PIAS - Polizia Interforze per l’Assistenza e la Solidarietà

Chiama Indicazioni

PIAS - Polizia Interforze per l’Assistenza e la Solidarietà P.I.A.S. – Polizia Interforze per l’Assistenza e la Solidarietà. Insieme per aiutare, sostenere e costruire fiducia.

Uniti per servire, anche fuori dal servizio. 💙🇮🇹

https://www.facebook.com/share/1DifXmA6W2/?mibextid=wwXIfr
19/08/2026

https://www.facebook.com/share/1DifXmA6W2/?mibextid=wwXIfr

Spari al pronto soccorso, parlano i sindacati 3 min. 19 Agosto 2026 Proseguono le indagini per accertare esattamente cosa è accaduto domenica pomeriggio al pronto soccorso. Le immagini delle telecamere di videosorveglianza dell’ospedale Santo Stefano di Prato sono al centro dell’indagine per .....

POLIZIA PENITENZIARIA: BASTA LASCIARE GLI AGENTI SOLI DAVANTI ALLA RESPONSABILITÀ DELL’USO DELLA FORZAIl Segretario Gene...
18/08/2026

POLIZIA PENITENZIARIA: BASTA LASCIARE GLI AGENTI SOLI DAVANTI ALLA RESPONSABILITÀ DELL’USO DELLA FORZA

Il Segretario Generale CIISA Penitenziari: “Servono regole chiare, garanzie per chi opera e uno scudo penale per gli interventi legittimi”

La vicenda dell’agente della Polizia Penitenziaria che, nel pomeriggio di domenica 17 agosto, ha esploso tre colpi di pi***la all’interno del Pronto Soccorso dell’ospedale di Prato, colpendo a una gamba un giovane detenuto di 22 anni che, secondo le prime ricostruzioni, stava tentando di fuggire dopo aver utilizzato un estintore e provocato il caos nel reparto di emergenza, impone una riflessione seria che non può essere liquidata con la semplice notizia dell’iscrizione dell’operatore nel registro degli indagati.

Secondo quanto riferito, all’agente sarebbe stata contestata l’ipotesi di tentato omicidio.

Come organizzazione sindacale, sia chiaro, non intendiamo sostituirci alla magistratura né anticipare valutazioni sulla responsabilità individuale dell’operatore. Saranno gli organi competenti a stabilire se l’azione sia stata conforme alla legge.

Ma una domanda politica e istituzionale deve essere posta con forza: come può un appartenente alle Forze di polizia essere chiamato a intervenire in pochi secondi, davanti a una situazione di grave pericolo, se ogni decisione assunta nell’emergenza rischia successivamente di trasformarsi in un procedimento penale?

La questione non riguarda soltanto l’episodio di Prato.

Riguarda tutti gli appartenenti alla Polizia Penitenziaria che ogni giorno affrontano detenuti violenti, aggressioni, rivolte, tentativi di fuga, minacce, risse e situazioni nelle quali devono decidere in pochissimi secondi quale sia il comportamento necessario per proteggere sé stessi, i colleghi, il personale sanitario e gli stessi detenuti.

A Prato la situazione è particolarmente delicata. La casa circondariale della Dogaia è stata recentemente interessata da gravissimi episodi di violenza e la stessa Procura ha richiamato l’attenzione sul sovraffollamento e sulle condizioni di illegalità presenti nell’istituto. (ANSA.it)

In questo contesto, non possiamo accettare che l’agente venga lasciato solo davanti alla responsabilità delle proprie decisioni operative.

GLI EPISODI DI VIOLENZA CONTRO GLI AGENTI

La questione diventa ancora più evidente se si considera che gli operatori penitenziari sono frequentemente costretti a intervenire fisicamente per fermare detenuti aggressivi.

Ci sono colleghi che, nel tentativo di riportare alla calma un detenuto, sono stati aggrediti, colpiti e presi a schiaffi.

E vi sono vicende giudiziarie che hanno coinvolto anche appartenenti ai ruoli degli ispettori, dimostrando quanto sia complesso, in determinate situazioni, ricostruire a posteriori la dinamica di un intervento avvenuto in pochi secondi.

Non possiamo però accettare che il sistema produca una situazione paradossale: il detenuto può aggredire, reagire, fuggire o creare una situazione di grave pericolo, mentre il poliziotto deve contemporaneamente difendersi, proteggere gli altri e preoccuparsi di come un magistrato, mesi o anni dopo, interpreterà la sua decisione.

Questo non significa chiedere impunità.

Significa chiedere certezza del diritto.

SE L’ARMA DIVENTA UN RISCHIO GIUDIZIARIO, SI RISCHIA DI PARALIZZARE IL SISTEMA

Arriviamo allora a una provocazione che, proprio perché provocatoria, merita una risposta politica:

se ogni utilizzo dell’arma da parte di un operatore di polizia deve essere considerato, a posteriori, come potenzialmente criminoso, perché continuare ad armare gli agenti senza contemporaneamente garantire un quadro normativo chiaro e una tutela effettiva?

Non stiamo chiedendo che gli agenti utilizzino le armi con leggerezza.

Al contrario.

Chiediamo che l’uso dell’arma sia disciplinato da regole precise, conoscibili preventivamente e applicabili con certezza.

Un poliziotto deve sapere prima di intervenire quali sono i limiti entro i quali può agire per fermare una minaccia grave e attuale.

Non può scoprirlo soltanto dopo, davanti a un procedimento penale.

SERVE UNO SCUDO PENALE PER CHI OPERA NEL RISPETTO DELLA LEGGE

Il Parlamento deve affrontare definitivamente il problema.

Occorre introdurre una disciplina più chiara sulla responsabilità dell’operatore delle Forze di polizia che interviene nell’esercizio delle proprie funzioni per fronteggiare una situazione di pericolo.

Uno scudo penale, naturalmente non assoluto, deve proteggere l’agente quando l’uso della forza o dell’arma avviene nel rispetto delle condizioni previste dalla legge, secondo necessità, proporzionalità e nell’immediatezza di una situazione di pericolo.

La tutela non può trasformarsi in impunità.

Ma nemmeno la responsabilità penale può trasformarsi in una sorta di rischio professionale permanente per chi porta un’uniforme.

LE NOSTRE PROPOSTE

Come CIISA Penitenziari riteniamo necessario aprire immediatamente un confronto con Governo e Parlamento per arrivare a una riforma organica che preveda:

1. Regole chiare sull’uso delle armi da parte della Polizia Penitenziaria, con particolare riferimento alle situazioni di pericolo grave e attuale.
2. Tutela penale dell’operatore quando l’intervento sia effettuato nell’esercizio delle funzioni e nel rispetto dei principi di necessità e proporzionalità.
3. Disciplina specifica per i tentativi di fuga dei detenuti, distinguendo chiaramente le diverse situazioni di pericolo e prevedendo procedure operative uniformi.
4. Norme specifiche per i posti di controllo e i mancati arresti, soprattutto quando il mancato rispetto dell’alt rappresenti un pericolo concreto per gli operatori o per la collettività.
5. Procedure certe per l’intervento in caso di rivolta, aggressione collettiva o tentativo di evasione, evitando che ogni decisione operativa venga valutata esclusivamente con il senno di poi.
6. Formazione obbligatoria e periodica sull’uso delle armi e della forza, accompagnata da addestramento realistico sulle situazioni che gli agenti affrontano quotidianamente.
7. Bodycam e sistemi di videoregistrazione degli interventi, laddove compatibili con la normativa e con le esigenze di sicurezza, proprio per consentire una ricostruzione oggettiva degli eventi e tutelare tanto il cittadino quanto l’operatore.
8. Assistenza legale immediata per gli appartenenti alla Polizia Penitenziaria coinvolti in procedimenti connessi all’attività di servizio, affinché nessun agente debba affrontare da solo le conseguenze giudiziarie di un intervento operativo.
9. Potenziamento degli organici e degli strumenti di sicurezza, perché non si può pretendere che pochi agenti gestiscano situazioni di crescente violenza con strumenti insufficienti.
10. Una revisione complessiva della normativa sulla fuga dei detenuti, affinché sia chiaro quali siano i poteri dell’operatore quando la fuga comporti un concreto e immediato pericolo per altre persone.

NON CHIEDIAMO PRIVILEGI. CHIEDIAMO CERTEZZA.

La Polizia Penitenziaria non chiede una licenza di sparare.

Chiede qualcosa di molto più semplice: sapere con certezza cosa la legge consente di fare quando, in pochi secondi, bisogna scegliere tra intervenire o lasciare che una situazione di pericolo degeneri.

Perché è troppo facile giudicare un intervento seduti dietro una scrivania, conoscendo già tutto quello che è accaduto.

L’agente, invece, deve decidere in pochi secondi.

E se sbaglia, può mettere a rischio la propria vita, quella dei colleghi, del personale sanitario, dei cittadini o degli stessi detenuti.

Ma se interviene, non può vivere con la paura che ogni decisione assunta nell’emergenza possa trasformarsi automaticamente in un’accusa per un reato gravissimo.

La presunzione di innocenza deve valere anche per il poliziotto.

Essere iscritti nel registro degli indagati non significa essere colpevoli. E questo principio deve essere difeso con la stessa forza con cui si difendono tutti gli altri principi fondamentali dello Stato di diritto.

La politica abbia il coraggio di intervenire.

Scriva norme chiare.

Stabilisca responsabilità e limiti.

Garantisca formazione, mezzi e assistenza legale.

E soprattutto restituisca agli uomini e alle donne della Polizia Penitenziaria la certezza che, quando intervengono legittimamente per difendere la sicurezza, lo Stato non li lascerà soli.

Perché uno Stato che pretende dai propri poliziotti coraggio, disciplina e sacrificio deve essere altrettanto coraggioso nel difenderli quando svolgono il proprio dovere.

Dott. Romeo Chierchia
Segretario Generale CIISA Penitenziari

🕯️🇮🇹 Con profondo dolore apprendiamo della scomparsa del Comandante Alfa.Un uomo che ha consacrato la propria vita al se...
20/07/2026

🕯️🇮🇹 Con profondo dolore apprendiamo della scomparsa del Comandante Alfa.

Un uomo che ha consacrato la propria vita al servizio dello Stato, esempio di coraggio, onore e sacrificio. Il suo ricordo resterà vivo nel cuore di tutti coloro che hanno ammirato il suo straordinario percorso e il suo instancabile impegno.

Ci stringiamo con rispetto e commozione attorno alla sua famiglia, ai suoi cari e a tutti coloro che oggi ne piangono la scomparsa.

🙏 Ci uniamo in una preghiera affinché possa riposare in pace.

Onore al Comandante Alfa. Il suo esempio continuerà a vivere. 🖤🕯️

🇮🇹🙏🕯️

Una riforma necessaria: dare alla Polizia Penitenziaria una vera catena di comando 🚔📊In un momento di forte dibattito su...
17/05/2026

Una riforma necessaria: dare alla Polizia Penitenziaria una vera catena di comando 🚔📊

In un momento di forte dibattito sul futuro del sistema penitenziario italiano, il dott. Romeo Chierchia, Segretario Generale del CIISA Penitenziari, interviene sul tema della bozza di decreto ministeriale che sta attirando l’attenzione di dirigenti, magistratura associata e garanti dei detenuti ⚖️.

Non si tratta ancora di una norma definitiva, ma di un provvedimento che potrebbe segnare un cambiamento strutturale profondo nell’assetto della Polizia Penitenziaria.

Il riferimento è al D.P.R. n. 189 del 21 novembre 2025, promosso dal ministro Carlo Nordio, che introduce due nuove direzioni generali dedicate al Corpo, modificando l’organizzazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

Secondo Chierchia, questa riforma va letta non come una rottura, ma come il completamento di un percorso rimasto incompiuto per oltre trent’anni ⏳.

Le critiche si concentrano in particolare sulla scelta di ricondurre reparti operativi strategici — come il Gom, il Nic e altri nuclei specializzati — sotto la direzione interna della Polizia Penitenziaria, sottraendoli alla diretta dipendenza del Capo del DAP.

Ma per il Segretario Generale CIISA Penitenziari la questione è un’altra: si tratta davvero di un problema oppure del superamento di un’anomalia storica?

La legge n. 395 del 1990, che ha trasformato il Corpo degli agenti di custodia in Polizia Penitenziaria, ha infatti lasciato aperto un nodo centrale: l’assenza di una piena e coerente catena di comando. Una struttura senza una chiara linea gerarchica rischia di restare, di fatto, incompleta.

Secondo Chierchia, è proprio questo il punto su cui intervenire oggi: dare finalmente al Corpo una struttura organizzativa piena, autonoma e funzionale.

L’affidamento dei reparti operativi specializzati alla direzione apicale della Polizia Penitenziaria non viene interpretato come “militarizzazione” del sistema, ma come riconoscimento delle competenze e delle responsabilità di chi opera quotidianamente in contesti ad altissima complessità, inclusa la gestione dei detenuti sottoposti al regime del 41-bis e di alta sicurezza 👮‍♂️.

L’equilibrio tra sicurezza e funzione rieducativa sancito dall’articolo 27 della Costituzione resta, secondo questa visione, pienamente garantito ⚖️. Anzi, una maggiore chiarezza nei ruoli potrebbe rafforzarlo: da un lato chi gestisce il trattamento, dall’altro chi garantisce la sicurezza, in una collaborazione distinta ma non sovrapposta.

Chierchia invita inoltre a non sottovalutare le criticità del sistema penitenziario — sovraffollamento, carenza di organici, disagio psichico e strutturale 🏚️ — sottolineando come queste non siano originate dalla riforma in discussione e non possano essere risolte mantenendo assetti organizzativi frammentati o incompleti.

Le perplessità espresse da alcune componenti istituzionali e associative vengono definite legittime, ma non sufficienti a bloccare un processo di riforma considerato ormai necessario.

Secondo il Segretario Generale del CIISA Penitenziari, questa è piuttosto l’occasione per chiudere un percorso iniziato nel 1990 e mai portato a compimento, restituendo alla Polizia Penitenziaria una catena di comando chiara, piena e coerente.

Una riforma che, conclude Chierchia, non rappresenta una svolta “punitiva” o securitaria, ma un passo verso maggiore efficienza, ordine e responsabilità istituzionale 🏛️.

Ufficio stampa CIISA

🚔

Polizia Penitenziaria, verso un modello più autonomo ed efficiente: una riforma necessariadi Dott. Romeo Chierchia – Seg...
18/04/2026

Polizia Penitenziaria, verso un modello più autonomo ed efficiente: una riforma necessaria

di Dott. Romeo Chierchia – Segretario Generale CIISA Penitenziari

Il dibattito in corso sulla riorganizzazione della Polizia penitenziaria rappresenta un passaggio cruciale per il futuro del sistema penitenziario italiano. La proposta contenuta nel nuovo decreto ministeriale promosso dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio va letta come un’opportunità concreta per rafforzare l’efficienza operativa del Corpo e valorizzare la professionalità degli uomini e delle donne in divisa.

L’ipotesi di una Polizia penitenziaria dotata di maggiore autonomia, con una struttura gerarchica interna composta da personale proveniente dagli stessi ranghi, si inserisce in un modello già consolidato in altre forze di polizia come la Polizia di Stato. Si tratta di un’evoluzione naturale che mira a rendere più snella la catena di comando e più tempestiva la capacità decisionale, soprattutto in contesti operativi complessi come quelli degli istituti penitenziari.

Particolarmente rilevante è la ridefinizione del ruolo delle strutture operative specialistiche, come il Gruppo operativo mobile (GOM), il Gruppo di intervento operativo (GIO), l’Ufficio per la sicurezza e la vigilanza e il Nucleo investigativo centrale. Il loro inserimento diretto nella Direzione generale delle Specialità rappresenta un passo avanti in termini di coordinamento e chiarezza delle responsabilità, superando ambiguità organizzative che in passato potevano rallentare l’azione operativa.

Le critiche sollevate da alcune forze politiche, tra cui esponenti del Partito Democratico come Debora Serracchiani, meritano attenzione ma non devono oscurare l’obiettivo principale della riforma: garantire maggiore sicurezza all’interno degli istituti e migliori condizioni di lavoro per il personale. Il tema del bilanciamento tra diritti e sicurezza resta centrale, ma non può essere interpretato come un freno all’evoluzione organizzativa.

Va inoltre evidenziato come la valorizzazione di figure interne al Corpo per ruoli apicali rappresenti un riconoscimento importante delle competenze maturate sul campo. In questo senso, l’eventuale nomina di dirigenti provenienti dalla Polizia penitenziaria stessa segnerebbe un cambio di paradigma positivo, in grado di rafforzare identità e senso di appartenenza.

Sarà avviato un confronto con le organizzazioni sindacali presso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ma si registra l’assenza della CIISA Penitenziari, in quanto organizzazione non rappresentativa. Ciò nonostante, la CIISA continua a mantenere una presenza costante e concreta a tutela dei diritti dei poliziotti penitenziari, confermando il proprio impegno sul territorio.

La riorganizzazione della struttura sindacale CIISA è in fase di crescita: tutti coloro che intendano contribuire attivamente alla rappresentanza nei propri istituti sono invitati a prendere contatto in forma privata, per partecipare a un percorso condiviso di tutela, ascolto e proposta.

In conclusione, la riforma in discussione non rappresenta una rottura, bensì un adeguamento necessario alle nuove esigenze del sistema penitenziario. Rafforzare l’autonomia della Polizia penitenziaria significa renderla più efficace, più moderna e più capace di rispondere alle sfide quotidiane della sicurezza e della legalità.

Indirizzo

Via Giuseppe Verdi 24
Livorno
57126

Telefono

+393511112062

Sito Web

Notifiche

Lascia la tua email e sarai tra i primi a sapere quando PIAS - Polizia Interforze per l’Assistenza e la Solidarietà pubblica novità e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Scelte rapide

Condividi