per la democrazia, la Costituzione e la pace.
Fai buon viaggio, caro Italiano, non ti dimenticheremo e ci impegneremo perché la tua figura di vero Patriota sia di esempio per tanti cittadini.

Anna Cocchi
Presidente ANPI Bologna

22/04/2026

In vista del Giorno della Liberazione, i fascisti - sì, quelli veri - stanno preparando una delle più grandi e gravi offese alla Resistenza degli ultimi ottant’anni.

Si sono dati appuntamenti il 25 aprile a Predappio, davanti alla tomba di Mussolini, per una manifestazione il cui titolo dice già tutto: “La fine dell’antifascismo”.

E sapete chi lo organizza? Nientemeno che Forza Nuova, ovvero un partito neofascista che in un Paese civile sarebbe dovuto essere sciolto nel 1997, ovvero alla sua nascita.

Capitanato da quel Roberto Fiore già condannato in primo grado a otto anni per l’assalto alla Camera del Lavoro della Cgil a Roma nel 2021.

Eppure è ancora lì. Come se nulla fosse.

E sapete cosa accadrà sabato?

Quello che accade sempre, da anni.

Che la polizia e le forze dell’ordine andranno a Predappio, saranno lì in forze, ma mica per far sgomberare e identificare i fascisti, figuriamoci. Saranno lì per proteggerli… dagli antifascisti.

Perché tutti i decreti sicurezza, i pugni duri, la tolleranza zero si applicano ai rave, ai cosiddetti “maranza”, ai migranti, ai manifestanti per Gaza, ai centri sociali, a chiunque esprima una forma sospetta di dissenso.

A tutti. Meno che ai fascisti.

Dal mondo al contrario è tutto.

21/04/2026

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