Aggregazione della Provincia di Isernia alla Regione Abruzzo

Aggregazione della Provincia di Isernia alla Regione Abruzzo Comitato per la Aggregazione della Provincia di Isernia alla Regione Abruzzo

15/08/2025

Un mio articolo pubblicato oggi sul quotidiano Il Centro

Ripensare le Istituzioni regionali e locali.

Negli anni 90 il federalismo regionale minò pesantemente la centralità dello Stato nell’ordinamento italiano. La spinta secessionistica della Lega Nord determinò un crescente potere politico delle Regioni.
Nel tentativo di frenare le spinte indipendentistiche delle regioni del Nord alimentare dalla Lega di Bossi, i partiti decisero di riformare il Titolo V della Costituzione assegnando nuovi poteri alle Regioni sottraendoli alla sovranità dello Stato.
La riforma creò una confusione dannosa prevedendo peraltro per molte materie una potestà concorrente tra Regioni e Stato.
Ciò ha determinato uno scontro istituzionale tra Regioni e Stato che ha ingolfato la Corte Costituzionale con un contenzioso notevole tra Regioni e Stato.
La legge costituzionale che ha cambiato il rapporto tra Stato, Regioni e Comuni fu approvata con soli 5 voti di maggioranza del Centrosinistra inaugurando la nefasta stagione, non ancora conclusa, di cambiare la Costituzione con maggioranze risicate, ancora più gravi se si pensa che i sistemi elettorali sono maggioritari e non più proporzionali. Cioè una maggioranza di nominati nel Parlamento cui non corrisponde la maggioranza degli elettori, cambia la Costituzione come se fosse una legge ordinaria! Niente di illegittimo, ma sicuramente non era questa la volontà della Costituente che non a caso, con una legge elettorale proporzionale, blindò la Costituzione per ripararla dalle logiche di parte.
Sulla Sanità le Regioni hanno acquisito poteri di gestione esclusivi con risultati purtroppo devastanti per la finanza pubblica e per la qualità dei servizi sanitari.
Nell’utilizzo dei fondi europei le Regioni hanno avuto una relazione diretta con l’Unione Europea. Sono state aperte 20 mini e dispendiose “ambasciate” a Bruxelles ma non sono state in grado di utilizzare nei tempi dovuti la maggior parte delle risorse europee che spesso sono
tornate in Europa con gravi danni finanziari, soprattutto nelle Regioni meridionali.
Ma negli ultimi anni il clima è cambiato.
Le Regioni hanno perso popolarità avendo palesato, naturalmente con eccezioni, una perdurante incapacità di programmare e spendere le ingenti risorse nazionali ed europee a loro disposizione.
In alcuni frangenti drammatici come l’epidemia Covid le Regioni hanno dimostrato di non poter governare quella emergenza. Lo Stato ha dovuto per forza di cose supplire il malgoverno regionale riprendendo in mano la situazione.
La medicina territoriale è stata smantellata e sottovalutata con un grave danno per la salute dei cittadini.
Il settore privato della sanità ,in molte Regioni, è stato favorito con generose concessioni.
I conti della sanità pubblica sono ovunque saltati determinando un aumento della tassazione per i cittadini e un taglio dei servizi sanitari.
Ogni Regione ha messo in piedi un sistema locale di sanità col risultato che il più importante diritto costituzionale dei cittadini, quello alla salute, non è più uguale per i cittadini italiani, ma varia sensibilmente da Regione a Regione così come le tasse addizionali che paradossalmente crescono di più dove la sanità è peggiore e in deficit.
Il fallimento della potestà delle Regioni in materia di gestione della sanità è acclarato.
Così come sulla gestione dei fondi europei del PNRR, le Regioni spendono in percentuale inferiore rispetto ai Comuni e alle Amministrazioni centrali dello Stato.
A scanso di equivoci voglio
precisare che il problema non è la qualità delle classi dirigenti regionali, ma la configurazione della Istituzione Regione che ha troppi poteri esclusivi o concorrenti con lo Stato, e non riesce ad assolvere la sua funzione di governo.
Al posto di prendere atto di questa difficoltà politica delle Regioni, governi di colore diverso (in particolare Gentiloni anni fa e Meloni adesso) hanno rilanciato cercando di dare ulteriori nuovi poteri alle Regioni su strategiche materie legislative che allargano quelle già introdotte dalla pessima riforma costituzionale del 2001. Preoccupante in questo senso è la legge sulla autonomia differenziata delle Regioni che spaccherà ancora di più l’unità del nostro Paese.
La br**ta abrogazione delle Province ha creato seri problemi per alcuni servizi fondamentali come l’edilizia scolastica e la viabilità soprattutto delle zone interne, collinari e montane. Bisognerebbe ripensare ad un nuovo assetto delle autonomie locali, con un ruolo forte e centrale dei Comuni e una rinascita delle Province .
Va ripensata la disarticolazione dello Stato in 20 Regioni e Province Autonome molto disomogenee tra loro.
Bisognerebbe ridurne il numero accorpando le regioni più piccole e vicine al fine di determinare una significativa scala demografica economica e finanziaria.
Lo studio della Fondazione Agnelli di molti anni fa sulle macro regioni andrebbe riesaminato per una radicale riforma costituzionale di riduzione del numero delle Regioni. Va ripensato il ruolo della Capitale e bene ha fatto il Governo a presentare una proposta di legge costituzionale sui poteri del comune di Roma. Analoghe riflessioni andrebbero fatte sui poteri delle principali città italiane a partire dalle più grandi, da Milano a Napoli.
I poteri delle istituzioni più vicine ai cittadini come i Comuni andrebbero rafforzati, stabilendo relazioni meno subalterne con le Regioni e con lo Stato centrale. Anche i novemila comuni italiani dovrebbero essere interessati da un profondo processo di riorganizzazione, riducendoli con l’ accorpamento di quelli piccoli e omogenei. In Abruzzo abbiamo molti dei nostri 305 comuni al di sotto di mille e anche di poche centinaia di abitanti. Non hanno personale e risorse per ben amministrare.
Bisogna mettere insieme i Comuni e non disperderli in tanti rivoli inefficaci. Per farlo occorre superare campanilismi anacronistici peraltro in una fase di declino demografico che andrebbe contrastato con ogni mezzo.
Il problema di una riforma istituzionale non è di parte : è interesse di tutte le forze politiche operare per una rifondazione dello Stato. In questi ultimi decenni sia il Centrodestra che il Centrosinistra hanno compiuto gravi errori determinando una crisi di partecipazione politica ed elettorale dei cittadini. Ormai la metà dei cittadini non vota più.
In un Paese normale si fanno i bilanci delle riforme strategiche per capire se i risultati sono stati in linea con le aspettative. E le regole si cambiano insieme.
Ragionare sulle nostre istituzioni è urgente per dare nuova linfa alla anemica democrazia italiana e alla necessità di attuare la Costituzione rendendo concreti i diritti e i doveri contemplati nella sua prima parte.

Gianni Melilla

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