19/06/2026
𝐃𝐨𝐦𝐞𝐧𝐢𝐜𝐚 𝐚𝐥 𝐏𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐋𝐢𝐯𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚𝐬𝐬𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐚𝐩𝐩𝐥𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐢𝐧 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 𝐧𝐨𝐫𝐦𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐬𝐮𝐥𝐥'𝐢𝐦𝐦𝐢𝐠𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞.
20 minuti di colloquio per dimostrare di essere vulnerabili. Se non basta, la domanda di protezione viene trattata in 7 giorni, procedura accelerata invece di quella ordinaria.
Chi sbarca ha spesso subito violenze gravi, inclusi abusi sessuali. I meccanismi psicologici legati al trauma, e in molti casi il tabù culturale che circonda certi abusi nei paesi di provenienza, rendono impossibile raccontare tutto in un colloquio di 20 minuti con uno sconosciuto, a maggior ragione in un ambiente ritenuto ostile.
Ecco il comunicato integrale: ⬇️
Venti minuti per decidere il destino di chi ha già perso tutto.
Quanto tempo serve per valutare le vulnerabilità di una persona? Se quella persona è fuggita da condizioni di disagio estremo, spesso comprendenti minacce dirette alla vita e all'incolumità, se ha affrontato un viaggio in cui è stata picchiata sistematicamente, privata di cibo per giorni, trattenuta in cattività in condizioni igienico-sanitarie disumane, umiliata e ricattata, la risposta è: venti minuti o poco più.
In un tempo del genere, insufficiente a sbrigare la più piccola delle formalità, si decide il destino di chi ha appena messo piede su territorio europeo. Se nei venti minuti di colloquio non emergono vulnerabilità che rientrino nei criteri previsti, non solo spesso discutibili nella loro stessa formulazione, ma noti nel dettaglio a chi intervista e ignoti a chi viene intervistato, scatta la procedura accelerata di frontiera anziché quella ordinaria. Procedura, questa, che comprime l’intero iter di esame della domanda di protezione internazionale a soli sette giorni.
Il problema è che venti minuti sono un tempo del tutto insufficiente per far emergere la reale portata dei traumi subiti. Chi ha vissuto violenza, sia essa fisica, psicologica o sessuale, attiva spesso meccanismi di rimozione e dissociazione, che sono risposte naturali e involontarie del sistema nervoso impossibili da sospendere su richiesta. A questo si aggiunge il peso della formazione culturale dei contesti di provenienza, dove certi abusi, in particolare quelli sessuali, restano avvolti da un tabù profondo, che genera vergogna e stigma sociale difficilmente scalfibili in un breve colloquio. Pretendere che una persona racconti tutto, subito, a uno sconosciuto, in un contesto istituzionale vissuto come potenzialmente ostile, è semplicemente irrealistico. In venti minuti il silenzio che rischia di essere letto come assenza di vulnerabilità è invece, spesso, una delle forme più naturali di protezione dal trauma.
È quello che abbiamo visto con i nostri occhi domenica scorsa, quando la nostra associazione ha partecipato, come avviene ad ogni sbarco di migranti salvati da navi ONG presso il Porto di Livorno, alle operazioni di prima accoglienza. Questa volta, però, è stata la prima occasione in Italia di esecuzione concreta della normativa appena entrata in vigore. In un contesto in cui molte delle figure operative presenti non avevano ancora piena contezza delle modalità applicative - circostanza comprensibile, dal momento che le disposizioni erano state introdotte solo poche ore prima - le nostre mediatrici e i nostri mediatori hanno lavorato con tutte le forze per informare e rassicurare le persone appena sbarcate, facendosi carico del loro disorientamento e garantendo loro un aggiornamento continuo sui propri diritti, affinché potessero esercitarli.
Le criticità di questo nuovo sistema rimangono, per usare un eufemismo, numerose. Una su tutte: a chi sbarca non vengono concessi il tempo, lo spazio e gli strumenti necessari per orientarsi nel quadro legislativo del paese in cui desidera richiedere asilo. Ed è forse proprio questo elemento a restituire con maggiore chiarezza la direzione intrapresa dalle politiche migratorie degli ultimi anni. Il punto, infatti, non sembra essere soltanto l’inasprimento progressivo delle misure di controllo, ma anche la costruzione di un sistema che tende sempre più a sottrarre le persone migranti a ogni reale possibilità di tutela e autodeterminazione. Con le nuove normative questa impostazione è stata ulteriormente consolidata, standardizzando strumenti come il trattenimento amministrativo, ampliando la possibilità di trasferimenti verso paesi terzi e introducendo procedure sempre più rapide che riducono drasticamente il tempo a disposizione per comprendere la propria situazione giuridica e far valere i propri diritti. Per questo riteniamo che tutto ciò rappresenti una deriva indegna di uno Stato europeo che continua a definirsi democratico e civile. Lo diciamo con la consapevolezza di chi era presente, di chi ha incontrato quelle persone, ne ha ascoltato le storie e conosce il percorso drammatico che hanno dovuto affrontare per arrivare fin qui.
Associazione Studi Giuridici Immigrazione Amnesty International - Italia Oxfam Italia ActionAid Italia News from the Med Mai più lager - NO ai CPR