31/05/2026
Venerdì si è verificato a Rionero un grave episodio con protagonista un giovane la cui situazione di forte fragilità era stata più volte segnalata da ARCI nelle settimane precedenti.
Per giorni abbiamo sollecitato una soluzione adeguata, confrontandoci con prefettura, carabinieri, ASP e comune. Il giorno prima avevamo individuato una possibile collocazione idonea ma qualcosa non ha funzionato.
Non ci interessa attribuire responsabilità. Ci interessa capire come e perché sia potuto accadere.
Non riguarda soltanto una singola persona. Interroga il modo in cui una comunità, i servizi e le istituzioni riescono a riconoscere e affrontare situazioni di fragilità prima che diventino emergenze.
Il disagio psichico non ha nazionalità. Non ha colore della pelle. Non ha appartenenza politica. È una realtà che attraversa sempre più famiglie, scuole, luoghi di lavoro e relazioni sociali. Crescono la solitudine, l’isolamento, la rabbia e la difficoltà di trovare risposte adeguate a bisogni sempre più complessi.
Per questo non avremmo mai pensato a una discussione sul “nemico” da additare. Ma troppo spesso, la complessità lascia rapidamente il posto alla semplificazione.
Le domande diventano certezze. Le persone diventano simboli o slogan.
È un meccanismo che conosciamo bene. Si prende una paura reale, la si amplifica, la si trasforma in una spiegazione semplice e la si restituisce all’opinione pubblica come se fosse una soluzione.
Ma la paura non è una soluzione.
Da anni assistiamo a campagne costruite sull’emergenza permanente. Ogni volta viene indicato un problema, un bersaglio, un nemico. Ogni volta vengono promesse risposte semplici. Poi passano gli anni, cambiano i governi e spesso governano proprio coloro che avevano costruito il proprio consenso su quelle paure. Ma è sempre più semplice alimentare un’emergenza che risolverla. Più semplice indicare un bersaglio che affrontare le cause profonde del disagio.
Una paura alimentata produce consenso e continua a essere utile.
ARCI farà ciò che ha sempre fatto: lavorare nelle comunità, costruire percorsi di inclusione, offrire supporto alle persone più fragili e collaborare con le istituzioni per affrontare problemi reali.
È un lavoro più difficile della propaganda perché richiede responsabilità, competenze e pazienza. Ma è l’unico modo che conosciamo per costruire comunità più forti, più coese e realmente più sicure.