03/02/2026
RESISTERE PER ESISTERE
Quello che scriviamo nasce da una riflessione collettiva di persone oppresse. Non è un appello morale né una dichiarazione identitaria: è una presa di posizione politica che parla a chi riconosce sulla propria pelle le conseguenze di questo sistema.
Non siamo una classe privilegiata. Non viviamo di rendite, né di stipendi gonfiati. Siamo persone che lavorano, studiano, sopravvivono alla precarietà. Da anni scegliamo di dedicare tempo, energie e conflitto alla cura reciproca, dei territori e delle relazioni che il capitalismo frammenta e consuma.
Tenere in piedi uno spazio sociale è parte di questa scelta. Non è volontariato, non è intrattenimento, non è beneficenza. È sottrarre spazi alla logica del profitto e restituirli all’uso collettivo. Luoghi in cui nessuna lucra sulle altre e in cui chiunque può essere parte attiva, senza ricompense individuali, se non la possibilità di costruire forme di vita condivisa.
Sabato eravamo in piazza a Torino insieme alle persone che attraversano i centri sociali: decine di migliaia di corpi che hanno mostrato che esiste ancora una forza collettiva capace di rompere l’isolamento e l’obbedienza.
Oggi è evidente più che mai: i centri sociali sono indispensabili. In città trasformate in vetrine, in cui ogni relazione passa dal consumo e ogni spazio ha un prezzo, sono spesso gli unici luoghi in cui incontrarsi senza pagare, senza essere sfruttate o sfruttare altre.
Il capitalismo non tollera i centri sociali perché rompono l’individualismo e l’indifferenza che tengono in piedi le disuguaglianze. Disuguaglianze che non sono un errore del sistema, ma la sua struttura. Per questo questi spazi sono anche luoghi di resistenza.
“Sempre al fianco degli oppressi” non è uno slogan da corteo. È una linea politica. Significa rifiutare una società che per garantire benessere e sicurezza a poche produce precarietà, sfruttamento e violenza per tutte le altre. Una società che nega casa, reddito, sanità, istruzione e libertà di movimento mentre concentra ricchezza e potere.
Stare al fianco degli oppressi significa riconoscere che la violenza non è un’eccezione, ma una pratica quotidiana di questo sistema: nei confini, nei licenziamenti, negli sfratti, nella repressione, nelle guerre combattute per interessi economici e geopolitici che non ci appartengono.
Per questo lo scontro con chi difende l’ordine esistente non è una deriva, ma una necessità politica. Senza conflitto non c’è trasformazione, solo gestione dell'ordinario.
Askatasuna non è un episodio isolato. È un segnale. Ieri Torino, domani ExCaserma, dopodomani qualsiasi spazio che non si piega. L’obiettivo è chiaro: eliminare uno a uno i luoghi che permettono l’organizzazione autonoma e il dissenso reale.
L’opposizione reale non vive nei palazzi né nei partiti che si limitano a gestire la crisi. Vive nelle scuole, nei posti di lavoro, nei quartieri, nelle strade. I centri sociali sono spazi che tengono insieme queste soggettività, che trasformano la rabbia in organizzazione contro il carovita, l’espropriazione dei territori, l’economia di guerra e un modello di sviluppo che produce solo macerie sociali.
La non violenza, quando viene invocata solo per disciplinare chi subisce sfruttamento e repressione, diventa uno strumento di controllo. Parlare seriamente di non violenza sarà possibile solo quando tutte avremo lo stesso peso politico, un tetto sotto cui vivere e una vita degna di questo nome.
Fino ad allora, i centri sociali resteranno luoghi che non producono gerarchie né esclusioni, ma possibilità di rottura. Spazi che tengono aperta una frattura in una società che ci vuole sole, docili e divise.
Se rifiutare queste politiche significa essere considerate nemiche dello Stato, allora rivendichiamo questa posizione. Difendere questi luoghi significa difendere la possibilità stessa di vivere e organizzarsi collettivamente.
E questa difesa è necessaria
Ex caserma occupata- Livorno