20/07/2026
Pubblichiamo con piacere il discorso di Barbara Traversi per crlebrare l'82° anniversario della Liberazione di Jesi.
Il mattino del 20 luglio 1944 un drappello di alpini del Corpo Italiano di Liberazione, che avevano prevalso sui tedeschi nella cosiddetta battaglia di Montegranale, avanzò verso nord, attraversò il fiume Esino, ed entrò in città alle 6.30 segnando per Jesi un giorno nuovo, di Liberazione e di Pace.
Come si arrivò a questo esito? E' una storia che ci è stata raccontata molte volte ma che non ci stanchiamo e non ci stancheremo mai di ascoltare.
A seguito dell'armistizio dell'8 settembre 1943, la guerra aveva infierito sulle regioni adriatiche con scontri sanguinosi e numerosissimi morti. Jesi venne occupata dai tedeschi e bombardata dagli alleati, già a partire dal mese di novembre. Moltissime famiglie dovettero sfollare nelle campagne circostanti. Ma nel cuore di molte persone le privazioni e la paura non ebbero la meglio sul coraggio e sulla speranza. Ben presto le prime bande partigiane iniziarono ad organizzarsi, unendo comunisti, cattolici, socialisti, liberali, azionisti. Pacifico Carotti ne sarebbe diventato il coordinatore.
Alle loro azioni contro i fascisti della zona facevano seguito esecuzioni e rastrellamenti di partigiani e di civili.
L’8 febbraio 1944 i fascisti fucilarono il partigiano Armando Magnani di Belvedere e il giorno successivo Primo Panti. Il 26 aprile 1944 ci fu un rastrellamento in contrada Piandelmedico che causò la morte del giovane Umberto Carletti e nella campagna jesina, nella zona di Castelrosino, vennero uccisi cinque contadini, appartenenti a due famiglie della zona, i Carbonari e i Nicoletti.
Il 20 giugno, lo abbiamo ricordato di recente, i tedeschi, nel corso di un rastrellamento, catturarono una trentina di giovani e li condussero verso villa Armanni, in contrada Montecappone; giunti alla villa vennero interrogati e bastonati, poi furono rimessi tutti in libertà tranne sette giovani considerati partigiani e fucilati. I loro nomi erano Mario Saveri, Armando e Luigi Angeloni, Alfredo Santinelli, Luigi Cecchi, Vincenzo Carbone e Calogero Grasceffo.
Alle perdite umane si aggiungeva la devastazione del tessuto produttivo. I tedeschi ritirandosi avevano incendiati o abbattuto le maggiori fabbriche della città, il mercato ortofrutticolo, il cavalcavia di viale della Vittoria, mentre i bombardamenti alleati continuavano a infierire su case e vie di comunicazione.
Finché gli alpini e i bersaglieri del Corpo Italiano di Liberazione, dopo aver liberato Filottrano, Cingoli, Chiaravalle, Santa Maria Nuova e dopo aver perso sul campo altre vittime, tra cui il sergente maggiore Giuseppe Riccardi, bersagliere che fu poi insignito di medaglia d’oro, e il civile Massimo Pasquinelli, i bersaglieri finalmente liberarono Jesi.
Ho cercato di chiamare per nome, in questa breve ricostruzione, molte delle vittime, per ricordare innanzitutto che la guerra, quella guerra da cui la Resistenza ha contribuito a liberarci come ideologia, non solo come evento contingente, ha molti nomi e cognomi di vite p***e, di genitori, fratelli, sorelle, amici e amiche che non hanno più un volto e una storia. La guerra è morte, la guerra è orrore. Mentre il valore della pace, intesa nel senso più pieno come convivenza civile e giustizia, è la prima eredità della Resistenza, che dovremmo difendere implacabilmente. Invece ce la stiamo lasciando portar via sotto gli occhi, da un discorso pubblico che accoglie e normalizza la politica di riarmo, che torna a considerare la guerra come soluzione ai conflitti, esattamente il contrario di ciò che dice l'articolo 11 della nostra Costituzione.
Non è questa l'unica eredità della Resistenza oggi a rischio. Oggi dichiararsi antifascisti è condizione necessaria ma non sufficiente per rendere giustizia a quella memoria viva. È necessario approfondire, articolare, forgiare nel confronto il nostro pensiero e la nostra identità di cittadini democratici. È necessario vigilare instancabilmente e puntellare la repubblica contro gli attacchi che arrivano ai diritti fondamentali.
Pensiamo per esempio al diritto di manifestare pacificamente, di esprimersi e riunirsi, che oggi anche in Italia è messo in discussione da una normativa sempre più repressiva, che inasprisce le sanzioni contro alcune forme di protesta non violenta, introduce il reato di blocco stradale, estende il DASPO urbano, amplia i poteri di fermo, identificazione e perquisizione delle forze di polizia. Il tutto in un clima di criminalizzazione del dissenso che avvelena il confronto pubblico
Il principio di uguaglianza, protetto dall'articolo 3 della nostra Costituzione e dall'art.1 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, è minacciato dallo sdoganamento di un linguaggio violentemente razzista, sessista e omotransfobico che apre la strada ad arretramenti sul piano delle normative, pensiamo per esempio al Patto Europeo sulla migrazione e l'asilo, destinato ad aumentare la sofferenza delle persone in cerca di protezione e ad aggravare, per le persone in movimento, i rischi di detenzione arbitraria, respingimenti e trattamenti disumani alle frontiere.
Si potrebbe ragionare su molti altri aspetti e vicende che riguardano il nostro Paese e l'Europa, accomunati da una classe politica che anziché gestire la complessità e individuare soluzioni ai problemi, addita capri espiatori. Ma mi preme soprattutto sottolineare che questo avanzamento del fascismo, o, se preferite, arretramento dei diritti e delle libertà fondamentali, è un problema di ordine mondiale.
Ece Temelkuran, scrittrice turca in esilio a causa della sua fiera opposizione al fascismo di casa sua, cioè il regime di Erdogan, ha scritto:
“Un manipolo di potenti sta cambiando il mondo e le nostre vite. Sta progettando il futuro in modo che non sia possibile tornare alle case dove viveva l'umanità: la democrazia, i diritti umani, il principio di legalità” E guardate è esattamente quello che sta succedendo, che gli oligarchi e i tecnocrati stanno tentando di fare.
E quale può essere la nostra risposta? Come non lasciarci seppellire nella rassegn**ione e nell'impotenza? Innanzitutto non lasciamoci rinchiudere dentro piccole identità che separano ed escludono, avviciniamoci all'altro con curiosità, amicizia, con il coraggio di metterci in discussione.
Costruiamo insieme una casa comune, per chi mette ancora al centro e prima di tutto la dignità umana, dove custodire la fiducia e la speranza.
Lasciatemi spendere poche altre parole per auspicare che la cultura femminista possa avere un ruolo importante in questa nuova costruzione. Un femminismo non banalizzato e sminuito come una ridistribuzione del potere tra gli uomini e le donne, ma come contestazione del concetto stesso di potere come dominio del forte sul debole. Un profondo ripensamento delle relazioni tra tutte le persone che non coinvolge solo le questioni di genere, ma le lotte sociali e le relazioni tra etnie e culture. Il femminismo in questi termini è restituire dignità incondizionata, valore intrinseco, diritti fondamentali, a tutte le persone. E cioè proprio quello che avevano nel cuore i partigiani che vinsero la guerra di Resistenza contro gli occupanti n**i fascisti e scrissero la nostra meravigliosa Costituzione.