27/05/2026
Sciopero Generale del 29 maggio
𝗟𝗔 𝗡𝗢𝗦𝗧𝗥𝗔 𝗟𝗢𝗧𝗧𝗔 𝗣𝗘𝗥 𝗟𝗔 𝗣𝗔𝗟𝗘𝗦𝗧𝗜𝗡𝗔
Il 29 maggio partecipiamo allo sciopero contro la guerra, contro la complicità del governo di questo Paese, contro il genocidio in Palestina.
Lo sciopero è uno strumento di lotta e di avanzamento del conflitto sociale contro sfruttamento e miseria: è nato per imporre un cambiamento ai padroni e ai loro governi. Recuperiamone il senso e torniamo a praticarlo con forza e consapevolezza, a partire dall'unità: invitiamo i sindacati di base a costruire insieme questa mobilitazione, superando le divisioni.
Scioperare nel nome della Palestina, però, non può prescindere dall'esperienza concreta del Paese, dei lavoratori e delle masse proletarie.
Le grandi mobilitazioni dello scorso anno hanno dimostrato che tanta gente è scesa in piazza — per la Palestina, per le Flotille — spinta da empatia e indignazione.
Bisogna fare in modo che quell'energia non vada perduta sotto l’impatto di una normalizzazione imposta da governi e mass media.
Dobbiamo attivarci nei territori e nelle città, in una mobilitazione ampia e determinata, in grado di fermare la guerra e le complicità che la alimentano.
Partiamo da un punto chiaro: la lotta per la Palestina è una lotta comune. È una lotta di tutti perché ha l’obiettivo di liberarci tutti.
È anche il momento di fare autocritica, di operare un bilancio politico onesto delle mobilitazioni passate, per non perdere di vista l'obiettivo.
La Resistenza palestinese è un simbolo della lotta contro imperialismo e colonialismo, e insieme contro un potere che ci controlla e ci affama.
In Palestina si muore sotto le bombe. Qui in Italia si muore sul posto di lavoro, per la sanità che manca; si muore di disperazione e miseria, ci si suicida, e si vive con salari da fame.
Qual è allora la nostra responsabilità — come movimento per la Palestina, come sindacati?
Dobbiamo partire dal basso, dalle condizioni materiali di vita e di lavoro, dalle esistenze quotidianamente oppresse e dai territori devastati dalla speculazione e dalla sete di profitti.
Dobbiamo parlare a lavoratori, disoccupati, studenti, giovani e precari con chiarezza: fermare la guerra e la complicità del governo è una questione che ci riguarda direttamente.
Ci riguarda perché tasse e contributi di chi lavora vanno a finanziare l'industria bellica e le forniture di armi: la destinazione della spesa pubblica la decide chi ha già scelto di stare dalla parte dell’imperialismo e dell’oppressione sociale.
E mentre i miliardi scorrono verso il settore della difesa, verso contratti e appalti militari, la realtà è che i salari reali sono tra i più bassi d'Europa, fermi da vent'anni, mentre aumenta vertiginosamente il costo della vita.
Giovani e meno giovani sono intrappolati in contratti precari, part-time e lavoro nero. A un esercito di disoccupati — soprattutto al Sud, soprattutto under 35 — viene detto che non ci sono risorse.
Le risorse invece ci sono, ma vengono dirottate altrove.
La sanità pubblica viene smantellata pezzo dopo pezzo. Le case non si trovano o gli affitti sono al di là delle possibilità dei proletari. I suicidi sul lavoro e per il lavoro non fanno notizia. I morti nelle fabbriche vengono chiamati "incidenti".
È il prezzo imposto dai padroni di "casa nostra" e dal capitale transnazionale.
Perciò, sfidare la condotta genocida di aziende come Leonardo e MSC significa al tempo stesso opporsi all’idea di “sviluppo” che esse incarnano: la sopravvivenza del privilegio di classe e coloniale, un programma di riarmo e di massacro sociale, l'asservimento dei territori a cricche di speculatori e ai loro lacchè.
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Quando rivendichiamo la solidarietà con la Palestina non chiediamo manifestazioni di “generosità” o semplicemente “umanitarie”.
Non vogliamo semplice “empatia”.
Rivendichiamo — e dobbiamo offrire — forme di sostegno solidale e compartecipativo: chi bombarda Gaza e chi qui ci sfrutta e impoverisce, risponde alla stessa logica, agli stessi interessi.
Il nemico dei palestinesi è lo stesso nostro nemico.
Per questo i palestinesi - che resistono per la terra, la vita e la libertà, arrestando l’avanzata dell’imperialismo lì dove esso si esplica con maggiore ferocia - portano avanti la nostra stessa lotta.
Battersi per la Palestina, qui, nel nostro Paese e in tutto l'Occidente, significa interrompere e mettere fine a ogni complicità — economica, politica, militare — a tutti i livelli e in tutti gli ambiti.
Tutto questo è possibile se, allo stesso tempo, mettiamo in discussione le politiche di questo governo autoritario e neofascista e di tutta la classe dirigente che succhia profitto dalle nostre vite, mentre continua senza pudore né vergogna a prendere parte attiva a genocidio e guerra.
Solo così è possibile opporsi davvero a sionismo, colonialismo e imperialismo. E solo così è possibile fare della lotta per la liberazione della Palestina la lotta per la nostra liberazione.
Da questo punto di vista, il senso delle Flotille è quello di rappresentare un appello a questa mobilitazione, unità e solidarietà internazionalista e anticapitalista.
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Oggi più che mai abbiamo un quadro chiaro: sappiamo chi è il nemico, conosciamo Israele e i suoi complici e possiamo osservare come agiscono.
Non ci sono zone d'ombra: è evidente come l’entità sionista sia diventata un modello da importare anche nel nostro Paese.
L'israelizzazione dell'Italia prosegue attraverso decreti che colpiscono il diritto di sciopero, militarizzano le città, criminalizzano il dissenso, mirano a disciplinare scuola e università, mettono sotto processo chi si oppone e chi manifesta.
Il 29 maggio scioperiamo anche per questo: per difendere gli strumenti democratici che ancora ci restano, prima che vengano smantellati del tutto.
Il 29 maggio scendiamo in sciopero per le nostre condizioni e per fermare il genocidio.
È una lotta comune.
È una forma solidarietà concreta.
𝗕𝗹𝗼𝗰𝗰𝗵𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗶𝗹 𝗣𝗮𝗲𝘀𝗲. 𝗙𝗲𝗿𝗺𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗹𝗮 𝗴𝘂𝗲𝗿𝗿𝗮.