Comitato "francesco Fiordaliso, prete"

Indicazioni

Comitato "francesco Fiordaliso, prete" Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Comitato "francesco Fiordaliso, prete", Organizzazione no-profit, Parrocchia San Giovanni Gualberto, Via della Valle Benedetta, 253, Livorno.

Comitato "francesco Fiordaliso, prete" costituito a Livorno il 26/02/2023 da un gruppo di amici e amiche di don Francesco Fiordaliso per favorire la memoria della sua opera e testimonianza.

20/04/2025

: RIFLESSIONE DI DON FRANCESCO FIORDALISO PER LA SANTA PASQUA 2012

La fatica di credere nella resurrezione

«In tutti i racconti delle apparizioni del risorto appare chiaro come sia difficile per gli apostoli credere nel fatto della resurrezione:
il risorto è confuso con altre persone,
il risorto è creduto un fantasma,
il risorto è messo in dubbio.
Insomma, è proprio difficile crederci, proprio per coloro che lo hanno davanti e lo vedono.

Perché è così difficile credere nella resurrezione?
Perché è troppo bello per essere vero: è un segno troppo grande, è un sogno troppo grande da sopportare, non si è disposti a crederci perché costa troppo in termini di fiducia.
Perché la realtà ogni volta sembra sconfessare la resurrezione, perché la morte, il peccato, la violenza, l’ingiustizia, i nostri limiti e quelli degli altri sono troppo più reali, concreti, veri.
Perché significa considerare reale ciò che sembra sogno, utopia, fantasia e considerare apparenza ciò che sembra reale, concreto, vero.
Perché ci scomoda dal pessimismo, dalla rassegnazione, dal cinismo, dal disimpegno e dal considerare gli altri la causa delle nostre incapacità e impossibilità.
Perché ci costringe a non arrenderci anche di fronte all’evidenza.
Perché ci obbliga a fermarci.

Sono tanti i motivi per cui è difficile credere nella resurrezione.
E ci caschiamo spesso, più di quanto non immaginiamo.
Essere credenti significa fare come i discepoli nei giorni della resurrezione.
Significa scegliere di passare dall’incredulità alla fede e non una volta per sempre, ma ogni volta.
Significa fare i conti con la nostra fatica di credere, con la nostra incredulità e scegliere ancora una volta di crederci.

Ma come si fa?
Il vangelo ci dà alcune indicazioni nel triduo pasquale e nel racconto della passione, morte e resurrezione.
Le mani e i piedi di Gesù: il suo corpo crocifisso e risorto.
Mani e piedi ci dicono la concretezza della resurrezione di Gesù; questa concretezza oggi noi la possiamo sperimentare nella comunità cristiana: non si crede da soli, non è possibile. Abbiamo bisogno degli altri, della comunità con cui ricordare la resurrezione, in cui esortarci a vicenda, richiamarci a vicenda.

Le mani e i piedi bucati ci parlano dell’umanità ferita: i deboli, gli ultimi, quelli che non contano niente, le vittime dell’ingiustizia e della violenza.
Sono i piccoli che ci mettono di fronte alla necessità di credere nella resurrezione,
sono i piccoli che ci chiedono di crederci,
occorre davvero saldare la nostra vita alla loro e salvarci insieme,
nel bene e nel male,
nel successo e nella delusione,
un cristianesimo che non sappia più mettere i poveri al centro del proprio annuncio e servizio è un cristianesimo incapace di credere nella resurrezione.

Avete qualcosa da mangiare?
Mangiare con Gesù, dividere con lui la mensa.
È chiaro che qui il primo riferimento è l’eucaristia, la messa.
Un cristianesimo senza messa è un cristianesimo senza resurrezione.

Aprì loro la mente per comprendere le scritture.
La lettura innamorata, appassionata, costante della Sacra scrittura, della Bibbia.
Senza bibbia non c’è comprensione e fede nella resurrezione.

Abbiamo bisogno di credere nella resurrezione.
Abbiamo bisogno di avere presente davanti a noi la passione morte e resurrezione di Gesù.
Abbiamo bisogno della domenica.
Abbiamo bisogno della comunità e della chiesa.
Abbiamo bisogno dei poveri e della condivisione.
Abbiamo bisogno della Bibbia.

Senza questi elementi anche noi rischiamo di non credere più nella resurrezione.
E un cristianesimo senza resurrezione è un cristianesimo triste, disimpegnato e anche pericoloso».

Il Comitato “francesco Fiordaliso, prete” augura una Santa Pasqua di Resurrezione e di Pace.

06/12/2024

Giovedì 5 dicembre si è svolto il primo incontro di preghiera del secondo anno del ciclo "Con Francesco tra le pieghe del Vangelo".

L'incontro, dal titolo "Un Natale di crisi", guidato da Don Raffaello Schiavone, si è tenuto nella Ca****la dell'Istituto Santa Maria Maddalena delle Figlie del Crocifisso.

Don Raffaello ha introdotto l'incontro parlando di don Giovanni Battista Quilici, fondatore delle Figlie del Crocifisso, avvicinando la sua figura a quella di don Francesco perché entrambi innamorati dei poveri.

Dopo l'ascolto dei brani del Vangelo dell'Annunciazione a Maria da parte dell'angelo, del sogno di Giuseppe e della nascita di Gesù nella mangiatoia di Betlemme è stato letto il commento al Vangelo tratto da un'omelia di don Francesco in cui ci invita a "Ripartire da Dio", dal Dio scomodo di Giuseppe, dal Dio femminile di Maria e dal Dio dei pastori, dei poveri.

Al termine della condivisione delle riflessioni dei partecipanti, don Raffaello ci ha aiutato nell'ascolto della Parola di Dio evidenziando come nei passi letti risuoni l'espressione "Non temere" e la presenza di angeli che indicano la strada ad ognuno di noi. Riflettendo su questi brani "facciamo nostri i messaggi di Dio come hanno fatto Giuseppe, Maria e i pastori per poter anche noi, a partire da questo Natale , sperimentare un Dio più vicino di quanto possiamo pensare."

Vi aspettiamo al prossimo incontro previsto mercoledì 8 gennaio 2025 alle ore 21.15 presso la Parrocchia Santa Teresa del Bambino Gesù a Rosignano Solvay.

04/12/2024
GIUSTIZIA RIPARATIVA: RICONCILIAZIONE E PERDONO NEL SOLCO DI DON FIORDALISO, DON QUILICI E DEL VESCOVO ABLONDIAmpia part...
23/05/2024

GIUSTIZIA RIPARATIVA: RICONCILIAZIONE E PERDONO NEL SOLCO DI DON FIORDALISO, DON QUILICI E DEL VESCOVO ABLONDI

Ampia partecipazione, e non solo degli «addetti ai lavori», venerdì scorso, per l’incontro «Pena retributiva, pena riparativa: dal conflitto alla conciliazione», nel salone Ablondi dell’Unità pastorale Tre Arcangeli a Livorno.
Voluto dal comitato “francesco Fiordaliso, prete” e organizzato insieme alle associazioni "Alberto Ablondi" e "Amici del Quilici" di Livorno, è stato patrocinato dal Comune e dalla Diocesi, con l’adesione della Fondazione Caritas e di realtà associative nazionali e locali. In rappresentanza del Comune di Livorno era presente Annalisa Maritan, comandante della Polizia municipale.
Dopo i saluti iniziali di don Italo Caciagli, anche a nome di don Raffaello Schiavone, parroco nell’Unità pastorale, e di Gianluca Spadoni, presidente dell’associazione «Amici di don Giovanni Battista Quilici», che ha ricordato anche la figura di don Roberto Angeli, altro testimone del Vangelo per la chiesa livornese, a dare inizio ai lavori è stato il professor Emanuele Rossi, docente di Diritto Costituzionale nella Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, nonché componente dell’Associazione Ablondi e del comitato “francesco Fiordaliso, prete”.
A fornire un’introduzione generale al significato e alle implicazioni pratiche dell’istituto della giustizia riparativa è stata la dottoressa Giovanna Cuzzola, educatrice nella Casa Circondariale Le Sughere di Livorno. Dopo di lei il professor Alberto di Martino, docente di Diritto Penale nella Scuola Superiore Sant’Anna e già Garante dei detenuti di Pisa, ha problematizzato il tema a partire dalle suggestioni ricevute dalla lettura del volume "Conflitto e società", Terebinto Edizioni, del professor Emanuele Esposito, criminologo clinico, terzo relatore in ordine di tempo. Gli interventi del pubblico in sala, non solo di professionisti del Diritto, hanno consentito approfondimenti e aperto prospettive per il futuro dell'innovativo istituto, di recente riconosciuto importante per il sistema giudiziario italiano.
A conclusione, Andrea Isolani, presidente del comitato “francesco Fiordaliso, prete”, ha ringraziato tutti gli intervenuti per quella che è stata un’ulteriore occasione per ricordare figure di sacerdoti che hanno lasciato un segno indelebile nella Diocesi e nella città.
In foto momenti significativi dell’incontro.
Comune di Livorno Diocesi Livorno Fondazione Caritas Livorno Comunità Pastorale i Tre Arcangeli La Settimana tutti i giorni - Diocesi Livorno Pedagogia e Criminologia Associazione Alberto Ablondi

GIUSTIZIA RIPARATIVA: A LIVORNO UNA RIFLESSIONE IN RICORDO DI DON FIORDALISO, DON QUILICI E DEL VESCOVO ABLONDI «Pena re...
02/05/2024

GIUSTIZIA RIPARATIVA: A LIVORNO UNA RIFLESSIONE IN RICORDO DI DON FIORDALISO, DON QUILICI E DEL VESCOVO ABLONDI

«Pena retributiva, pena riparativa: dal conflitto alla conciliazione»: sarà la giustizia riparativa il tema al centro dell’evento del 17 maggio prossimo, voluto dal comitato “francesco Fiordaliso, prete” e organizzato insieme alle associazioni "Ablondi" e "Amici del Quilici" di Livorno, con il patrocinio del Comune e della Diocesi di Livorno. Aderiscono all’iniziativa la Fondazione Caritas di Livorno e realtà dell'associazionismo di ispirazione cattolica nazionali e locali.
A discutere del tema – di cui è recente il riconoscimento dell’importanza per il sistema giudiziario del nostro paese – saranno la dottoressa Giovanna Cuzzola, educatrice nella Casa Circondariale Le Sughere di Livorno, il professor Alberto di Martino, docente di Diritto Penale nella Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e già Garante dei detenuti della stessa città, ed Emanuele Esposito, criminologo clinico, autore del libro "Conflitto e società", Terebinto Edizioni, da cui la riflessione prenderà le mosse. Ad introdurre e coordinare l’incontro sarà il professor Emanuele Rossi, docente di Diritto Costituzionale nella Scuola Superiore Sant’Anna, nonché componente dell’Associazione Ablondi e del comitato “francesco Fiordaliso, prete”.
È appunto per ricordare don Francesco Fiordaliso – a cui è intitolato il Comitato di cui è presidente Andrea Isolani – che è stata pensata l’iniziativa. Di don Fiordaliso, prete livornese che ricevette l’ordinazione presbiterale dal vescovo Alberto Ablondi e cappellano del carcere Le Sughere, sono ricordate la vocazione per il mondo della reclusione e della riconciliazione e la continuità con don Giovanni Battista Quilici, anche lui caro alla chiesa livornese e alla città. A nome dell’associazione dedicata a quest’ultimo il presidente Gianluca Spadoni porgerà i suoi saluti in apertura.
A ingresso libero, l’incontro, che avrà inizio alle 21:15, sarà ospitato dal parroco don Raffaello Schiavone nel Salone Ablondi della Parrocchia di Ss. Annunziata dei Greci, a Livorno, in via Olanda, 40.
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"A SCUOLA DI PREGHIERA":  A VALLE BENEDETTA“A scuola di preghiera” è stato il titolo dell’ultimo degli incontri organizz...
21/04/2024

"A SCUOLA DI PREGHIERA": A VALLE BENEDETTA

“A scuola di preghiera” è stato il titolo dell’ultimo degli incontri organizzati dal Comitato “francesco Fiordaliso prete” con lo scopo di vivere, nella preghiera, la testimonianza e il ricordo di don Francesco nelle diverse comunità e realtà in cui egli ha vissuto il suo ministero pastorale. L’incontro si è svolto alla Valle Benedetta, nell’Abbazia San Giovanni Gualberto: il luogo dove il Comitato si è costituito e dove ha sede, dove in una stanza appositamente messa a disposizione dal Parroco don Cristian sono conservati i libri di Francesco e quanto ha contribuito alla sua formazione e missione tra di noi. Il giorno dell’incontro non è stato scelto a caso: proprio in quel giorno, infatti, don Francesco festeggiava il suo compleanno, il secondo da quando è salito in Cielo. Pregare con lui e per lui è stato anche il modo per celebrare questa ricorrenza, con tutta la riconoscenza per quanto egli è stato per ciascuno di noi.
La riflessione è stata incentrata sul brano del Vangelo di Luca con cui i discepoli di Gesù a lui si rivolgono con questa richiesta: “Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”. Anche Francesco tante volte ha chiesto al Signore di insegnare a lui e a noi a pregare, ed ha ha insegnato a ciascuno di noi a farlo: non per dire parole o riempire il nostro tempo, e magari anche il nostro ego, ma per farci inondare dallo Spirito. Come abbiamo letto in un’omelia di don Francesco a commento di questo brano del Vangelo, “è importante per i nostri giorni capire che la preghiera “non serve a niente”, non ci ottiene qualcosa ma ci rende qualcuno, ci rende figli”. Considerazione di grande profondità, che ci immette nel senso vero della preghiera e ci disvela quale deve essere il nostro atteggiamento di fronte al Padre.
E proprio partendo da tale spunto che si è sviluppata la riflessione di don Cristian, che con un intervento particolarmente appassionato e coinvolgente ha messo in luce il messaggio che Francesco ci ha lasciato con la sua vita, per come Cristian ha potuto viverlo nel periodo di condivisione nel servizio pastorale nella Parrocchia di Castiglioncello, da cui è nata una relazione di amicizia profonda. Cristian ha sottolineato il “travaglio” interiore di don Francesco nella ricerca del suo “nome profondo”, ovvero del ruolo, del senso vero della sua missione di prete. Più volte, anche nei suoi scritti, Francesco ha rivelato come la sua spinta iniziale, possiamo dire la sua vocazione, fosse rivolta ad una visione di Chiesa e di ministero che mettesse al centro integralmente il messaggio di Gesù, senza orpelli ma anche senza sovrastrutture che rischiano di soffocare la voce dello Spirito: ma allo stesso tempo come egli soffrisse nel constatare che i vari adempimenti, soprattutto nella vita parrocchiale, nonché i rapporti personali motivati soltanto su esigenze di “servizi” (di parola, di presenza, di sacramenti anche) risultassero sovrabbondanti ed anche soffocanti. Da qui la sua esigenza di andare al fondo, tornare al senso vero dell’essere cristiani: ovvero di essere a fianco degli altri, e soprattutto dei più deboli e di quanti risultano sconfitti dalla vita e dalla storia. L’ultimo percorso di vita di Francesco, ovvero il suo servizio al carcere, è stato forse per lui – così ci ha detto Cristian – il momento in cui ha (ri)conquistato quella dimensione per la quale ha vissuto.
Altre riflessioni hanno arricchito il momento di preghiera: suor Fausta ci ha ricordato come la preghiera, per Francesco, avesse senso soltanto nella relazione con i poveri, e come lui abbia sempre avuto attenzione e desiderio di vivere a fianco delle persone più fragili: sull’esempio di don Quilici che lui considerava riferimento costante.
Alessandro ci ha ricordato la passione di Francesco per le persone, il suo voler camminare a fianco di ciascuno come ha fatto Gesù: così diventando maestro nell’abbassarsi e non nel mettersi su piedistalli costruiti da uomini.
La preghiera e l’azione, dunque, erano per Francesco due dimensioni che non separabili, e chi lo ha conosciuto sa come siano state vere anche per lui le parole di Paolo Curtaz sulla preghiera: “ho scoperto una cosa molto semplice, cioè che molto spesso non ho ottenuto quello che ho chiesto ma sempre ho ottenuto ciò che desideravo e che io stesso non sapevo di desiderare. Sono assolutamente d’accordo con Gesù: il Padre sa bene ciò di cui ho bisogno”.
Ed è con questa convinzione che abbiamo pregato, in conclusione dell’incontro, con Ernesto Olivero, chiedendo il dono più grande di tutti, non per noi ma per tutto il mondo: “Converti il cuore di tutti coloro che sono coinvolti nella guerra, perché l’odio, l’interesse personale, il desiderio di vendetta siano sostituiti dall’amore e dal perdono”.
Grazie Francesco per averci aiutato, ancora una volta, a dilatare il nostro cuore e la nostra mente, per accogliere la forza dello Spirito e farla penetrare nella vita del mondo.
ER
Parrocchia S. G. Gualberto di Valle Benedetta

: RIFLESSIONE DI DON FRANCESCO FIORDALISO PER LA COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII DI RIMINI, 2010Siamo arrivati alla croce, ...
29/03/2024

: RIFLESSIONE DI DON FRANCESCO FIORDALISO PER LA COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII DI RIMINI, 2010

Siamo arrivati alla croce, all’ora della croce.
Potremmo leggere questo capitolo (Mc 15) in tanti modi, utilizzando una delle tante chiavi di lettura che ci sono. Io ho scelto per noi di vedere la croce come quella spada a doppio taglio che penetra fino in profondità e che fa divisione, che ci impone una scelta, un out-out. Anche se la scelta, necessariamente, rimane comunque in una realtà dinamica e non definitiva.

Gesù o Barabba?

La prima scelta che la croce ci chiede di fare, dopo aver seguito Gesù, è scegliere tra Gesù e Barabba.
Scegliere l’amore, l’amore che si dona, l’amore nonviolento, l’amore che accetta di attraversare, amando, la cattiveria degli uomini e la cattiveria della vita, è seguire Gesù.
È scegliere il sentiero difficile, il sentiero direi impossibile, perché soltanto chi pensa secondo Dio può comprendere la croce di Gesù. Ce lo ha detto lui, rivolgendosi a Pietro: «Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». E allora, quel percorso difficile, quel percorso impossibile, quel percorso che non prevede scorciatoie, che non ammette sconti, che non accetta dilazioni, e che non si può confondere con gli annacquamenti, è appunto scegliere il percorso di Gesù.

Oppure scegliere Barabba. Chi è Barabba? Barabba è la strada più facile: fare una sommossa, con un omicidio, per risolvere questioni. È la scelta della violenza, è la scelta di risolvere le cose a modo proprio, è la scelta di far fuori “a fin di bene” chi non la pensa come noi, per realizzare finalmente quel mondo giusto, buono, che tutti vogliamo, ma che si può realizzare soltanto facendo fuori tutti gli ostacoli. Questo è Barabba.
Gesù o Barabba: scegliere Gesù vuol dire scegliere la strada difficile, impossibile, il sentiero difficile della croce, ma efficace; scegliere Barabba significa scegliere la strada facile, la scorciatoia, ciò che ci fa più comodo, ciò che è più veloce, ciò che fa prima.

Scegliere Gesù allora significa accettare questa logica: la strada difficile, nonviolenta, muta perché ora Gesù tace. Scegliere Barabba invece significa scegliere la via facile, quella di chi dice: “non prego perché ho tante cose da fare”, quella del “le cose vanno bene, mi applaudono, perché ho ottenuto dei risultati”. Significa scegliere la povertà ma soltanto come una facciata, perché tanto poi faccio in modo di avere sempre tutto sotto controllo.

I soldati o il cireneo?

Ed ecco l’ora della croce, le nove del mattino. Un’ora precisa, un luogo, uno spazio, una situazione precisa. Siamo arrivati all’ora della croce, o meglio alle ore, visto che saranno ben sei le ore in cui Gesù rimarrà appeso sulla croce. Anche qui, di fronte al Signore crocifisso, quale scelta?
Ci sono due gruppi di personaggi: da una parte i soldati, che hanno lo scopo, come tutti coloro che credono nella forza, di deridere e umiliare il debole. Il soldato in fondo non è altro che questo: è colui che, avendo la forza e il potere tra le mani, può permettersi di deridere e umiliare il debole. Anzi, si sente ancora più forte nel momento in cui può farlo. I soldati sono coloro che caricano la croce sulle spalle di Gesù.

Scegliere di essere come i soldati significa allora scegliere di scaricare sugli altri la croce, di dare sempre agli altri la responsabilità di tutto. È sempre colpa degli altri. “Se non sono un buon cristiano, se non sono un buon marito o una buona moglie, è perché gli altri non me lo permettono, non mi permettono di farlo”.
“Se non ci fossero loro, se non ci fosse quel marito, quella moglie, se non ci fossero quei figli, se non ci fossero quei genitori, se non ci fossero…”, fino ad arrivare a dire se non ci fosse quel Dio, io sarei sicuramente migliore.
Ma, per colpa loro, non posso esserlo.

Dall’altra parte ecco invece Simone di Cirene, che tornava dalla campagna e proprio lui viene scelto per portare la croce di Gesù e con Gesù. Scegliere di essere come Simone di Cirene significa scegliere di portare la fatica del vivere convinti di stare con Gesù: quello che conta per Simone è che lì lui è con Gesù. Significa agire senza lamentarsi, significa impegnarsi senza accusare. Simone poteva benissimo dire: ma perché proprio io? C’è quello e quell’altro ancora, fatelo fare a uno di loro! No. Ci sto io. Impegnarsi senza accusare chi non lo fa. Assumersi anche le responsabilità degli altri, nella logica dell’amore che si fa carico anche del peccato del fratello per salvarsi insieme.

Coloro che sono sotto la croce e il centurione

Siamo sotto la croce e ancora una volta davanti a noi troviamo due categorie di persone.
Notate prima di tutto un particolare che credo non indifferente: la categoria di coloro che non capiscono la croce è sempre maggioranza rispetto all’altra. Tra Barabba e Gesù la maggioranza del popolo vota per Barabba; tra i soldati e Simone di Cirene c’è una proporzione di dieci a uno; e anche ora, sotto la croce, troviamo da una parte i passanti, i capi dei sacerdoti e gli scribi, e dall’altra lui, il centurione. Ancora una volta una proporzione di tanti a uno.

Siamo al momento della morte di Gesù sulla croce. Gesù muore gridando, muore non come un eroe ma come un uomo. Non muore come Sansone, che urla: «Muoia Sansone e tutti i Filistei!», facendo una strage di nemici e divenendo un eroe. No, Gesù muore come un uomo, gridando tutto il suo dolore, tutto il suo abbandono, tutta la sua angoscia: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Muore citando il Salmo 22 (21), sentendo sulla pelle tutto il dolore dell’abbandono. Quell’Abbà, nelle braccia del quale si era abbandonato, ora lo sente lontano, come se lo avesse abbandonato, e grida tutto il suo dolore. Questo grido è morte. Ma questo grido apre, strappa quel velo del tempio che divideva l’uomo da Dio, che faceva continuamente capire all’uomo che con Dio non poteva averci nulla a che fare, perché c’era questa tenda che impediva di andare da Dio, di incontrarlo, di vederlo faccia a faccia. Ora finalmente si può incontrare Dio faccia a faccia in quest’uomo che muore sulla croce gridando.
E sotto la croce troviamo ancora due diverse categorie, due personaggi, tra cui scegliere.

Da una parte coloro che insultano, che deridono, che provocano Gesù, che reclamano l’ultimo miracolo: «fai un altro miracolo e finalmente crederemo in te! Scendi dalla croce, dimostra che stavi scherzando!». Significa scegliere una fede di miracoli, una fede che dà spettacolo, una fede che risolve i problemi e che ti toglie dall’impiccio; significa credere solo se Dio mi dimostra che ne vale la pena, se c’è un guadagno, una convenienza.

Dall’altra parte ecco il centurione.
È lui che pronuncia quella frase da cui siamo partiti prendendo in mano il vangelo di Marco: “Inizio del vangelo di Gesù, Figlio di Dio”.
Ora, finalmente, Gesù viene riconosciuto Figlio di Dio, e lo fa proprio il centurione. Quando? Vedendolo morire in quel modo. È il modo di morire che convince il centurione, non è altro. Solo un Dio pazzo d’amore può accettare di morire in quel modo; solo un Dio innamorato follemente può morire così. Il centurione riconosce che in quell’uomo che urla, che muore urlando e gridando, c’è la presenza di Dio, c’è il volto di Dio: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio».
Allora essere come il centurione che riconosce il Figlio di Dio che muore sulla croce in quel modo, significa riconoscere il Signore nella sua piccolezza e anche nelle sconfitte, significa riconoscere il volto dell’amore che condivide e scegliere di credere a quell’amore lì.

Ecco allora che la croce ci propone ancora una volta una scelta: siamo come coloro che vogliono lo spettacolo o come coloro che riconoscono il volto di Dio in quell’uomo crocifisso?

Tratto e adattato da:
Un amore senza misura. Dietro a Gesù crocifisso risorto. Vangelo di Marco.
Meditazioni di don Francesco Fiordaliso
I quaderni di Sant’Agata, 2
Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Rimini 2023

Indirizzo

Parrocchia San Giovanni Gualberto, Via Della Valle Benedetta, 253
Livorno
57124

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