18/08/2026
POLIZIA PENITENZIARIA: BASTA LASCIARE GLI AGENTI SOLI DAVANTI ALLA RESPONSABILITÀ DELL’USO DELLA FORZA
Il Segretario Generale CIISA Penitenziari: “Servono regole chiare, garanzie per chi opera e uno scudo penale per gli interventi legittimi”
La vicenda dell’agente della Polizia Penitenziaria che, nel pomeriggio di domenica 17 agosto, ha esploso tre colpi di pi***la all’interno del Pronto Soccorso dell’ospedale di Prato, colpendo a una gamba un giovane detenuto di 22 anni che, secondo le prime ricostruzioni, stava tentando di fuggire dopo aver utilizzato un estintore e provocato il caos nel reparto di emergenza, impone una riflessione seria che non può essere liquidata con la semplice notizia dell’iscrizione dell’operatore nel registro degli indagati.
Secondo quanto riferito, all’agente sarebbe stata contestata l’ipotesi di tentato omicidio.
Come organizzazione sindacale, sia chiaro, non intendiamo sostituirci alla magistratura né anticipare valutazioni sulla responsabilità individuale dell’operatore. Saranno gli organi competenti a stabilire se l’azione sia stata conforme alla legge.
Ma una domanda politica e istituzionale deve essere posta con forza: come può un appartenente alle Forze di polizia essere chiamato a intervenire in pochi secondi, davanti a una situazione di grave pericolo, se ogni decisione assunta nell’emergenza rischia successivamente di trasformarsi in un procedimento penale?
La questione non riguarda soltanto l’episodio di Prato.
Riguarda tutti gli appartenenti alla Polizia Penitenziaria che ogni giorno affrontano detenuti violenti, aggressioni, rivolte, tentativi di fuga, minacce, risse e situazioni nelle quali devono decidere in pochissimi secondi quale sia il comportamento necessario per proteggere sé stessi, i colleghi, il personale sanitario e gli stessi detenuti.
A Prato la situazione è particolarmente delicata. La casa circondariale della Dogaia è stata recentemente interessata da gravissimi episodi di violenza e la stessa Procura ha richiamato l’attenzione sul sovraffollamento e sulle condizioni di illegalità presenti nell’istituto. (ANSA.it)
In questo contesto, non possiamo accettare che l’agente venga lasciato solo davanti alla responsabilità delle proprie decisioni operative.
GLI EPISODI DI VIOLENZA CONTRO GLI AGENTI
La questione diventa ancora più evidente se si considera che gli operatori penitenziari sono frequentemente costretti a intervenire fisicamente per fermare detenuti aggressivi.
Ci sono colleghi che, nel tentativo di riportare alla calma un detenuto, sono stati aggrediti, colpiti e presi a schiaffi.
E vi sono vicende giudiziarie che hanno coinvolto anche appartenenti ai ruoli degli ispettori, dimostrando quanto sia complesso, in determinate situazioni, ricostruire a posteriori la dinamica di un intervento avvenuto in pochi secondi.
Non possiamo però accettare che il sistema produca una situazione paradossale: il detenuto può aggredire, reagire, fuggire o creare una situazione di grave pericolo, mentre il poliziotto deve contemporaneamente difendersi, proteggere gli altri e preoccuparsi di come un magistrato, mesi o anni dopo, interpreterà la sua decisione.
Questo non significa chiedere impunità.
Significa chiedere certezza del diritto.
SE L’ARMA DIVENTA UN RISCHIO GIUDIZIARIO, SI RISCHIA DI PARALIZZARE IL SISTEMA
Arriviamo allora a una provocazione che, proprio perché provocatoria, merita una risposta politica:
se ogni utilizzo dell’arma da parte di un operatore di polizia deve essere considerato, a posteriori, come potenzialmente criminoso, perché continuare ad armare gli agenti senza contemporaneamente garantire un quadro normativo chiaro e una tutela effettiva?
Non stiamo chiedendo che gli agenti utilizzino le armi con leggerezza.
Al contrario.
Chiediamo che l’uso dell’arma sia disciplinato da regole precise, conoscibili preventivamente e applicabili con certezza.
Un poliziotto deve sapere prima di intervenire quali sono i limiti entro i quali può agire per fermare una minaccia grave e attuale.
Non può scoprirlo soltanto dopo, davanti a un procedimento penale.
SERVE UNO SCUDO PENALE PER CHI OPERA NEL RISPETTO DELLA LEGGE
Il Parlamento deve affrontare definitivamente il problema.
Occorre introdurre una disciplina più chiara sulla responsabilità dell’operatore delle Forze di polizia che interviene nell’esercizio delle proprie funzioni per fronteggiare una situazione di pericolo.
Uno scudo penale, naturalmente non assoluto, deve proteggere l’agente quando l’uso della forza o dell’arma avviene nel rispetto delle condizioni previste dalla legge, secondo necessità, proporzionalità e nell’immediatezza di una situazione di pericolo.
La tutela non può trasformarsi in impunità.
Ma nemmeno la responsabilità penale può trasformarsi in una sorta di rischio professionale permanente per chi porta un’uniforme.
LE NOSTRE PROPOSTE
Come CIISA Penitenziari riteniamo necessario aprire immediatamente un confronto con Governo e Parlamento per arrivare a una riforma organica che preveda:
1. Regole chiare sull’uso delle armi da parte della Polizia Penitenziaria, con particolare riferimento alle situazioni di pericolo grave e attuale.
2. Tutela penale dell’operatore quando l’intervento sia effettuato nell’esercizio delle funzioni e nel rispetto dei principi di necessità e proporzionalità.
3. Disciplina specifica per i tentativi di fuga dei detenuti, distinguendo chiaramente le diverse situazioni di pericolo e prevedendo procedure operative uniformi.
4. Norme specifiche per i posti di controllo e i mancati arresti, soprattutto quando il mancato rispetto dell’alt rappresenti un pericolo concreto per gli operatori o per la collettività.
5. Procedure certe per l’intervento in caso di rivolta, aggressione collettiva o tentativo di evasione, evitando che ogni decisione operativa venga valutata esclusivamente con il senno di poi.
6. Formazione obbligatoria e periodica sull’uso delle armi e della forza, accompagnata da addestramento realistico sulle situazioni che gli agenti affrontano quotidianamente.
7. Bodycam e sistemi di videoregistrazione degli interventi, laddove compatibili con la normativa e con le esigenze di sicurezza, proprio per consentire una ricostruzione oggettiva degli eventi e tutelare tanto il cittadino quanto l’operatore.
8. Assistenza legale immediata per gli appartenenti alla Polizia Penitenziaria coinvolti in procedimenti connessi all’attività di servizio, affinché nessun agente debba affrontare da solo le conseguenze giudiziarie di un intervento operativo.
9. Potenziamento degli organici e degli strumenti di sicurezza, perché non si può pretendere che pochi agenti gestiscano situazioni di crescente violenza con strumenti insufficienti.
10. Una revisione complessiva della normativa sulla fuga dei detenuti, affinché sia chiaro quali siano i poteri dell’operatore quando la fuga comporti un concreto e immediato pericolo per altre persone.
NON CHIEDIAMO PRIVILEGI. CHIEDIAMO CERTEZZA.
La Polizia Penitenziaria non chiede una licenza di sparare.
Chiede qualcosa di molto più semplice: sapere con certezza cosa la legge consente di fare quando, in pochi secondi, bisogna scegliere tra intervenire o lasciare che una situazione di pericolo degeneri.
Perché è troppo facile giudicare un intervento seduti dietro una scrivania, conoscendo già tutto quello che è accaduto.
L’agente, invece, deve decidere in pochi secondi.
E se sbaglia, può mettere a rischio la propria vita, quella dei colleghi, del personale sanitario, dei cittadini o degli stessi detenuti.
Ma se interviene, non può vivere con la paura che ogni decisione assunta nell’emergenza possa trasformarsi automaticamente in un’accusa per un reato gravissimo.
La presunzione di innocenza deve valere anche per il poliziotto.
Essere iscritti nel registro degli indagati non significa essere colpevoli. E questo principio deve essere difeso con la stessa forza con cui si difendono tutti gli altri principi fondamentali dello Stato di diritto.
La politica abbia il coraggio di intervenire.
Scriva norme chiare.
Stabilisca responsabilità e limiti.
Garantisca formazione, mezzi e assistenza legale.
E soprattutto restituisca agli uomini e alle donne della Polizia Penitenziaria la certezza che, quando intervengono legittimamente per difendere la sicurezza, lo Stato non li lascerà soli.
Perché uno Stato che pretende dai propri poliziotti coraggio, disciplina e sacrificio deve essere altrettanto coraggioso nel difenderli quando svolgono il proprio dovere.
Dott. Romeo Chierchia
Segretario Generale CIISA Penitenziari