14/08/2026
TRUMP-NETANYAHU
UN'ALLEANZA CHE SCRICCHIOLA
Condivido il mio articolo uscito su il manifesto di martedì 11 agosto
Non è una turbolenza passeggera quella che contrappone due egocentrici, bellicosi presidenti-tiranni quali sono Trump e Netanyahu. La divaricazione d’interessi strategici che va manifestandosi fra gli Stati Uniti ed Israele è una tendenza storica inesorabile che sovrasta la postura dei leader e delle loro classi dirigenti, accomunate peraltro dalla medesima retriva ideologia suprematista. In ambedue i paesi si voterà a pochi giorni di distanza, fra il 27 ottobre e il 3 novembre prossimi. Guerra e campagna elettorale acuiscono nelle rispettive opinioni pubbliche un clima di sospetto, la fine di ogni certezza.
Conosciamo tutti le ragioni strutturali, gli intrecci finanziari, tecnologici e militari, le affinità culturali per cui l’alleanza fra la superpotenza americana e lo Stato ebraico sembrerebbe destinata a durare in eterno. Ma così non è perché il mondo sta andando in tutt’altra direzione e gli Accordi di Abramo tramite cui, sei anni or sono, ci si era illusi di avviare una pacificazione definitiva fra i regimi dell’islam sunnita e Israele -tanto a chi sarebbe importata la malasorte di qualche milione di palestinesi?- si sono rivelati un fallimento. L’indole razzista di Trump, aver creduto che la questione palestinese fosse un dettaglio trascurabile visto che i paesi arabi se ne disinteressavano, e dunque il via libera concesso alla colonizzazione ebraica in Cisgiordania e alla distruzione di Gaza, lo hanno trascinato fin nella trappola di Hormuz. Nel rapporto con Netanyahu pensava di essere lui il padrone ma Bibi gli ha più volte morsicato la mano. Infranti di continuo i cessate il fuoco da lui stipulati, aperti nuovi fronti di guerra là dove lui tentava di circoscriverli -in Libano, Siria, Yemen- fino all’umiliante presa di distanze di domenica scorsa da quell’”accordo storico per il disarmo di Hamas e il ritiro delle forze israeliane da Gaza” che Trump aveva definito “un passo monumentale” neanche due settimane prima. A seguire è giunto l’ultimo colpo demolitore degli Accordi di Abramo: il Mecca joint agreement sottoscritto fra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, patto militare che sarebbe un’ingenuità ridurre a monito sunnita contro l’Iran sciita; poiché al tempo stessa vuol essere una sfida a Israele e una diffida agli Usa.
Negli Stati Uniti diviene sempre più trasversale la presa di distanze da Israele, vissuto come un intralcio a relazioni tranquille col mondo islamico, fattore di ricatto piuttosto che avamposto della civiltà occidentale. L’ammirazione delle destre nazionaliste per la brutalità di Israele va usurandosi. Non sarà certo per solidarietà umana nei confronti dei palestinesi ma semmai per tutelare i propri interessi energetici e finanziari che i nazionalisti ripudieranno, all’occorrenza, il proprio “sionismo cristiano”.
Quanto a Israele, la pulsione impersonata da Netanyahu col suo tagliare tutti i ponti alle spalle, proclamando che finché lui resterà al governo i palestinesi mai avranno uno Stato, si fonda tuttora sulla convinzione che gli Usa, seppur recalcitranti, non possano fare altro che sostenere sempre le sue guerre. E a rimorchio che neanche Regno Unito, Germania e Francia abbiano altra scelta.
Al di là di ogni considerazione morale, quanto è verosimile questo calcolo? La maggioranza degli otto milioni di ebrei israeliani, purtroppo, sospinti dalla convinzione che la propria sopravvivenza non consenta pietà per i loro vicini di casa arabi palestinesi, oggi sembra propensa al “soli contro tutti”. Ma gli equilibri internazionali scricchiolano. Quand’anche l’indignazione dell’opinione pubblica mondiale possa venir repressa ancora a lungo, i gruppi di pressione globali danneggiati dalla prepotenza israeliana hanno sempre più voce in capitolo. Del tutto obsoleto è lo schema propagandistico basato sulla contrapposizione fra un “mondo libero” e le “potenze del male”. Dietro alla crisi diplomatica senza precedenti apertasi con la Casa Bianca, comincia a delinearsi possibile un rovesciamento del sistema di alleanze.
Ottant’anni fa, nel 1947, prima il decadente impero britannico in India con la disastrosa grande Partizione, e poi le Nazioni Unite con la spartizione in due della Palestina, alimentarono conflitti che ancora si protraggono. La storia non torna indietro. Immaginare al giorno d’oggi nuove partizioni su base etnica o di appartenenza religiosa vorrebbe dire solo precipitare in una catena di guerre civili. I due amici-nemici Trump e Netanyahu ne sono la riprova.