Associazione "Le Città Visibili"

Associazione "Le Città Visibili" L'associazione "Le Città Visibili" si pone come obiettivo quello di riscoprire e valorizzare il terri

Promozione del territorio e la passione per la conoscenza oltre che la riscoperta delle tradizioni dei posti da visitare

IL NOSTRO VIAGGIO IN ABRUZZOa cura di Anna Misuraca ​Esistono viaggi in cui le stagioni e il tempo sembrano aver trovato...
08/06/2026

IL NOSTRO VIAGGIO IN ABRUZZO
a cura di Anna Misuraca
​Esistono viaggi in cui le stagioni e il tempo sembrano aver trovato un accordo segreto con la natura, stringendo un patto di eterna bellezza.
Il viaggio promosso dall'Associazione Le Città Visibili è stato proprio questo: un'immersione profonda, poetica e garbata nel cuore più autentico dell'Abruzzo.
​A guidarci passo dopo passo in questa avventura è stata Teresa Trancoso, una guida straordinaria e appassionata che ha fatto di tutto per rendere ogni istante perfetto. Sp****la d'origine ma abruzzese d'adozione, Teresa ci ha presentato con immenso orgoglio questa terra che lei tanto ama. C'è una poesia immensa nel vedere una persona che, pur venendo da lontano, adotta una terra fino a farla propria e a trasmetterne l'anima con così tanto orgoglio; vederla lavorare con trasporto ci ha mostrato il grande merito di chi sa mettere tutto il proprio cuore nel lavoro, regalando un amore che supera ogni confine.
​La nostra avventura è iniziata la mattina presto, con la partenza fissata alle ore 6:00. Un cammino vissuto con trepidazione ed entusiasmo che ci ha condotti, già alle 14:30, laddove l'Abruzzo sposa l'Adriatico. Abbiamo inaugurato l'itinerario lungo la spettacolare Costa dei Trabocchi, rimanendo sorpresi davanti a queste caratteristiche costruzioni in legno, palafitte tese sul mare che sembrano giganteschi ragni sospesi sull'acqua. Proprio qui si è potuto ammirare il celebre Trabocco Turchino, quello scrigno di legno e corde celebrato dal genio di Gabriele D'Annunzio.
Per assaporare appieno questa magia, abbiamo percorso una parte della Via Verde d’Abruzzo, la suggestiva pista ciclabile che costeggia il litorale regalando scorci di infinita bellezza tra l'azzurro delle onde e il verde delle colline. Nel pomeriggio il viaggio ci ha condotti a Ortona, fiera città di mare ricca di storia e fascino. Dopo averne ammirato le bellezze, con l'imbrunire ci siamo lasciati alle spalle la costa per addentrarci verso l'interno, raggiungendo Roccacasale. Qui, ad accoglierci per la notte, abbiamo trovato l'abbraccio caloroso dell'Hotel Le Ginestre. Un ringraziamento speciale e di cuore va a Fabio e alla sua splendida famiglia: la loro gestione ci ha fatti sentire proprio come a casa. Li ringraziamo profondamente per l'ottima cucina, ricca dei sapori autentici del territorio, e per tutte le attenzioni, la premura e la gentilezza che hanno saputo riservare al nostro gruppo, rendendo il soggiorno indimenticabile.
​Il mattino seguente ha aperto le porte a una strada straordinaria che percorre una serie di laghi pittoreschi, dove l'acqua e la roccia si fondono in un abbraccio continuo. Abbiamo attraversato le spettacolari Gole del Sagittario, un canyon impressionante e selvaggio scavato dal fiume che ci ha fatto da porta d'ingresso nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo. Continuando lungo questo itinerario suggestivo, siamo giunti alla quiete mistica dell'Eremo e del Lago di San Domenico, dove l'eremo incastonato nella roccia si specchia in acque color smeraldo. Superato il romantico Lago (a forma di cuore), siamo arrivati nella splendida e millenaria città di Scanno, un autentico gioiello sospeso nel tempo. Per il pranzo ci siamo accomodati nel buonissimo ristorante "Lo Sgabello", dove abbiamo assaggiato una pasta tradizionale: i cazzitilli con orapi, tipici gnocchetti fatti a mano saltati con la caratteristica verdura selvatica di montagna, che sono risultati veramente gustosi, insieme ad altre prelibatezze. Sempre al ristorante "Lo Sgabello" abbiamo avuto il piacere di assaggiare il celebre Pan dell'Orso: un dolce a forma di cupola fatto con un impasto soffice di mandorle, miele e uova, interamente ricoperto da un guscio di finissimo cioccolato fondente. Una prelibatezza strettamente imparentata con il celebre Parrozzo di Pescara, il dolce abruzzese per eccellenza tanto amato e decantato dallo stesso D'Annunzio. La giornata è proseguita spostandoci verso l'elegante Sulmona. Qui abbiamo visitato la storica fabbrica dei Confetti Pelino, un viaggio affascinante nella tradizione dolciaria, prima di dedicarci a un bellissimo giro in questa città stupenda, tra piazze monumentali e atmosfere raffinate.
​Successivamente, il nostro viaggio ha cambiato scenario, muovendosi verso la maestosità del Gran Sasso. Il cammino ci ha regalato una meraviglia per gli occhi: abbiamo attraversato campi interminabili e pittoreschi in piena fioritura, una distesa poetica di papaveri rossi e ginestre gialle che colorava l'altopiano a perdita d'occhio come una tavolozza di colori. Durante il tragitto, abbiamo fatto una fermata a Bominaco per visitarne le straordinarie chiese; qui l'intensità degli affreschi medievali ci ha accolto in un silenzio quasi sacro. Il viaggio è poi continuato fino a raggiungere l'antico borgo di Santo Stefano di Sessanio, incastonato tra le montagne. Per il pranzo ci siamo accomodati nel ristorante "Il Palazzo", dove abbiamo gustato una saporitissima e tradizionale zuppa di lenticchie. Proprio qui, a coronare nel modo migliore il pranzo, abbiamo assaggiato anche la deliziosa e tipica pizza dolce abruzzese: una torta a strati di pan di spagna bagnati con liquore Alchermes, farcita con crema pasticcera e crema al cioccolato, un capolavoro della pasticceria locale che profuma di festa e di casa. Nel pomeriggio, il percorso ci ha portati a L'Aquila. La visita a questa splendida città ci ha donato una profondità emotiva straordinaria, mostrandoci la forza di una comunità che si rialza e si mostra fiera, affrontando una continua rinascita fino a diventare, con pieno merito, Capitale della Cultura. È un luogo che lascia letteralmente senza fiato. Il momento più alto della visita lo abbiamo vissuto nella Basilica di San Bernardino da Siena: l'impatto con quel soffitto ligneo monumentale, splendidamente intagliato e dorato, è una meraviglia pura che riempie gli occhi e l'anima, prima di rimetterci in cammino.
​Le ultime tappe di questa avventura sono state dedicate alle terre della Maiella, per raccogliere gli ultimi preziosi ricordi prima del rientro. Abbiamo visitato Pescocostanzo, un borgo che si è rivelato un autentico gioiello di pietra, stupendo, raffinato e ricco di un fascino architettonico che lascia senza fiato. Per spostarci da qui a Pacentro, abbiamo attraversato una strada panoramica, un itinerario d'altri tempi che attraversa il fiabesco Bosco di Sant'Antonio, dove i faggi secolari sembrano custodi silenziosi della montagna. Poi la via prosegue regalando emozioni forti attraverso spettacolari tornanti panoramici che si snodano proprio verso il borgo di Pacentro, arroccato con fierezza sui pendii. Qui, i soci de Le Città Visibili hanno vissuto un momento emozionante, salendo con entusiasmo fino alla torre dell'imponente Castello Caldora, per abbracciare con lo sguardo un ultimo, spettacolare panorama abruzzese.
​Proprio dopo queste visite, mentre percorrevamo in pullman quella strada straordinaria nella Maiella, poco prima di fermarci per il nostro ultimo pranzo veloce, si è consumato un momento di pura e commovente magia. Invitati dalla nostra guida Teresa, ci siamo calati nell'ascolto della celebre poesia "I Pastori" di Gabriele D'Annunzio.
E' stato un istante di grandissima intensità emotiva e di profonda rievocazione, i suoi versi hanno risuonato nel silenzio del viaggio, la grande letteratura si è fusa con la vita e
e con le nostre stesse emozioni. Proprio ora che stavamo per andar via, quelle parole così cariche di nostalgia e di partenze ("Settembre, andiamo. È tempo di migrare...") hanno risvegliato un legame antico e ancestrale con la terra abruzzese, facendoci sentire vicini ai pastori di un tempo e ricordandoci che ogni viaggio, prima o poi, chiede di tornare verso casa. Eppure, proprio in quel distacco imminente, la poesia ha trasformato la malinconia in pura meraviglia, sigillando nel cuore lo spirito più autentico della montagna madre.
Infine, consumato l'ultimo pasto in terra abruzzese, abbiamo intrapreso il viaggio di ritorno, stanchi ma felici, con il cuore colmo di stupore.
Teresa Trancoso
Sulmona

SCILLA E LE FORTIFICAZIONI DELLO STRETTORacconto a cura di Giuliana ManfrediPh Mimmo GrecoNon potevamo scegliere giornat...
30/05/2026

SCILLA E LE FORTIFICAZIONI DELLO STRETTO
Racconto a cura di Giuliana Manfredi
Ph Mimmo Greco
Non potevamo scegliere giornata migliore per la nostra visita a Scilla: la luce intensa e l’aria tersa hanno reso ancora più magico l’itinerario tra le sfumature del mare, tra l’indaco e il turchese, e le gradazioni di verde delle campagne che circondano la città. Domenico Guarna, la nostra amata infaticabile guida (che ci propone sempre percorsi sorprendenti e accattivanti) ci accoglie sorridente e ci conduce attraverso i vicoli e ci fa notare i riflessi viola che danno il nome alla costa; ci indica Chianalea, Favazzina, Bagnara, Palmi e il promontorio di S. Elia, e ci mostra il “Sentiero del Serro- Percorso botanico nella macchia mediterranea”, che attraversa boschi e castagneti secolari, curato da qualche anno dall’ Associazione Calabria Wild Wine (che ha come obiettivo il recupero, la tutela e la valorizzazione della biodiversità della vite) che offre al contempo una visita della città attraverso i profumi e le piante che caratterizzano l’area (acanto, cappero, rosmarino, lentisco e così via). Giungiamo, poi, nella piazza principale, dedicata a San Rocco, patrono di Scilla. Costruita come un grande terrazzo che domina lo stretto, il nostro sguardo si perde da Punta Pacì, all'estremità meridionale dell'area scillese, fino a tutto lo Stretto di Messina, scorgendo Ganzirri e capo Milazzo, parte delle isole Eolie, con le loro inconfondibili sagome, e il Castello Ruffo di Scilla, che si staglia fiero. Domenico ci racconta la storia di Scilla, contenuta nelle “Metamorfosi” di Ovidio, che viene immortalata nella statua bronzea troneggiante nella sua drammaticità. Scrive Ovidio che Scilla, mentre fa il bagno in mare, viene notata da Glauco, divinità marina metà uomo e metà pesce, che si innamora perdutamente di lei, non ricambiato. Glauco, indignato, si rivolge alla maga Circe a cui chiede un incantesimo per conquistare la giovane. Circe, però, è invaghita di Glauco e decide di eliminare la rivale, trasformandola in un mostro. Lo scultore, Francesco Triglia, rappresenta Scilla nel momento della sua metamorfosi: le sue gambe assumono forme di serpenti che terminano in teste di cani dai denti affilati e Scilla si afferra la testa disperata per l’inesorabile destino che l’attende. Domenico riprende brevemente i miti di Scilla e Cariddi (località che non esiste in Sicilia, come qualche turista immagina) che servivano a spiegare i gorghi, causati dalle forti correnti che si intersecano al largo dello stretto, che inghiottivano o mettevano in pericolo le navi. Proseguiamo la nostra visita e giungiamo nel punto strategico su cui si erge il Castello. La prima fortificazione della rupe contro le incursioni piratesche risale al V secolo a.C., sotto il Tiranno Anassila di Reggio. L'inespugnabilità della rupe fu violata solo da Dionisio di Siracusa (390 a.C.) Ulteriormente rinforzata dall'imperatore Ottaviano, viene poi descritta da Plinio il Vecchio come Oppidum Scyllaeum, ossia “grande insediamento fortificato”. Nel 1060 il Castello di Scilla si arrese per fame a Roberto il Guiscardo, che lo scelse come presidio militare. Nel Quattrocento, fu concesso dal re di Napoli Ferdinando I e, infine, nel 1533 fu acquistato da Paolo Ruffo, che lo restaurò e vi si stabilì. Domenico ci racconta dei vari assedi (dal mare il maniero era difficilmente attaccabile, mentre dalle colline subì diversi assalti) e ci fa notare i dettagli che documentano gli interventi sul castello nelle diverse epoche: cortine, torrioni, feritoie, le mura, il ponte levatoio, gli stemmi. Superato l'androne a volta, si apre un cortile e da qui, percorrendo il grande scalone, ci troviamo all'ingresso della residenza e nei suoi ambienti interni. Nelle aree di guardia Domenico ci indica dei graffiti, opera dei soldati nei lunghi turni di vedetta: alcuni sono lettere, nomi, altri presumibilmente rappresentano un antico ignoto gioco. In un angolo nascosto la nostra guida ci fa notare una lapide che ricorda la tragica esplosione della polveriera del castello, causata da un fulmine il 12 luglio 1812 in cui persero la vita due ufficiali e una ragazza del luogo. Entriamo, poi, in una sala interna che un tempo era di fronte ad una struttura di canalizzazione delle acque; Domenico ci racconta, inoltre, che durante le sue ricerche, tra i documenti dell’Archivio militare di Roma, ha scoperto che all’interno esistessero delle scale che conducevano a un porto, di cui ora non c’è più traccia, e che probabilmente servì come via di fuga per gli inglesi durante uno scontro con l’esercito francese. Danneggiato dai terremoti del 1783 e del 1908, il Castello Ruffo venne restaurato ed oggi è uno tra i meglio conservati e ospita eventi e convegni; dal 1913 ospita, nella parte superiore, il Faro di Scilla, dal quale godiamo di splendidi scorci panoramici, e due interessanti esposizioni dedicate alla caccia al pesce spada (un’imbarcazione a remi originale, detta luntre; modellini di varie imbarcazioni da pesca e foto antiche dell’attività che si svolge tuttora, da maggio alla prima metà di agosto) e ai meravigliosi fondali marini a pochi metri dalla riva, che ci svelano colori e scenari inimmaginabili di un ecosistema tra i più preziosi e fragili. Durante la nostra visita, quasi a bella posta, abbiamo la fortuna di vedere in attività ben tre imbarcazioni (con l’inconfondibile pontiletto lungo e sottile e la coffa). La vista dello splendido mare cristallino delizierà il nostro pranzo sul terrazzo del ristorante “Il Casato”, dove gustiamo diverse specialità locali eccellentemente preparate.
Il pomeriggio è dedicato alle visite a Torre Cavallo e a Poggio Pignatelli. Nel Medioevo in Calabria era forte il pericolo delle scorrerie tra bande (pirati saraceni e poi turchi) al fine di saccheggiare città e paesi sulla costa; per questo motivo vennero erette numerose torri di avvistamento sulle punte avanzate della costa, pronte a dare l'allarme (con vari sistemi, mutati nel tempo: fuochi, fumo, specchi) appena all'orizzonte si scorgeva un’imbarcazione sospetta. Tra le postazioni difensive venne costruita, nel XVI secolo, in località Santa Trada (nei pressi di Villa San Giovanni), Torre Cavallo, una delle antiche torri d’avvistamento cinquecentesche del circondario di Reggio Calabria, parte del sistema difensivo dello Stretto di Messina. Il nome deriverebbe da un'abbreviazione popolare dal latino "caput valli" (capo di difesa), oppure alla presenza di un cavallo per il controllo notturno della costa (torre cavallara) e velocizzare le informazioni tra le postazioni. La cinta muraria del forte murattiano venne costruita nel 1808, quando Napoleone nominò re di Napoli il cognato, Gioacchino Murat (che giunse a Scilla nel giugno del 1810 e vi rimase fino al luglio). Per suo volere, le mura delle torri vennero ammodernate e collegate con un cunicolo sotterraneo. Ammiriamo Torre Cavallo e il forte di Murat mentre Domenico ci fa percorrere il sentiero, come ci spiega, reso agibile da un gruppo di volontari unitisi a Angelo Raso e Piero Idone, attivisti rispettivamente di Legambiente e di Wwf Reggio Calabria. La presenza dei Ruffo determinò le varie ricostruzioni della torre e delle modalità di utilizzazione nel tempo ed in tempi più recenti la Torre Cavallo venne utilizzata anche per l’avvistamento del pesce spada, nel periodo della pesca. Tra le siepi, le immagini di Edward Lear, Gioacchino Murat e Alexandre Dumas testimoniano il loro percorso a piedi in quell’area.
Poggio Pignatelli è una delle fortificazioni del sistema difensivo permanente per il controllo dello Stretto, costituito dalla corona dei Forti Umbertini realizzati tra il 1885 e il 1892 sulle sponde della Calabria e della Sicilia. La parte calabrese di questo ingegnoso sistema, prevedeva una postazione di grandi dimensioni, Forte Batteria Siacci, ultimata nel 1888 e una serie di forti nelle immediate vicinanze, Forte Poggio Pignatelli e Matiniti Inferiore. Questo tipo di fortificazioni, strutture efficaci e di facile manutenzione, partono dal modello esistente all’epoca con “artiglieria su postazioni fisse a coprire ampi settori di tiro”. Il modello che ne deriva è molto semplice ed essenziale e, nel caso dello Stretto di Messina, utile a fronteggiare l’attacco dal mare. Sfruttando la naturale conformazione delle due sponde dello Stretto, i Peloritani sul versante siciliano e le pendici dell’Aspromonte su quello calabrese, si decise di rendere le fortificazioni completamente invisibili dal mare e di proteggere in modo tradizionale le parti retrostanti con fossati, postazioni di tiro e ponti levatoi. Fortino Poggio Pignatelli di Campo Calabro oggi è tornato a vivere grazie a un accordo di valorizzazione tra il Segretariato Regionale del MiC per la Calabria, il Comune di Campo Calabro e l'Agenzia del Demanio. Il sito oggi ospita attività ludico-agrituristiche-naturalistiche (Museo Faunistico Diorama, Giardino del progetto “Piantiamo insieme il futuro”), ed al suo interno vengono realizzati eventi coerenti con la sua destinazione. Ringraziamo Andrea e Giuseppe che con grande entusiasmo e competenza ci hanno fatto da guida nell’interessantissimo Museo Faunistico Diorama, dedicato alla fauna aspromontana, dove ci siamo entusiasmati e incuriositi come bambini e Domenico che ha giustamente tenuto tanto a questa visita. L’intera giornata è stata ricca di storia tangibile, sorprese e riflessioni e non c’è considerazione migliore di quella di Domenico che condividiamo integralmente, in attesa di scoprire nuovi luoghi e nuove emozioni: “Le fortificazioni ci insegnano di quanto sia insensata la guerra e di quanto quei posti nati per difendere e colpire, oggi possono diventare luoghi aperti a un nuovo racconto”.



Associazione "Le Città Visibili"

Racconto a cura di Giuliana ManfrediPh Mimmo Greco Torniamo a Sersale in una piacevole giornata primaverile assolata e m...
13/05/2026

Racconto a cura di Giuliana Manfredi
Ph Mimmo Greco
Torniamo a Sersale in una piacevole giornata primaverile assolata e mite; ad accoglierci il sindaco Carmine Capellupo, affettuoso e attento come sempre, che ha pianificato nel dettaglio questa visita, e l’etnobotanico Carmine Lupia, responsabile del CEA Valli Cupe, amico di vecchia data della nostra associazione, fonte inesauribile di notizie e curiosità sulla natura. La prima tappa di oggi è la Cascata del Campanaro, che raggiungiamo percorrendo un sentiero a gradinate, attraverso un bosco di lecci. Immersa in una suggestiva cornice di sfumature dovute al particolare colore della roccia su cui l’acqua scorre, tra felci e liane, si ha quasi l’impressione di trovarsi in un tempo sospeso e in un luogo esotico. Prima di giungere alla cascata, lungo il sentiero, Carmine ci fa notare una tipica costruzione contadina (pagliaru), i resti di un ponte costruito nel secolo scorso (bombardato durante la seconda Guerra Mondiale e ricostruito da maestranze locali), una piccola cascata a più salti che si tuffa in una graziosa pozza naturale e varie specie di felci (felce di Creta e felce Lanosa), capelvenere, piante, come il salice da cui si ricava l’aspirina, il platano orientale e l’albero della manna Qui, se si è fortunati, si possono scorgere la salamandra dagli occhiali, il granchio d’acqua dolce e l’airone cinerino. Mentra camminiamo, Carmine ci racconta che, verso la metà del '500, i Sersale comparvero nel territorio della Presila come titolari della Contea di Belcastro, di parte della Contea di Zagarise e di quella di Cropani. La fondazione del centro abitato attuale risalirebbe al 1620, legata all'opera di Francesco Sersale, barone di Belcastro, per dare ricovero ad alcune famiglie di boscaioli di Serrastretta che,avendo appreso che il barone nel suo feudo di Sellia disponeva di vasti appezzamenti di terre incolte, decisero di chiedergli l'assegnazione dei fondi di Angaro e Morino, trasferendosi, poi, con le famiglie in quelle terre e iniziando a coltivarle e a costruirvi le prime abitazioni. Le Valli Cupe, oggi nota riserva naturale grazie a Carmine Lupia, ospitano un sentiero risalente all'VIII secolo, che collegava quattro monasteri basiliani, evidenziando l’importanza storica e culturale della zona. Dopo la bellissima passeggiata naturalistica, si unisce a noi il sindaco e ci rechiamo alla Chiesa Madre, un esempio di architettura neoclassica con una facciata scandita da quattro alte lesene scanalate tra le quali tre nicchie ospitano le statue di Sant’Antonio, San Giuseppe e la Madonna con il Bambino. All’interno, l’altare barocco, realizzato in più fasi, in stucco e scagliola ospita la statua della Madonna del Carmelo, patrona del paese, a cui è dedicata una processione molto sentita e partecipata; un’altra pregevole statua in marmo risalente al 1600 è collocata all’entrata, sulla destra. All’interno della chiesa sono presenti anche interessanti dipinti. Adiacente alla Chiesa Madre è sorta, intorno alla fine del ‘600, la Chiesa dell’Immacolata, con funzione di oratorio, dove tuttora si possono ammirare dipinti di scuola napoletana seicentesca, di grande valore; l’altare ricco di fregi intagliati in legno policromo e la statua dell’Immacolata, anch’essa lignea. Questa chiesa possiede un’alta torre campanaria cuspidata, alla quale si accede da un portale ad arco sormontato da un basso rilievo raffigurante un angelo. Ha una sola navata e custodisce un altare ligneo di pregevole fattura. Ristrutturata, è stata da qualche anno restituita al culto. Mentre proseguiamo, il sindaco ci racconta la vivacità di Sersale, che ospitò la So.Fo.Me. (la prima Società Forestale del Mezzogiorno d’Italia) e diverse attività boschive di grande importanza per la crescita economica e sociale del paese. Carmine aggiunge che prodotti come pece, belladonna, lamponi, fragole e more, insieme alla gomma di lentisco e alla manna si esportavano ovunque fino ai primi del 900.Giunto il momento di pranzare, ci rechiamo al ristorante “Scacco Matto” di Mario Rizzuto, raccolto e accogliente, dove gustiamo un meraviglioso antipasto calabrese (soppressata, ricotta, bruschetta, frittelle di patate, cicoria con patate, panino imbottito di peperoni), tre assaggi di primi (pasta con sugo di salsiccia e provola, spaghetti con acciughe, pangrattato e pomodorini, ravioli di melanzane e formaggio), scaloppine ai funghi e tagliata con verdure e, per finire, gelato o sorbetto. Tutto davvero squisito. Nel pomeriggio, abbiamo attraversato l’interessante centro storico; il sindaco ci ha mostrato le novità di Sersale, come i murales, opera di Giovanna Pingitore e Andrea Bolotta, dedicati ad alcuni scatti di Tommaso Le Pera, noto fotografo teatrale nato qui. Un grande volto colorato della grande Mariangela Melato ci guarda imponente dall’alto; Peppino De Filippo, con sguardo furbo, osserva i ritratti di Gassman, Proietti e Franca Valeri su un muro laterale. Altri lavori verranno realizzati per confluire nell’opera collettiva “Dipingiamo il Borgo di Sersale”. Successivamente, entriamo nel Palazzo Comunale dove il Sindaco, tra il plauso generale, consegna alla nostra Presidente una targa di riconoscimento per l’attenzione e l’affetto verso Sersale e le sue bellezze. Gli spazi interni ospitano antiche foto del paese e ricordi di eventi che hanno segnato la comunità, come il sacrificio di Carmela Borelli, l’eroica mamma che morì per salvare i figlioletti che con lei vennero sorpresi da una tormenta di neve nel febbraio 1929. Dai balconi del Palazzo godiamo di una meravigliosa vista che abbraccia il Golfo di Squillace, da Punta Stilo fino a Crotone, e ne approfittiamo per immortalare quell’azzurro meraviglioso. Insieme a Carmine Lupia ci dirigiamo, infine, al Conservatorio di Etnobotanica Mediterraneo, centro di ricerca, conservazione e valorizzazione del patrimonio vegetale mediterraneo: erbe, semi, gemme e legni con scopi etnobotanici e fitoterapici. Mentre ci allontaniamo, Carmine ci fa notare in cima al paese la Chiesa di Sant’Anna, probabile meta di una futura visita in questo incantevole luogo della Calabria. Un affettuoso grazie, oltre a Carmine Capellupo e a Carmine Lupia, a Don Steven e a Franco Dimarino per la disponibilità e la calorosa accoglienza.
Carmine Capellupo
Lupia Carmine

Racconto a cura di Giuliana ManfrediPh di Mimmo GrecoGERACE. NON SOLO CATTEDRALEIn una domenica velata di grigio ci diri...
20/04/2026

Racconto a cura di Giuliana Manfredi
Ph di Mimmo Greco
GERACE. NON SOLO CATTEDRALE
In una domenica velata di grigio ci dirigiamo a Gerace, centro medievale che offre uno dei percorsi più suggestivi della Calabria, che troneggia sulla rupe dello Sparviero (hièrax in greco, da cui il nome della città), e che offre testimonianze storiche, sorprese archeologiche e panorami mozzafiato. Non visiteremo solo la splendida Cattedrale, di recente restaurazione, ma ci addentreremo, accompagnati da Alessandra Moscatello, appassionata e appassionante guida turistica, e Domenico Guarna, storico e guida ambientale escursionistica, entusiasta e trascinante, tra le bellezze meno note di Gerace. A bordo di un coloratissimo trenino turistico, guidato dalla vulcanica signora Maria, e a suon di tarantella, raggiungiamo la parte alta della città, mentre Maria stessa ci introduce nella storia di Gerace e ci indica alcuni luoghi strategici. Procediamo a piedi verso Piazza delle Tre Chiese per ammirare la Chiesa Convento di San Francesco d’Assisi in stile gotico (durante l’occupazione francese del 1806 il convento fu abbandonato dai frati. Il complesso, successivamente restaurato, venne adibito a carcere fino al 1897 per essere poi destinato a diversi usi: mulino, frantoio e abitazione), con il suo splendido altare in marmi intarsiati, e la chiesa greco-ortodossa di San Giovannello. Alessandra ci introduce nella Piazza delle tre Chiese (quella del Sacro Cuore viene adoperata raramente). La nostra visita ha inizio nella Chiesa di San Francesco d’Assisi il cui ingresso principale non è sulla facciata, ma sul lato; l’imponente portale, con decorazioni di ispirazione arabo-normanna, si apre sulla piazza e ci conduce all’interno, che presenta un’unica navata con soffitto ligneo a capriate. Nel presbiterio, coperto da volta a otto vele, si trova il meraviglioso altare maggiore del XVII secolo, decorato con intarsi in marmi policromi con soggetti naturali (piccole mosche, animali simbolici, uccelli, farfalle, piante e fiori) e paesaggistici, che Alessandra ci spiega minuziosamente, facendoci notare inaspettati dettagli tra i mosaici costituiti da piccolissimi pezzetti di marmo, che hanno richiesto un’incredibile abilità artistico-manuale. Dietro l’altare si trova il sarcofago di Nicola Ruffo di Calabria, datato 1372-1374 e realizzato da botteghe napoletane attive presso la corte angioina. Il sarcofago è stato realizzato con il riutilizzo di marmi classici; è stato spostato più volte, riportando qualche danno da riparare e ciò ha consentito di scoprire che la lastra su cui poggia è materiale di recupero poiché sul lato inferiore è incisa la figura di una donna. Ci spostiamo, quindi, nella vicina chiesetta di San Giovannello, la cui struttura muraria è composta da conci di pietra locale, malta e cotti; si tratta di un piccolo edificio costruito tra il X e XI secolo, dallo stile bizantino ben conservato. L’interno, a navata unica, è illuminato da sette monofore arcate e laterali. All'interno sono presenti nicchie per le absidi laterali (prothesis e diaconicòn), tracce di un affresco ed una cisterna alimentata dalle acque piovane. Lasciata la piazza, ci dirigiamo al museo Diocesano della Cattedrale che contiene preziosi manufatti e suppellettili, databili tra il XVI e il XX secolo, della cattedrale e delle confraternite; dipinti, sculture e tessuti della manifattura napoletana del XVIII secolo.Tra le opere di rilievo : un magnifico arazzo realizzato, nella seconda metà del XVII, da Jan Leyniers, nella prima sala: la Stauroteca in argento dorato, pietre dure e perline ascrivibile al XII sec. (realizzata probabilmente in Gerusalemme o nei laboratori normanni di Sicilia): il calice di Mons. Diez De Aux datato 1726, in filigrana e pietre dure, il busto argenteo di santa Veneranda, opera di Gregorio Juvarra, la splendida scultura argentea dell’Immacolata e la Corona della Madonna del Carmine di Gerardo Sacco. È il momento di varcare la soglia della meravigliosa Cattedrale, da poco riaperta dopo una lunga ed interessante campagna di scavo e restauro e Alessandra stessa è visibilmente emozionata. Ci racconta delle preziose informazioni emerse dalle scoperte dalle stratificazioni delle varie epoche, a cominciare all’VIII secolo d.C., che caratterizzano la costruzione, e del ritrovamento di un Histamenon aureo (976-1025), moneta d’oro raffigurante gli Imperatori Basilio II e Costantino VIII; le navate, definite da colonne marmoree romane di recupero, e la cripta, dal suggestivo intreccio di colonne millenarie, documentano l’incontro tra la tradizione bizantina e gli influssi occidentali successivi. Alessandra ci fa notare la pavimentazione ricostruita creando a mano, una per una, le mattonelle che riproducono la tipologia originaria. I lavori, come sottolinea il dottor Giuseppe Mantella (Direttore dell’Ufficio Tecnico e dei Beni Culturali della Diocesi di Locri-Gerace), che abbiamo avuto il piacere di incontrare durante la visita, “hanno individuato la fase altomedievale del primo luogo di culto, ricavato direttamente nella roccia, successivamente inglobato e ampliato durante le diverse epoche, da quella ottoniana e normanna fino a formare l’attuale cripta-soccorpo”. Proseguiamo il nostro giro e giungiamo ai ruderi del Castello Normanno, da cui lo sguardo spazia dalle montagne dell’Aspromonte allo Ionio, e ci fa godere di un panorama imperdibile. La voce che ci guida è ora quella di Domenico che arricchirà le sue spiegazioni con immagini, letture ed estratti da testi che raccontano Gerace da punti di vista particolari. L’ antico impianto greco-romano del castello venne consolidato dai bizantini e poi ristrutturato e potenziato dai Normanni durante la loro dominazione. Domenico ci fa notare i dettagli di queste stratificazioni: l’imponente torrione a pianta cilindrica, i lunghi basamenti monolitici e le pareti realizzate con blocchi megalitici dei quali, dopo il terribile terremoto del 1783, restano i ruderi. Alla fortezza si giungeva da un percorso scosceso che si apre sul Baglio, l’ampio spiazzo che domina la vallata fino al mare. Durante il periodo aragonese sulla facciata principale furono creati feritoie, guardiole e camminamenti interni. Del Castello originario sono visibili i pilastri del ponte levatoio sul fossato, l'ingresso, la piazza d’armi, la torre circolare e i resti della torre angolare, distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale. A coronare la vivace descrizione di Domenico, una piacevole sorpresa: il disegno del paesaggio del castello dello scrittore inglese Edward Lear, che qui soggiornò nell’agosto 1847. Continuiamo la nostra visita sulla passeggiata lungo il belvedere delle Bombarde, da dove è possibile ammirare lo sviluppo del Borgo Maggiore, la chiesa con la cupola a trullo di Monserrato, il convento dei Cappuccini e la località Stefanelli dove si trovano le tombe preelleniche risalenti all’età del Bronzo scoperte nel 1970. Un’altra “sosta letteraria” è davanti a Palazzo Scaglione, dove Lear venne ospitato; Domenico ci legge la descrizione che lo scrittore fece di Gerace: «Ogni roccia, santuario o palazzo sembra colorato e fatto apposta per gli artisti e l’unione delle linee realizzate dalla natura e dall’arte è semplicemente deliziosa (…) Gerace è di gran lunga il più grandioso e superbo luogo come posizione in generale e come città che noi abbiamo finora visto in Calabria». Dopo la sosta pranzo al Ristorante “A Squella”, proseguiamo la nostra visita per i vicoli della città e sostiamo brevemente a S. Maria del Mastro, edificata nel 1084, come risulta da un’iscrizione greca, un tempo posta sul portone d’ingresso ed oggi conservata nel Museo Archeologico di Locri. Dedicata alla Madonna, San Eustrazio e a Santa Caterina, fu poi intitolata a Santa Maria del Magistro (o del Mastro) nel 1480; con il passaggio dal rito greco-bizantino a quello latino l’abisde volta a Oriente non fu più utilizzata, fu modificata la pianta a tre navate di età normanna e si crearono gli ossari. La Chiesetta è una significativa testimonianza del passaggio dalla cultura bizantina a quella normanna, che si intersecano in tutti gli spazi. Dalla Porta del Sole torniamo, infine, al vero cuore di Gerace, la Piazza del Tocco, nella quale confluiscono sette strade e sulla quale s'affacciano Palazzo Grimaldi-Serra, sede del municipio e i Palazzi Calceopulo, Migliaccio e Macrì. Non resistiamo, prima di tornare a casa, all’ottima granita di frutti di stagione del “Bar Del Tocco”, una gioia per la vista e il palato, e che raccomandiamo tra le meraviglie geracesi.
Alessandra Moscatello
Domenico Guarna

Indirizzo

Lamezia Terme
88046

Sito Web

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