27/03/2026
REFERENDUM - RELAZIONE DI GIANFRANCO PAGLIARULO AL COMITATO NAZIONALE DEL 25 MARZO 2026
Credo di interpretare il sentimento di tutti esprimendo una grande soddisfazione per l’esito del referendum e assieme – ci tornerò – rivolgendo un ringraziamento a tutti gli iscritti, gli attivisti, i dirigenti dell’ANPI che si sono impegnati in questa sfida. E sono tantissimi. Siamo tutti orgogliosi di quello che abbiamo fatto, di aver contribuito a scrivere una bella e importante pagina della storia del nostro Paese.
È evidente che il risultato del referendum è un segnale di grande novità per la partecipazione e per la vittoria del NO. Si può dire, come abbiamo detto, che ha vinto la Costituzione anche perché, da un’indagine Youtrend, il 61% di chi ha votato No ha motivato il voto in primo luogo per non cambiare la Costituzione, che viene vista giustamente come una sorta di scudo di protezione giuridica, civile e sociale dell’intera comunità nazionale.
Ma vado per ordine. La partecipazione del 58.9% è stata la più alta dei 5 referendum costituzionali, ad eccezione di quello del 2016, e avviene oggi, quando abbiamo assistito al crescere dell’astensionismo alle politiche, ma specialmente alle europee e alle regionali. Se l’astensionismo è un fenomeno di abbandono delle istituzioni per varie ragioni, a cominciare dalla sfiducia e dalla delusione, in questo caso assistiamo a un fenomeno diverso, e cioè alla partecipazione, per impedire – o per sostenere – un determinato cambiamento, in ogni caso ritenuto molto importante, sia in senso positivo che in senso negativo.
Va notato inoltre, a mio avviso, che la partecipazione a questo referendum ha spazzato via ogni preoccupazione legata alla difficoltà e al tecnicismo della legge, che all’inizio sembrava – ed effettivamente era - un ostacolo pesantissimo. La partecipazione, per di più, è l’arma della democrazia più compiuta, che contrasta l’idea della cosiddetta democrazia decidente, uno dei cui presupposti, oltre alla concentrazione di potere nell’esecutivo, è la sua riduzione al solo voto, per cui l’esercizio della volontà popolare si esaurisce nella scheda elettorale, a cui segue il silenzio dei cittadini per tutta la legislatura.
L’altro dato è la misura della vittoria dei No che nel voto in Italia è del 53.7%, che diventa il 53.2 combinando il voto degli italiani all’estero. Qui va notato che mentre il voto degli italiani in Europa vede prevalere il No, negli altri continenti vede sempre prevalere il Sì, in particolare dove c’è la maggiore concentrazione di elettorato italiano, cioè in America Latina, dove ovunque il Sì supera il 70%. C’è da
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sottolineare in negativo un’intensa attività non imparziale del Ministero degli Esteri verso gli italiani in questi Paesi.
Va poi notato che c’è stata una percentuale importante di elettorato che ha votato al contrario dell’indicazione del suo partito di riferimento. Mi riferisco all’indagine di Pagnoncelli sul Corriere di ieri. Questo avviene in particolare nei 5 Stelle – quasi il 17% ha votato Sì, ma anche nella Lega e persino in Forza Italia, in entrambi i casi per qualcosa in più del 10%. Nel Pd vota Sì l’8.6% dell’elettorato, una percentuale significativa ma non travolgente, eppure era l’unico partito di cui una parte sia pur piccola di parlamentari e dirigenti aveva fatto campagna referendaria per il Sì.
Le regioni con la più alta percentuale di votanti sono state nell’ordine Emilia Romagna, Toscana e Umbria, a conferma di una lunga storia di impegno civile. Ma ciò che colpisce è che le regioni con la più alta percentuale di No sono state nell’ordine Campania, Sicilia, Basilicata e Sardegna, nonostante la vergogna di aver impedito ai fuori sede di votare. Se aggiungiamo che anche nel resto del Mezzogiorno ha prevalso quasi ovunque il No, mi pare che il voto segni il disagio, il malessere, la protesta per una condizione sociale particolarmente critica per il lavoro, il welfare, l’emigrazione. Non solo. Tutto ciò rappresenta una grande novità nello scenario della coscienza civile del Mezzogiorno, che fa seguito a una sempre maggiore consapevolezza dei diritti e in particolare al diffusissimo rifiuto della legge sull’autonomia differenziata. In sostanza questo voto del Mezzogiorno guarda al futuro. È possibile che per la Sicilia e la Sardegna abbia inciso anche l’allarme per i pericoli di guerra.
Il No vince quanto più è grande la città e perde in particolare nei comuni sotto i 10mila abitanti. Il No stravince a Napoli, con un picco del 75.5%, e poi nell’ordine Palermo, Bologna, Firenze, Torino, Genova, Bari, Roma, tutte città dove il No supera il 60%. Anche qua si nota il primato di Napoli e Palermo.
Il No è trasversale a tutte le classi sociali, con picchi nei due opposti: imprenditori e liberi professionisti da un lato, disoccupati e pensionati dall’altro. Ma la cosa che più colpisce è che la percentuale di gran lunga più alta di No, e cioè oltre il 63%, si trova fra gli studenti e più in generale nella generazione Z, da 18 a 28 anni. Mi pare che questo, sia pur relativo a un numero non elevatissimo di elettori, sia uno dei dati più importanti, perché rivela un punto di congiunzione fra la rivolta morale davanti all’eccidio di Gaza che ha portato a grandi manifestazioni in particolare giovanili, il crescente malessere sociale, il fenomeno del precariato, lo sviluppo del senso critico
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– si tratta di studenti nella quasi totalità universitari. Mi pare che, dopo un andare carsico come sovente avviene, la partecipazione dei giovani al voto e il loro No sia la porta d’accesso di una generazione all’impegno civile e alla buona politica all’insegna della difesa della Costituzione. E questo mi conferma la giustezza e la necessità di una particolare attenzione alle giovani generazioni.
L’altro dato riguarda il genere. Per Pagnocelli gli uomini hanno votato no al 51.5%, le donne hanno votato no al 55.9%. E’ un dato che andrebbe scavato, approfondito, ma in prima battuta è un segno dei tempi e dell’attenzione di genere alla cittadinanza e ai diritti sociali, ed è un segno particolare, che avviene nell’80° anniversario del voto alle donne e in una società ancora per molti aspetti patriarcale.
Non possiamo però nasconderci che, se è vero che in quasi tutti i capoluoghi di provincia ha vinto il No, nelle regioni Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia ha vinto il Sì. Si tratta di regioni pesanti perché fra le più ricche e produttive, con circa 16 milioni di abitanti, e sono la porta verso l’Europa. Questo apre una pagina di riflessione per noi, ma specialmente per i partiti.
Ma come si è costruita questa vittoria? Certo, a partire dalla difesa della Costituzione e dunque dello stato di diritto, e poi in un mix di ragioni che ha compreso più o meno l’opposizione al governo, il rigetto del sorteggio, della divisione del CSM, dell’istituzione dell’Alta Corte. Ma anche le difficoltà sociali, la paura della guerra, il clima di incertezza e di insicurezza che si vive oramai da tempo.
Certo, ci sono stati messaggi contraddittori e controproducenti da parte di personalità come Nordio, Mantovano, la stessa Meloni, tanti altri. Ma non dimentichiamo da dove siamo partiti, quando c’era un grandissimo divario nei sondaggi a vantaggio del Sì, a fronte di un quesito, come ho detto, difficile e specialistico.
Abbiamo fatto la scelta giusta come ANPI decidendo di partecipare al livello nazionale al Comitato società civile per il NO e assieme di mantenere la nostra autonomia. A livello locale non abbiamo posto vincoli né di inclusione né di esclusione dei partiti, e ciascun territorio si è organizzato unitariamente in base alla propria specifica situazione. Siamo intervenuti come ANPI centralmente lanciando l’appello del mondo della cultura e dello spettacolo, e siamo stati gli unici a farlo in modo organizzato e collettivo raccogliendo adesioni autorevolissime; abbiamo dato vita alla cosiddetta maratona social, a cui hanno partecipato tantissime personalità, siamo stati presenti sempre a livello nazionale sui social in modo costante e preciso, spesso coprendo qualche carenza del Comitato nazionale per il No. Ricorderete che
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tutto è partito sostenendo che la Via Maestra era necessaria ma non era sufficiente. Il Comitato per il No ha visto la presenza di parti fondamentali di altri mondi, in particolare quello cattolico.
Assieme, abbiamo trovato come compagni di strada il comitato Giusto dire NO, il comitato dei 15 che ha meritoriamente lanciato la raccolta di firme, e anche il comitato degli avvocati per il No. Questo arco di alleanze si è via via allargato sempre più. Devo dire francamente che l’impegno dei magistrati del comitato Giusto dire No è stato davvero straordinario e mi è parsa anche una grande novità nella storia della magistratura italiana.
Ma un ruolo determinante è stato svolto dalle nostre organizzazioni territoriali che forse più di qualsiasi altro hanno coperto le città, i comuni, le strade, le piazze, e lo hanno fatto sia con le iniziative pubbliche, i dibattiti, i comizi, sia con i presidi, i banchetti, i volantinaggi. La CGIL è stata fondamentale dal punto di vista logistico e organizzativo, l’ANPI è stata fondamentale per la presenza sul territorio. Per la seconda volta dopo il 2016, per usare le parole di Carlo Smuraglia, abbiamo scalato una montagna a mani n**e. E siamo arrivati in cima in ottima compagnia.
Sono certo che se non avessimo avuto la presenza territoriale che abbiamo avuto, certo, non da soli, se non avessimo toccato centinaia di migliaia, forse qualche milione di persone, non avremmo ottenuto questo risultato. E consentitemi in questa sede – lo ribadisco - di inviare a nome del Comitato Nazionale un grandissimo ringraziamento a tutte le nostre organizzazioni che con enorme impegno e con pesante fatica hanno contribuito a un risultato che rimarrà nella storia della repubblica.
In sostanza mi pare che abbiamo avuto una conferma piena che ci muoviamo nella direzione giusta in un momento che rimane drammatico della vicenda del nostro Paese e del mondo. Il disegno di attacco alla Costituzione è stato indebolito, ma non sconfitto. Certo, i primi effetti del referendum sono davanti ai nostri occhi, parlo delle dimissioni di Delmastro, della Bartolozzi e della Santanchè. Ma dovremo ancora vedere gli effetti di questo terremoto nel centrodestra. Vedremo se davvero il 31 marzo la destra incardinerà il ddl sulla riforma elettorale e vedremo allora di rispondere tempestivamente. Ma ancora: se, come e quando andrà avanti il disegno di legge sul premierato? E poi: che avverrà nei partiti? Che avverrà in Forza Italia, che era il partito di riferimento della legge di riforma? Penso che avverranno delle cose.
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Assieme, a me pare che questo risultato non sia riducibile alla sola vittoria del cosiddetto campo largo. Giocando sulle parole, mi pare la vittoria di un campo più largo del campo largo, perché comprende una certa quota di astenuti alle politiche che hanno invece votato al referendum e che non automaticamente voteranno alle elezioni politiche, ed anche perché comprende una quota di elettorato di destra.
Sulla legge elettorale io penso che dobbiamo dire che una piena democrazia si manifesta anche, forse specialmente, nella rappresentanza, che dobbiamo restituire pienamente al parlamento la sua potestà legislativa riequilibrando i poteri che sono già oggi, e da tempo, da prima del governo Meloni, squilibrati; penso solo per fare un esempio alla decretazione d’urgenza. Dobbiamo ribadire la natura parlamentare e non presidenziale della repubblica, e quindi suggerire una legge elettorale che sia proporzionale al fine di un parlamento, come si diceva un tempo, che sia specchio del Paese, contrastando esplicitamente il primato della governabilità sulla rappresentanza, che ha fra l’altro fallito ed è stato quanto meno una concausa dell’esplosione del fenomeno dell’astensionismo.
Questo vuol dire che qualsiasi premio di maggioranza falsa le regole del gioco a cominciare dal gioco più importante, e cioè l’articolo 138 della Costituzione, perché consente maggioranze farlocche che possono cambiare la Carta, come peraltro abbiamo visto proprio in occasione della legge costituzionale per fortuna bocciata dal referendum.
Dobbiamo infine ribadire che non è opportuno indicare sui programmi elettorali il nominativo di candidato presidente del consiglio, perché è l’ennesimo tentativo di introdurre in modo surrettizio il tema del premierato.
Le leggi di riforma costituzionale non sono solo quelle su cui si è votato con referendum, che sono 5: in due si è approvata la legge, il titolo V e la riduzione del numero dei parlamentari, in entrambi i casi ha prevalso lo spirito del tempo, per sua natura contingente. Nel primo caso le pulsioni secessioniste/federaliste della lega, nel secondo il populismo dei 5 Stelle prima maniera. Ricordo fra l’altro che il PD votò per la riduzione del numero dei parlamentari a condizione di una riforma della legge elettorale mai avvenuta. In tre casi la legge di riforma è stata bocciata: 2006, 2016, 2026.
L’articolo 138 prevede due passaggi alle Camera a distanza per lo meno di tre mesi, il primo a maggioranza di due terzi il secondo a maggioranza assoluta. È evidente che un conto è questa procedura con un parlamento eletto con la proporzionale, altro
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conto se è eletto col maggioritario o con un premio di maggioranza. In quest’ultimo referendum in particolare la legge riguardava modifiche costituzionali coerenti con un più generale stravolgimento della Carta nella prospettiva del premierato.
Facendo mia una suggestione di Vania Bagni penso che non certo ora, non con questa legislatura come ho detto, ma in un prossimo futuro si potrebbe valutare la possibilità di vincolare la coalizione vincente a un programma che comprenda anche una modifica del 138 che renda più complessa l’approvazione di modifiche alla Costituzione, considerando anche che questa fu approvata dall’Assemblea costituente con più dell’80% dei consensi. La cosa potrebbe avere lati positivi e negativi che andrebbero valutati. Lo dico non per parlarne adesso, ma per avviare una riflessione.
Ripartiamo quindi, e chiudo, da molte caselle in avanti e da un tessuto unitario che va ulteriormente rinforzato. L’esito del referendum non è solo la fine di un impegno fondamentale, ma deve essere l’inizio di una nuova fase. E abbiamo davanti subito, domani, il prossimo grande appuntamento unitario che riguarda la natura intoccabile della repubblica italiana e che quest’anno, 80° della Costituente, del voto alle donne, della repubblica, assume un valore particolare: il 25 aprile. Facciamo sì che sia come ieri, più di ieri, una straordinaria festa unitaria di popolo, la festa della liberazione dal nazifascismo, da qualsiasi nazifascismo