Ama davvero

Ama davvero Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Ama davvero, Organizzazione no-profit, Ass. Stop Solitudine Via Spirito Antonelli 2, Maggiora.

Progetto di EDUCAZIONE EMOTIVA nelle scuole dell'Assoc.StopSolitudine in collaboraz Pari Opportunità Borgomanero come prevenzione alla violenza.Per stimolare una maturazione affettiva capace di generare individui responsabili, empatici,consapevoli

..prima di un gesto così estremo c'è quasi sempre una storia di emozioni che nessuno ha saputo contenere, nominare, tras...
15/06/2026

..prima di un gesto così estremo c'è quasi sempre una storia di emozioni che nessuno ha saputo contenere, nominare, trasformare…

Quando un ragazzo di diciassette anni arriva a uccidere una zia, una insegnante, una donna di famiglia, non possiamo limitarci a dire “mostro”. È una parola comoda, ci mette al sicuro, ci fa credere che il male abiti sempre altrove. Ma la verità è più dolorosa: prima di un gesto così estremo c’è quasi sempre una storia di emozioni che nessuno ha saputo contenere, nominare, trasformare.

Non sto parlando di giustificare. Un omicidio resta un omicidio. Una vita è stata spezzata e davanti a questo serve rispetto, silenzio, pudore. Ma proprio perché una vita è stata spezzata dobbiamo avere il coraggio di chiederci che cosa accade quando un adolescente non riesce più a stare dentro la frustrazione, quando il limite viene vissuto come un’umiliazione, quando il no diventa una ferita intollerabile.

I ragazzi non nascono capaci di reggere il dolore. Lo imparano se qualcuno resta accanto a loro mentre soffrono, mentre perdono, mentre aspettano, mentre si arrabbiano. Lo imparano se incontrano adulti capaci di contenere senza schiacciare, di dire no senza umiliare, di educare senza abbandonare.

Oggi crescono in un mondo che li abitua al subito, ma la vita non risponde subito. Le relazioni non obbediscono. I soldi dividono. Le famiglie si spaccano. Le parole feriscono. E se dentro non c’è una grammatica emotiva, se nessuno ha insegnato che la rabbia può essere attraversata senza diventare distruzione, allora qualcosa può rompersi.

Non tutti i ragazzi fragili diventano violenti. Anzi, la maggior parte non lo sarà mai. Ma ogni gesto estremo ci ricorda che educare non significa solo proteggere i figli dal dolore. Significa prepararli a incontrarlo senza esserne divorati.

Perché il limite non è una punizione. È una forma d’amore. E forse dovremmo tornare a insegnarlo prima che sia troppo tardi.

Educare all’amore per prevenire la violenza
07/06/2026

Educare all’amore per prevenire la violenza

Lo psicoterapeuta e presidente di Soleterre Damiano Rizzi ha appena pubblicato il libro “Adolescenza, parliamone. Educare all'amore per prevenire la violenza”. «La violenza non nasce all’improvviso: affonda le sue radici nel modo in cui impariamo ad amare, a gestire il rifiuto e a stare nelle relazioni», dice. Per questo l'approvazione della legge sul consenso informato voluta dal ministro Valditara è un errore.

Leggi l’intervista di Veronica Rossi
👉 https://www.vita.it/lo-psicologo-damiano-rizzi-prevenire-la-violenza-significa-insegnare-agli-adolescenti-che-andarsene-e-un-diritto/

03/04/2026

“Possiamo comprare tutto, ma non l’amore. La società moderna ci illude di poter ottenere la felicità senza fatica, ma la verità è che i legami autentici richiedono tempo, energia e una cura quotidiana.
Ecco perché dobbiamo insegnare ai figli non solo a ottenere, ma a sentire e come si coltivano i sentimenti con il tempo, l’ascolto, il rispetto: solo così saranno adulti più consapevoli, liberi e in grado di fare le scelte giuste."
Maura Manca

È da qui che nasce un mondo migliore. Il cambiamento parte da singoli gesti quotidiani, relazioni sane e adulti emotivamente presenti. Da ragazzi, poi adulti, capaci di coltivare legami autentici e di fare scelte guidate non solo dal vantaggio immediato.

Quando ho scritto queste parole mi sono fermata a riflettere su quanto spesso confondiamo il “fare” con l’“essere”. Viviamo in una società che ci spinge a desiderare, accumulare, ottenere risultati rapidi, come se la felicità fosse un traguardo da raggiungere senza passaggi intermedi. Mi sono soffermata soprattutto sul valore del tempo, di quanto questo richieda tempo, quel tempo che oggi sembra non esserci più. È l’insegnamento silenzioso, che passa più dagli esempi che dalle parole, dalla cura quotidiana delle relazioni, dall’attenzione che scegliamo di dedicare agli altri anche quando è faticoso, che sta venendo a mancare (o è già venuto a mancare).

È un impegno che sento mio, ogni giorno, nel modo in cui scelgo di stare con gli altri, perché credo ancora in questa umanità e nell’intelligenza umana, in tutte le sue meravigliose sfumature.

Non vi chiediamo di condividere, taggare la pagina o salvare questo post. Vogliamo che questa comunità lo faccia da sola perché crede nel potere delle parole, della condivisione e delle persone.

Troppo spesso li lasciamo da soli
03/04/2026

Troppo spesso li lasciamo da soli

Lo psicologo e saggista spiega che per stare davvero in relazione con gli adolescenti bisogna ascoltarli: «Attribuiamo il malessere dei ragazzi ai social o ai trapper, ma siamo noi che dovremmo comportarci da adulti e sostenerli». Troppo spesso li lasciamo da soli

E quando un ragazzo si perde, non lo fa all'improvviso. Non è un corto circuito. È un percorso lento, silenzioso, fatto ...
01/04/2026

E quando un ragazzo si perde, non lo fa all'improvviso. Non è un corto circuito. È un percorso lento, silenzioso, fatto di pezzi che si incastrano mentre nessuno guarda davvero.
Prima di quei contenuti, prima di quelle idee, prima ancora di quella rabbia organizzata, c'è quasi sempre una fatica emotiva che non ha trovato spazio. Un senso di esclusione, di inadeguatezza, una vergogna che non si riesce a dire. E quando certe cose non trovano parole, non spariscono. Cambiano forma.

Un ragazzo di 17 anni, a Perugia, stava progettando una strage. Leggi la notizia e la prima reazione è sempre la stessa: paura, rabbia, distanza. “Un mostro.”
Serve dirlo, quasi per proteggerci.

Ma la verità è che a diciassette anni non esistono mostri ma esistono ragazzi che si perdono.

E quando un ragazzo si perde, non lo fa all’improvviso. Non è un corto circuito. È un percorso lento, silenzioso, fatto di pezzi che si incastrano mentre nessuno guarda davvero.

Prima di quei contenuti, prima di quelle idee, prima ancora di quella rabbia organizzata, c’è quasi sempre una fatica emotiva che non ha trovato spazio. Un senso di esclusione, di inadeguatezza, una vergogna che non si riesce a dire. E quando certe cose non trovano parole, non spariscono. Cambiano forma.

Diventano pensiero rigido, diventano rabbia che cerca un colpevole, diventano appartenenza a qualcosa che finalmente ti dice chi sei.

Perché questo è il punto che continuiamo a non voler vedere: nessun ragazzo cerca l’odio per amore dell’odio. Lo cerca perché lì trova una risposta. Sbagliata, pericolosa, ma pur sempre una risposta.

E allora il problema non è solo quello che quel ragazzo stava preparando ma è tutto quello che è successo prima.

È il tempo in cui ha smesso di raccontarsi.
È il momento in cui ha iniziato a stare più dentro uno schermo che dentro una relazione.
È quella linea sottile in cui il disagio diventa invisibile, perché non disturba abbastanza.

Noi adulti arriviamo sempre alla fine della storia.
Quando è troppo tardi per dire “forse c’era qualcosa”.

Ma quel qualcosa c’era già.

01/04/2026

«Nelle nostre scuole ci sono stati tre casi di hikikomori».
«Mio fratello aveva tutti dieci, da quando ha preso il cellulare si è perso».
«Finito di scrollare ci si sente scemi, di aver perso tempo».
«La vita per noi va troppo veloce e il futuro ci spaventa».
«A scuola si vive con l’ansia di prestazione. Sembra che solo un buon voto ci definisca come persone».
«C’è un eccesso di competitività che ci stressa. Una mia compagna una mattina è venuta a scuola, ha legato la bici e poi è scappata perché entrare in classe la terrorizzava».

L'articolo di Walter Veltroni sul Corriere della Sera fotografa le ansie e le paure delle nuove generazioni.

La solitudine ed il mondo virtuale spingono  i giovani verso gesti estremi.  Il  rischio cresce soprattutto nei profili ...
01/04/2026

La solitudine ed il mondo virtuale spingono i giovani verso gesti estremi. Il rischio cresce soprattutto nei profili segnati da isolamento, chiusura e povertà di comunicazione. La solitudine, in questa lettura, può trasformarsi nel terreno su cui si innestano ricerca di conferme e bisogno di esistere agli occhi di una platea. Bisognerebbe evitare che lo spazio online possa diventare l’unico ambiente di riconoscimento…

Una psichiatra analizza l'accoltellamento a scuola a Trescore Balneario, evidenziando come solitudine e mondo virtuale spingano i giovani verso gesti estremi

01/04/2026

Molto spesso, soprattutto in questo periodo, vengo contattata da genitori sinceramente allarmati. La domanda è quasi sempre la stessa: come faccio a capire se mio figlio sta semplicemente attraversando una fase adolescenziale complicata oppure se sta sviluppando qualcosa di più serio, più strutturato, più preoccupante?
E in particolare: come ci si accorge di una possibile traiettoria di personalità malevola, anche con tratti narcisistici marcati?

Partiamo da un punto essenziale: l’adolescenza, di per sé, è una fase turbolenta. È il tempo delle opposizioni, delle provocazioni, degli sbalzi d’umore, della fatica a tollerare i limiti, della ricerca esasperata di conferme. Tutto questo, entro certi confini, è fisiologico. Non bisogna trasformare ogni crisi adolescenziale in una diagnosi. Sarebbe un errore grave.

Il problema nasce quando non siamo più di fronte a un ragazzo in difficoltà, ma a un funzionamento che comincia a prendere una direzione inquietante. E lì bisogna stare molto attenti, perché certi segnali non parlano più soltanto di fragilità evolutiva, ma di un modo distorto e pericoloso di stare in relazione con gli altri.

Uno dei primi aspetti a cui prestare attenzione è l’assenza di empatia reale. Non parlo del classico adolescente egocentrico, che già di suo tende a mettere sé stesso al centro del mondo.

Parlo di qualcosa di diverso ossia la freddezza davanti alla sofferenza altrui, l’incapacità di sentire il danno provocato, la totale indifferenza rispetto al dolore degli altri.
Quando un ragazzo ferisce, umilia, manipola e poi non mostra alcun reale turbamento, alcun senso di responsabilità, alcuna possibilità di mettersi nei panni dell’altro, quel segnale non va mai banalizzato.

Un altro indicatore molto importante riguarda il rapporto con la verità. Ci sono ragazzi che mentono per paura, per evitare una punizione, per immaturità. E poi ci sono ragazzi che usano la menzogna come strumento di controllo. Costruiscono versioni, manipolano i fatti, mettono le persone una contro l’altra, alterano la realtà con una disinvoltura impressionante. In questi casi la bugia non serve a proteggersi: serve a dominare.

Attenzione anche alla gestione della frustrazione. L’adolescente fisiologicamente fatica a tollerare i no, è vero. Ma quando ogni limite viene vissuto come un affronto intollerabile, quando una critica minima scatena reazioni sproporzionate, rabbia vendicativa, disprezzo o bisogno immediato di “farla pagare”, allora non siamo più soltanto nel territorio dell’insofferenza adolescenziale. Siamo davanti a una vulnerabilità narcisistica molto più seria, che può trasformare qualsiasi ferita dell’Io in un attacco all’esterno.

C’è poi il tema della grandiosità. Alcuni ragazzi sviluppano un’immagine di sé gonfiata, arrogante, apparentemente invincibile. Ma dietro quella facciata non c’è forza: c’è spesso una struttura fragilissima, che ha bisogno continuo di conferme, ammirazione, potere, controllo. Sono ragazzi che non tollerano di non essere speciali, che reagiscono malissimo quando non vengono riconosciuti, che svalutano chiunque osi contraddirli, che tendono a usare gli altri come strumenti e non come persone.

Un segnale molto serio è anche la presenza di comportamenti crudeli ripetuti, non episodici. Penso all’umiliazione sistematica dei coetanei, al bullismo esercitato con gusto, alla derisione feroce di chi è più fragile, al piacere quasi evidente nel mettere in difficoltà l’altro. E ancora più allarmante è quando tutto questo avviene senza rimorso, senza dubbio, senza alcuna capacità di interrogarsi sulle conseguenze.

La vera differenza, però, non la fa il singolo episodio. La fanno la costanza, la rigidità e il peggioramento nel tempo. Un adolescente in crisi può avere momenti molto brutti, anche intensi. Ma conserva, se aiutato, margini di recupero, momenti di contatto, capacità di mettersi in discussione. Una traiettoria evolutiva pericolosa, invece, tende a diventare stabile: il ragazzo non impara dall’esperienza, non corregge il tiro, non sente il peso del danno che provoca, anzi spesso si convince di avere sempre ragione e di essere circondato da persone stupide, ingiuste o da usare.

A quel punto la domanda non deve essere: “Passerà da solo?”.
Perché molto spesso la risposta è no.

Quello che i genitori devono fare, in questi casi, è smettere di minimizzare, smettere di giustificare tutto come “età difficile” e smettere di aver paura di chiedere aiuto. Osservare con lucidità non significa etichettare un figlio. Significa assumersi la responsabilità di intervenire in tempo. Prima che quel funzionamento si consolidi. Prima che il disagio diventi stile relazionale. Prima che la mancanza di empatia, il bisogno di dominio e la rabbia vendicativa diventino il suo modo abituale di stare al mondo.

Serve una valutazione seria, competente, fatta da professionisti che conoscano bene la psicologia dell’età evolutiva. Non improvvisazioni. Non diagnosi fai-da-te. Non rassicurazioni superficiali. Perché ci sono ragazzi che soffrono e chiedono aiuto in modo confuso. E ce ne sono altri che stanno invece strutturando un funzionamento profondamente disturbato, e lasciar correre, in quei casi, è il modo migliore per peggiorare tutto.

Il punto, come sempre, è uno solo: vedere in tempo quello che c’è davvero.
Non quello che speriamo di vedere.
Non quello che ci rassicura.
Ma quello che i comportamenti, con crudele chiarezza, stanno già raccontando.

18/03/2026

Me lo ha detto una ragazza di 14 anni.
A bassa voce.
Non per farsi notare ma perché on aveva trovato un altro modo.

Oggi sappiamo che l’autolesionismo tra i ragazzi è raddoppiato negli ultimi anni. E riguarda circa 1 ragazzo su 10.

Ma i numeri, da soli, non bastano.

Perché quel gesto non parla di morte, parla di un dolore che non trova casa.

Quando le emozioni non hanno parole, quando non trovano spazio,quando non incontrano uno sguardo che le accoglie… il corpo prova a dirlo al posto loro.

E allora quel segno diventa una richiesta.
Confusa, silenziosa, ma potentissima.

Non è una moda, non è un capriccio.
È un tentativo di reggere qualcosa che da soli non si riesce a sostenere.

E forse dovremmo chiederci dove siamo noi adulti mentre tutto questo accade?

Perché quel gesto arriva dopo. Molto spesso dopo il silenzio, dopo la solitudine.
Dopo la paura di essere un peso.

Abbiamo “insegnato” ai ragazzi a essere forti,
ma non a essere fragili.

E senza uno spazio sicuro, la fragilità cerca altre strade.

Un ragazzo non smette perché glielo vieti ma smette quando sente che qualcuno può stare con lui anche lì, dove fa male.

Senza giudicare, senza avere fretta, senza andare via.

Perché ogni ferita visibile nasce da una invisibile.

E quella ha bisogno, prima di tutto, di essere vista.

Dobbiamo educare alla gestione della rabbia.Dobbiamo insegnare che la frustrazione si può attraversare senza distruggere...
08/02/2026

Dobbiamo educare alla gestione della rabbia.Dobbiamo insegnare che la frustrazione si può attraversare senza distruggere. Ma soprattutto dobbiamo tornare a educare al rispetto. Quello vero. Quello che accetta che l'altro non ci appartiene. Che un "no" non è una provocazione, ma un confine. Che la libertà dell'altro viene prima del nostro ego ferito.

Un’altra notte.
Un’altra ragazza.
Un altro rifiuto che diventa insopportabile.
Un’altra vita che finisce perché qualcuno non ha retto un “no”.

Zoe aveva 17 anni. Una vita che stava iniziando, un lavoro, una prospettiva, una normalità fragile ma vera. È morta così, in un canale, dopo una sera qualunque. E ancora una volta il copione è sempre lo stesso: un ragazzo, un interesse non corrisposto, l’incapacità di fermarsi, di accettare il limite.

Qui non c’è gelosia.
Qui non c’è amore.
Qui c’è un fallimento profondo: quello del rispetto.

Come psicologo continuo a vederla, questa scena, anche lontano dalla cronaca. La vedo nei ragazzi che non tollerano la frustrazione, che vivono il rifiuto come un’umiliazione, che trasformano il dolore in rabbia e la rabbia in controllo. La vedo in una cultura che confonde il desiderio con il possesso, l’insistenza con la virilità, la perdita con l’annientamento dell’altro.

Dobbiamo educare alla gestione della rabbia, sì.
Dobbiamo insegnare che la frustrazione si può attraversare senza distruggere.
Ma soprattutto dobbiamo tornare a educare al rispetto. Quello vero. Quello che accetta che l’altro non ci appartiene. Che un “no” non è una provocazione, ma un confine. Che la libertà dell’altro viene prima del nostro ego ferito.

Non è una questione di mostri.
È una questione di responsabilità adulta, culturale, collettiva.
Perché ogni volta che minimizziamo, giustifichiamo, banalizziamo, stiamo preparando il terreno alla prossima notte. Alla prossima ragazza. Al prossimo “non ha retto”.

E a forza di non reggere i “no”, stiamo insegnando ai nostri figli che tutto è dovuto. Anche una vita.

Indirizzo

Ass. Stop Solitudine Via Spirito Antonelli 2
Maggiora
28014

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Ama davvero pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Scelte rapide

Condividi