29/03/2024
: RIFLESSIONE DI DON FRANCESCO FIORDALISO PER LA COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII DI RIMINI, 2010
Siamo arrivati alla croce, all’ora della croce.
Potremmo leggere questo capitolo (Mc 15) in tanti modi, utilizzando una delle tante chiavi di lettura che ci sono. Io ho scelto per noi di vedere la croce come quella spada a doppio taglio che penetra fino in profondità e che fa divisione, che ci impone una scelta, un out-out. Anche se la scelta, necessariamente, rimane comunque in una realtà dinamica e non definitiva.
Gesù o Barabba?
La prima scelta che la croce ci chiede di fare, dopo aver seguito Gesù, è scegliere tra Gesù e Barabba.
Scegliere l’amore, l’amore che si dona, l’amore nonviolento, l’amore che accetta di attraversare, amando, la cattiveria degli uomini e la cattiveria della vita, è seguire Gesù.
È scegliere il sentiero difficile, il sentiero direi impossibile, perché soltanto chi pensa secondo Dio può comprendere la croce di Gesù. Ce lo ha detto lui, rivolgendosi a Pietro: «Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». E allora, quel percorso difficile, quel percorso impossibile, quel percorso che non prevede scorciatoie, che non ammette sconti, che non accetta dilazioni, e che non si può confondere con gli annacquamenti, è appunto scegliere il percorso di Gesù.
Oppure scegliere Barabba. Chi è Barabba? Barabba è la strada più facile: fare una sommossa, con un omicidio, per risolvere questioni. È la scelta della violenza, è la scelta di risolvere le cose a modo proprio, è la scelta di far fuori “a fin di bene” chi non la pensa come noi, per realizzare finalmente quel mondo giusto, buono, che tutti vogliamo, ma che si può realizzare soltanto facendo fuori tutti gli ostacoli. Questo è Barabba.
Gesù o Barabba: scegliere Gesù vuol dire scegliere la strada difficile, impossibile, il sentiero difficile della croce, ma efficace; scegliere Barabba significa scegliere la strada facile, la scorciatoia, ciò che ci fa più comodo, ciò che è più veloce, ciò che fa prima.
Scegliere Gesù allora significa accettare questa logica: la strada difficile, nonviolenta, muta perché ora Gesù tace. Scegliere Barabba invece significa scegliere la via facile, quella di chi dice: “non prego perché ho tante cose da fare”, quella del “le cose vanno bene, mi applaudono, perché ho ottenuto dei risultati”. Significa scegliere la povertà ma soltanto come una facciata, perché tanto poi faccio in modo di avere sempre tutto sotto controllo.
I soldati o il cireneo?
Ed ecco l’ora della croce, le nove del mattino. Un’ora precisa, un luogo, uno spazio, una situazione precisa. Siamo arrivati all’ora della croce, o meglio alle ore, visto che saranno ben sei le ore in cui Gesù rimarrà appeso sulla croce. Anche qui, di fronte al Signore crocifisso, quale scelta?
Ci sono due gruppi di personaggi: da una parte i soldati, che hanno lo scopo, come tutti coloro che credono nella forza, di deridere e umiliare il debole. Il soldato in fondo non è altro che questo: è colui che, avendo la forza e il potere tra le mani, può permettersi di deridere e umiliare il debole. Anzi, si sente ancora più forte nel momento in cui può farlo. I soldati sono coloro che caricano la croce sulle spalle di Gesù.
Scegliere di essere come i soldati significa allora scegliere di scaricare sugli altri la croce, di dare sempre agli altri la responsabilità di tutto. È sempre colpa degli altri. “Se non sono un buon cristiano, se non sono un buon marito o una buona moglie, è perché gli altri non me lo permettono, non mi permettono di farlo”.
“Se non ci fossero loro, se non ci fosse quel marito, quella moglie, se non ci fossero quei figli, se non ci fossero quei genitori, se non ci fossero…”, fino ad arrivare a dire se non ci fosse quel Dio, io sarei sicuramente migliore.
Ma, per colpa loro, non posso esserlo.
Dall’altra parte ecco invece Simone di Cirene, che tornava dalla campagna e proprio lui viene scelto per portare la croce di Gesù e con Gesù. Scegliere di essere come Simone di Cirene significa scegliere di portare la fatica del vivere convinti di stare con Gesù: quello che conta per Simone è che lì lui è con Gesù. Significa agire senza lamentarsi, significa impegnarsi senza accusare. Simone poteva benissimo dire: ma perché proprio io? C’è quello e quell’altro ancora, fatelo fare a uno di loro! No. Ci sto io. Impegnarsi senza accusare chi non lo fa. Assumersi anche le responsabilità degli altri, nella logica dell’amore che si fa carico anche del peccato del fratello per salvarsi insieme.
Coloro che sono sotto la croce e il centurione
Siamo sotto la croce e ancora una volta davanti a noi troviamo due categorie di persone.
Notate prima di tutto un particolare che credo non indifferente: la categoria di coloro che non capiscono la croce è sempre maggioranza rispetto all’altra. Tra Barabba e Gesù la maggioranza del popolo vota per Barabba; tra i soldati e Simone di Cirene c’è una proporzione di dieci a uno; e anche ora, sotto la croce, troviamo da una parte i passanti, i capi dei sacerdoti e gli scribi, e dall’altra lui, il centurione. Ancora una volta una proporzione di tanti a uno.
Siamo al momento della morte di Gesù sulla croce. Gesù muore gridando, muore non come un eroe ma come un uomo. Non muore come Sansone, che urla: «Muoia Sansone e tutti i Filistei!», facendo una strage di nemici e divenendo un eroe. No, Gesù muore come un uomo, gridando tutto il suo dolore, tutto il suo abbandono, tutta la sua angoscia: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Muore citando il Salmo 22 (21), sentendo sulla pelle tutto il dolore dell’abbandono. Quell’Abbà, nelle braccia del quale si era abbandonato, ora lo sente lontano, come se lo avesse abbandonato, e grida tutto il suo dolore. Questo grido è morte. Ma questo grido apre, strappa quel velo del tempio che divideva l’uomo da Dio, che faceva continuamente capire all’uomo che con Dio non poteva averci nulla a che fare, perché c’era questa tenda che impediva di andare da Dio, di incontrarlo, di vederlo faccia a faccia. Ora finalmente si può incontrare Dio faccia a faccia in quest’uomo che muore sulla croce gridando.
E sotto la croce troviamo ancora due diverse categorie, due personaggi, tra cui scegliere.
Da una parte coloro che insultano, che deridono, che provocano Gesù, che reclamano l’ultimo miracolo: «fai un altro miracolo e finalmente crederemo in te! Scendi dalla croce, dimostra che stavi scherzando!». Significa scegliere una fede di miracoli, una fede che dà spettacolo, una fede che risolve i problemi e che ti toglie dall’impiccio; significa credere solo se Dio mi dimostra che ne vale la pena, se c’è un guadagno, una convenienza.
Dall’altra parte ecco il centurione.
È lui che pronuncia quella frase da cui siamo partiti prendendo in mano il vangelo di Marco: “Inizio del vangelo di Gesù, Figlio di Dio”.
Ora, finalmente, Gesù viene riconosciuto Figlio di Dio, e lo fa proprio il centurione. Quando? Vedendolo morire in quel modo. È il modo di morire che convince il centurione, non è altro. Solo un Dio pazzo d’amore può accettare di morire in quel modo; solo un Dio innamorato follemente può morire così. Il centurione riconosce che in quell’uomo che urla, che muore urlando e gridando, c’è la presenza di Dio, c’è il volto di Dio: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio».
Allora essere come il centurione che riconosce il Figlio di Dio che muore sulla croce in quel modo, significa riconoscere il Signore nella sua piccolezza e anche nelle sconfitte, significa riconoscere il volto dell’amore che condivide e scegliere di credere a quell’amore lì.
Ecco allora che la croce ci propone ancora una volta una scelta: siamo come coloro che vogliono lo spettacolo o come coloro che riconoscono il volto di Dio in quell’uomo crocifisso?
Tratto e adattato da:
Un amore senza misura. Dietro a Gesù crocifisso risorto. Vangelo di Marco.
Meditazioni di don Francesco Fiordaliso
I quaderni di Sant’Agata, 2
Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Rimini 2023