Jonas La Spezia

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Jonas La Spezia nasce dal desiderio di promuovere, diffondere e rendere praticabile l’esperienza psicoanalitica, in ambito clinico e sociale; eredita i valori e la mission di Jonas Onlus, fondata nel 2003 dallo psicoanalista Massimo Recalcati.

14/11/2025
Si è appena concluso a Sarzana il Festival della Mente  che quest'anno, negli eventi dedicati ai bambini e ai ragazzi, a...
02/09/2025

Si è appena concluso a Sarzana il Festival della Mente che quest'anno, negli eventi dedicati ai bambini e ai ragazzi, aveva in programma la “Favola di Cì”.
Si tratta di uno spettacolo teatrale nato all'interno del progetto nazionale “Per Aspera ad Astra. Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza”, che, a La Spezia, vede protagonisti i detenuti della Casa Circondariale ‘Villa Andreino’ ed è curato da Scarti Centro di Produzione Teatrale d'Innovazione .

Lo spettacolo, pensato per un pubblico di bambini, narra la storia di Caino - ribattezzato Cì - il primo bambino del mondo che, in seguito ad una marachella a danno del fratello Abele, viene cacciato dai genitori e costretto a vagare per 100 anni.
La favola di Cì è qualcosa di prezioso perché maneggia, in modo delicato e allo stesso tempo potente, un tema complesso e difficile da comunicare.
Si sa, quando si deve parlare ai bambini si deve semplificare, ripulire, inginocchiarsi alla loro immensa altezza, cosa che mette spesso in difficoltà gli adulti.
Ma questo non avviene per la favola di Cì, dove, attraverso l'ironia e una narrazione poetica e surreale, ci si trova da subito catapultati letteralmente dentro ad una fiaba.
Una fiaba che, con la profondità e la semplicità che i bambini ci insegnano, ci conduce nel mondo invisibile di Cì, nel suo vissuto, nel suo teatro interno fatto di personaggi fantasiosi e talvolta bizzarri che lo accompagnano e lo sostengono nel suo errare.

Va da sé l’analogia fra la storia di Cì e quella di chi si trova in carcere per scontare una pena.

Come a più riprese il professor Massimo Recalcati ci ricorda nella sua analisi dei testi biblici, la figura di Caino, primo uomo a commettere un crimine, si fa metafora dell'origine violenta della storia umana e della pulsione distruttiva che si manifesta nell'incapacità di accettare l'Altro, nell'incapacità di accettare il limite che la Legge impone all'uomo.
La punizione per Caino però non va nella direzione della ripetizione senza fine della spirale dell’odio, ma in quella della possibilità di trasformare il suo gesto brutale, inizialmente rifiutato e negato, in una possibilità generativa di rinascita.

La bellezza della favola di Cì sta proprio in questo: il pubblico si trova subito dentro il tempo della pena, che non va solo in una direzione punitiva e sanzionatoria, ma che si apre alla possibilità di un lavoro simbolico, di soggettivazione del suo gesto violento.
Cì accompagna il pubblico nel suo cammino, lungo 100 anni, che attraversa le quattro stagioni, una vita intera.
E nel farlo ripristina la legge della parola.
Cì, infatti, è costretto a un continuo dialogo con la propria colpa, che lo segue senza tregua e che si fa memoria del gesto compiuto, motivo del suo errare senza meta, in linea retta, inseguendo un orizzonte che sembra sempre così lontano, irraggiungibile.
Cì non sa dove sta andando, ma continua il suo percorso senza mai arrendersi, senza mai perdere la speranza, affrontando tutte le sfide che il cammino porta con sé, nonostante i momenti di sconforto.
Un cammino che avviene su un tapis roulant che sembra tener fermo il soggetto.
Cì cammina, un passo dopo l'altro, ma rimane apparentemente sempre lì, nel solito punto.
E non è questo ciò che avviene spesso ai soggetti detenuti in carcere?
La vita fuori continua e tu rimani lì, fermo. Sappiamo bene però quanto questo sia una scelta.
Si può scegliere di rimanere fermi oppure si può scegliere di utilizzare quel tempo in un modo diverso, generativo.
Cì insegna che questo è possibile.
La scelta scenografica di uno schermo sullo sfondo in cui scorrono inesorabili le stagioni, mostra il tempo che avanza in modo bidimensionale, così come passa per un detenuto, senza poter essere vissuto nella società, nella vita.
Questo tempo può divenire però molto intenso e ricco se vissuto come possibilità di trasformazione interiore, come possibilità di ripristinare la Legge della parola.
È possibile ricominciare, è possibile trasformare.
Qui la grande lezione di questa commovente fiaba.
La punizione di Cì termina quando arriva al mare, e benché gli venga detto che non può andare oltre, capisce che in realtà è qui che può nascere qualcosa di nuovo, dopo tutto quel peregrinare.
Proprio il mare, che rappresenta al meglio la possibilità dell'aperto, è il luogo in cui diventa possibile accettare l'alterità.
È questo un momento molto commovente della narrazione.
Cì è pronto per rettificare la sua storia, il gesto brutale verso il fratello è trasformato in un gesto generativo: egli costruirà la prima città sul mare e la chiamerà “la città di Abele”.
Finalmente può guardare in faccia la colpa e poi separarsene, forte del sostegno di tutti i suoi compagni di viaggio, che non lo hanno mai abbandonato.
Per costruire questa città Cì chiede l'aiuto dell'altro, non può farlo da solo, e non può perché ora l'altro non è più il rivale da sconfiggere, ma una risorsa preziosa.

Questa favola, pensata per i bambini, ma che ogni adulto dovrebbe vedere, ci dà la possibilità di trovare narrato sulla scena teatrale ciò che in altro modo è invisibile.
Si tratta di quello che chiamiamo processo di soggettivazione del reato, scena interna, movimento, cammino lungo e difficile, non sempre possibile.

Siamo grati a tutti gli attori detenuti, ai professionisti degli Scarti e ai volontari (fra cui molti amici) per averci regalato questa favola.
E per aver mostrato ancora come l'arte del teatro è uno strumento potente che può raccontare l'esperienza umana arrivando anche nelle periferie dell'esistenza, senza commiserazione e banalità, ma con professionalità e serietà.
Il lavoro fatto per questo spettacolo è un lavoro corale.
Come ha ricordato il regista e drammaturgo Enrico Casale che da anni lavora con i detenuti, lo spettacolo non è frutto di una sceneggiatura imposta, ma è un lavoro costruito con il gruppo tutto, in cui ognuno ha trovato il proprio spazio portando un singolare contributo.
E possiamo dire che questo arriva tutto a chi guarda.

Voglio imparare,
Guardando il mare,
A camminare,
Sogno di amare,
E sbagliare,
Senza mai errare.

(Ritornello del pezzo rap scritto per la favola ci Cì da Andrea Cirri, attore e rapper torinese, attualmente detenuto nella Casa Circondariale “Villa Andreino” di La Spezia.)

Indirizzo

La Spezia
19121

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