Centro Studi Sagara

Centro Studi Sagara Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Centro Studi Sagara, Organizzazione no-profit, Via montebono 2, Lari.

14/08/2026
21/06/2026

Carlo Ginzburg, con lo sguardo puntato sui vinti

di Fabio Dei

Addii La scomparsa a 87 anni dello storico e saggista che attraversò diversi ambiti disciplinari, dall'antropologia culturale alla letteratura all'arte per riscoprire, con il suo «paradigma indiziario», il sottotraccia delle microstorie. Fra i suoi libri, «Il formaggio e i vermi», «I benandanti», «Storia notturna», «Il filo e le tracce» e quest'anno per Adelphi «Il vincolo della vergogna. Letture oblique»

Con la morte di Carlo Ginzburg, scomparso ieri all’età di 87 anni, la cultura italiana perde uno dei suoi protagonisti di maggior spessore e originalità. Nato a Torino nel 1939 da Leone e Natalia Ginzburg, si era formato a Pisa presso la Scuola Normale, e aveva insegnato in numerose università italiane e americane. La storia dell’età moderna è stato il suo principale ambito disciplinare. Tuttavia, il metodo della «microstoria» e del «paradigma indiziario», messo a punto in alcune famose opere fra anni ’60 e ’70, lo hanno portato ad attraversare anche altri campi di studio, dall’antropologia culturale alla letteratura e alla storia dell’arte, facendone un intellettuale eclettico e di fama internazionale, con opere tradotte in decine di lingue.

QUALCHE ANNO FA, introducendo la riedizione dei suoi principali lavori per le edizioni Adelphi, Ginzburg aveva ricordato tre libri – letti da giovanissimo – come fondamentali per la sua formazione: i Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi e Il mondo magico di Ernesto de Martino. Cosa accomuna questi tre testi? Intanto la convinzione che la storia possa e debba restituire il punto di vista delle classi subalterne. Se questo obiettivo appariva quasi ovvio nella stagione della cultura progressista del dopoguerra, meno scontate erano le sue implicazioni. Da un lato, c’era la difficoltà di ricostruire la prospettiva subalterna, dal momento che le fonti sui cui si fa la storia sono per lo più scritte, e dunque egemoniche.

Se la visione dei vinti si può documentare nel contemporaneo attraverso le fonti orali, ciò non è possibile per la storia più lontana. Il problema per Ginzburg diventa allora come far emergere la dimensione subalterna attraverso l’analisi di scritti egemonici, come i verbali dei processi cinquecenteschi per eresia e stregoneria: si tratta di leggerli contropelo, oltre le intenzioni di chi li ha prodotti, in cerca di segni, tracce, spie di una cultura popolare che emerge tra le righe. Emerge in modo frammentario, è vero, come Gramsci stesso diceva: ma il metodo comparativo può consentire di trasformare frammenti irrelati in forme più coerenti e compatte. Questo è il nucleo del «paradigma indiziario», un modo di trattare i dati storici in cerca di incongruenze, dettagli, accostamenti inattesi in grado di portare in superficie il rimosso.

Inoltre, Ginzburg si rendeva conto che il percorso verso la cultura subalterna è al tempo stesso uno scavo verso gli «inferi», cioè verso strati della soggettività umana che si collocano ai limiti della razionalità codificata dalla società moderna e borghese. È il tema del Mondo magico di de Martino, che Ginzburg ritrova nel fenomeno storico della stregoneria, vero centro pulsante dei suoi interessi. Il suo primo famosissimo libro, I benandanti (1966) ricostruisce un culto agrario friulano del ‘500, conosciuto solo attraverso i processi dell’Inquisizione che lo hanno condannato, schiacciandolo sul modello ufficiale e dominante del patto con il Diavolo.

Ma nel momento in cui riconosciamo il processo della plasmazione egemonica, possiamo intravedere dietro di esso i tratti del complesso culturale originario. Analogo è il metodo dell’altrettanto famoso Il formaggio e i vermi, che esce dieci anni dopo e ricostruisce la cosmologia di un mugnaio (sempre cinquecentesco, sempre friulano) condannato per eresia, espressione di una «concezione del mondo e della vita» che non è esplicitamente alternativa ai modelli dominanti e si nutre anzi di materiali còlti, ma al tempo stesso non è mai interamente riassorbibile in essi. Si manifesterebbe qui una peculiare filosofia contadina che come un fiume carsico resta sempre sottotraccia nella storia, con pochi inaspettati affioramenti, e riconoscibile solo nei documenti che la condannano.

MA QUALI SONO le basi di questa cultura subalterna, vinta e perseguitata ma mai completamente esaurita? È il tema che Ginzburg affronta nel più controverso ma anche affascinante fra i suoi libri, Storia notturna (1989). La Chiesa, come detto, trasforma le pratiche magiche popolari appiattendole sul modello della stregoneria diabolica, che include l’idea del volo magico delle streghe e del loro «sabba» o incontro con il Demonio stesso.

Immagine prodotta dall’alto, questa, oppure a sua volta trasfigurazione di più profonde pratiche popolari? Ginzburg scommette sulla seconda ipotesi, e cerca di darle corpo attraverso un vertiginoso percorso comparativo tra miti, fiabe, racconti di ambito indoeuropeo; per approdare, in estrema sintesi, all’idea che dietro il sabba delle streghe vi sia il rito sciamanico e il complesso della «discesa agli inferi» – un rito che si trasforma poi in racconto, costituendo la matrice originaria di ogni storia che è possibile narrare. Il libro è a sua volta una sorta di grande costruzione mitologica, che affascina per l’erudizione con cui l’autore sa scavare in materiali diversi ed eterogenei. Da qui però anche le controversie e i dibattiti aperti. Non solo alcuni filologi attribuiscono a Ginzburg forzature eccessive nell’interpretazione dei disorganici documenti disponibili; molti rifiutano anche di ammettere una eccessiva autonomia della cultura popolare, che considerano piuttosto come costantemente nutrita e plasmata dalla cultura alta.

BISOGNA PERÒ CHIARIRE che le aperture quasi mitografiche di Storia notturna non pongono affatto il suo autore sul versante di quel postmodernismo storiografico che relativizza l’oggettività dei documenti e della narrazione storica. Al contrario. Ginzburg insegna negli Stati Uniti proprio negli anni in cui il postmodernismo è più in voga, e vi si oppone radicalmente, considerandolo come un cattivo frutto dell’idealismo (e facendolo persino risalire al pensiero di Gentile). Nei suoi scritti maturi, pur affrontando una molteplicità di tematiche differenti che ne accentuano l’eclettismo, tiene fermo il criterio della verità come obiettivo del lavoro storico. Lo fa ad esempio in raccolte di saggi come Rapporti di forza (1999) e Il filo e le tracce (2006), ma anche in Il giudice e lo storico (1991), una rilettura del processo contro Adriano Sofri che tenta di smontare le ipotesi accusatorie e di dimostrarne l’inconsistenza, proprio a partire da un concetto forte di oggettività.

Di grande impatto sono i suoi interventi nel dibattito sulle rappresentazioni retoriche della Shoah, che si oppongono a negazionismi e revisionismi in nome del valore non scalfibile della testimonianza. Non è possibile qui neppure accennare alla vastissima serie di saggi di storia delle idee e della cultura che Ginzburg ha prodotto, peraltro spaziando fra diversi periodi storici, contesti linguistici e approcci disciplinari. Ci resta di lui l’immagine di un intellettuale totale di vecchio stampo, il cui lavoro si colloca tra due istanze apparentemente contrastanti, ma tenute forme con la medesima forza. Da un lato l’idea che il mestiere dello storico (come quello dell’antropologo) consista nel penetrare sotto la superficie dell’apparenza, di ciò che appare ovvio e scontato, e di far emergere ciò che è rimasto nascosto, vinto, rimosso; dall’altro, la convinzione che ciò possa avvenire solo aggrappandosi all’oggettività delle fonti e dei documenti, e mantenendo la capacità di distinguere i fatti dalle finzioni, la verità dai processi retorici che cercano di fabbricarla. Un programma più che mai attuale per i suoi più o meno dichiarati eredi.

fonte: il manifesto

19/06/2026

After his wife’s death while doing fieldwork, he rejected writing as a detached observer, setting off a profound shift in cultural anthropology.

Indirizzo

Via Montebono 2
Lari
56035

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 17:00
Martedì 09:00 - 17:00
Mercoledì 09:00 - 17:00
Giovedì 09:00 - 17:00

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Centro Studi Sagara pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'organizzazione

Invia un messaggio a Centro Studi Sagara:

Scelte rapide

Condividi