Premio Ischia

Premio Ischia Premio Ischia Internazionale di Giornalismo
10 e 11 Luglio 2026, 47esima edizione

Il 4 agosto 1994 si spegneva Giovanni Spadolini, storico, giornalista, uomo delle istituzioni e protagonista della vita ...
04/08/2026

Il 4 agosto 1994 si spegneva Giovanni Spadolini, storico, giornalista, uomo delle istituzioni e protagonista della vita politica italiana del secondo dopoguerra.

Tra i momenti che lo legano all'isola d'Ischia vi è la sua partecipazione al Premio Ischia Internazionale di Giornalismo, il 23 settembre del 1989, Pineta Nenzi Bozzi, dove ritirò il premio Internazionale.

Professore di Storia contemporanea presso l'Università di Firenze dal 1950, Spadolini lasciò un segno profondo anche nel giornalismo italiano, dirigendo Il Resto del Carlino (1955-1968), il Corriere della Sera (1968-1972) e, dal 1978, la prestigiosa rivista Nuova Antologia. Nel 1992 fu nominato socio nazionale dell'Accademia dei Lincei.

Eletto senatore nelle liste del Partito Repubblicano Italiano nel 1972 e nominato senatore a vita nel 1991, ricoprì numerosi incarichi di governo: ministro per i Beni Culturali e Ambientali (1974-1976), ministro della Pubblica Istruzione (1979) e ministro della Difesa (1983-1987). Dal 1979 al 1987 fu segretario nazionale del PRI.

Nel giugno 1981 divenne il primo Presidente del Consiglio laico nella storia della Repubblica Italiana, guidando fino al dicembre 1982 una coalizione composta da Democrazia Cristiana, Partito Socialista Italiano, Partito Repubblicano Italiano, Partito Socialista Democratico Italiano e Partito Liberale Italiano.

Nel luglio 1987 fu eletto Presidente del Senato, incarico che mantenne fino al gennaio 1994.

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La Fondazione, che ha scelto di supportare i progetti che promuovono informazione, comunità e formazione culturale, ha patrocinato la 47esima edizione del Premio Ischia.

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Sono online i   della 47esima edizione del Premio Ischia!Ascoltali su: Apple Podcast, Google Podcast, Spotify e Pocket C...
18/07/2026

Sono online i della 47esima edizione del Premio Ischia!
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A cent'anni dalla nascita di Arrigo Levi, vincitore del Premio Ischia nel 2002, la Fondazione Premio Ischia desidera ric...
18/07/2026

A cent'anni dalla nascita di Arrigo Levi, vincitore del Premio Ischia nel 2002, la Fondazione Premio Ischia desidera ricordarne la figura e il prezioso contributo al giornalismo ripubblicando un suo articolo, scritto per la nostra rivista Quaderni. Un testo di straordinaria attualità, che testimonia la lucidità del suo pensiero e la profondità della sua analisi, ancora oggi capace di offrire spunti di riflessione sul presente.

GIORNALISMO OGGI per il Premio Ischia, Luglio 2002

Giorgio Manganelli aveva parlato, anni addietro, della “troppità dell’informazione”. Si lamentava della fatica che faceva per tener dietro all’immenso volume di notizie che gli giungevano ogni mattina nella “mazzetta” dei giornali, e che gli arrivavano a valanga dal succedersi di giornali radio e telegiornali per tutto il corso della giornata. La sua lamentela mi colpì ( anche se, col tempo, l’avevo dimenticata; mi è tornata alla mente sentendone parlare di recente in un programma di Raitre, che debbo perciò ringraziare).
Quando Manganelli scrisse quel suo “pezzo”, ero ancora fresco dell’esperienza di direttore della “Stampa”. Per anni, la mia pena quotidiana era stata quella di non riuscire a far entrare nelle due dozzine di pagine del mio giornale tutte le notizie che mi sembravano, per usare il linguaggio del “New York Times”, “meritevoli” di essere pubblicate. Mi chiesi quindi se già allora, negli anni settanta, fossimo stati colpevoli di “troppità”. Non mi sembrava proprio. Si trattava dunque di un male più recente, manifestatosi, in forma sempre più acuta, via via che i nostri giornali diventavano sempre più pesanti , sempre più ricchi di pagine, sempre più simili, insomma ai grandi quotidiani americani, con i loro innumerevoli supplementi.
Certo è che, col passare degli anni, la “troppità” denunciata dal compianto amico mi sembrò diventare un male sempre più diffuso ed evidente. Era (anzi,è) veramente necessario dedicare, per giorni e giorni, sei o otto pagine di fila all’argomento di “primo piano”- che va dalla guerra dell’Afghanistan all’infanticidio di Cogne, dallo scudetto vinto in exstremis dalla Juventus al lancio delle pietre dai ponti delle autostrade e a un’incredibile varietà di temi, alcuni dei quali sono realmente complessi e di grande peso per l‘umanità, ma molti altri dureranno, nella memoria storica, “Lo spazio di un mattino”?
Peggio ancora: non vi è il rischio, quando si enfatizza smisuratamente un fatto di cronaca o un nuovo modo di comportarsi, privilegiando, come è ovvio, le cattive notizie rispetto alle buone. Se no che gusto c’è?- che si contribuisce a creare una moda della “troppità”?
Se ben ricordo, Manganelli non identificava la “troppità” soltanto nell’ipertrofia delle singole notizie, ma anche nel numero eccessivo di notizie, di informazioni, che ci raggiungono da ogni parte del mondo. Siamo oggetto di un bombardamento di notizie, anzi, per lo più di “cattive notizie”, che ci arrivano da ogni parte dell’universo. Mi capita ogni mattina di sedermi, appena alzato, prima ancora di ricevere i giornali, davanti alla TV e di collegarmi al televideo dicendo fra me e me: vediamo un po’ che cattive notizie ci sono oggi dal mondo!
La “globalizzazione” ha, tra gli altri, anche questo effetto. E tuttavia, non è “politically correct”, ed è anche sbagliato lamentarsene. E infatti giusto che noi siamo informati tempestivamente delle tragedie che colpiscono ora questa, ora questa nazione, anche la più lontana da noi. Non siamo forse “cittadini del mondo”? Non è forse vero che i mali che investono i paesi
Remoti possono finire per coinvolgere anche noi?
Nella “Troppità”, insomma, c’è anche del buono. Godersi il nostro benessere, la nostra pace, così faticosamente conquistati l’una e l’altra, ignorando però il resto del mondo, sarebbe non solo troppo poco civile: sarebbe poco saggio. Neanche la pacifica, ricca, forte Europa d’oggi è invulnerabile. Non lo è nemmeno la superpotenza America.
E’ giusto dunque occuparsi del mondo, e per la verità non c’è ne occupiamo abbastanza. Ancora oggi, viaggiando per la provincia americana, ci accade di fronte al gretto provincialismo dei giornali locali (altro che “troppità”!) e di chiederci con una certa ansia come faccia l’opinione pubblica del paese più potente del mondo, del “gendarme della pace del mondo”, a prendere decisioni giuste, quando non vede nulla al di là degli oceani, anzi, al di là dello Stato dell’Unione in cui ciascuno vive.
Può darsi, insomma, che la “troppità” dell’informazione sia ormai diventato un male necessario, ed anzi un bene.
E tuttavia, rimane in me un certo disagio di fronte a un certo modo di fare i giornali, che accomuna oggi tutti i mezzi di comunicazione. Mi sembrano tutti malati, non soltanto di ipertrofia, ma anche di strabismo. Accade infatti che, pur con la dovizia dei mezzi di cui oggi dispongono i quotidiani, o gli altri “mass media”, primo fra tutti la televisione , la “copertura” dei fatti del mondo risulti stranamente lacunosa e squilibrata.
Quando vedo esplodere e dilatarsi, nelle ormai abituali sei-otto pagine di “primo piano” di un qualsiasi giornale, avvenimenti o situazioni drammatiche su cui non si era scritto ne letto una sola riga fino al giorno prima, e su cui so che non si scriverà ne leggerà più una sola riga non appena siamo usciti dal “primo piano”, provo un forte disagio. Lo stesso accade con i salotti televisivi alla moda. Una serata è tutto Afghanistan, o tutta Argentina o tutto Le Pen, o tutto antiglobal: ma nessuno si era sognato di occuparsi di questi argomenti fino al giorno prima, e nessuno se ne occuperà il giorno dopo. Dubito che sia questo il modo giusto per capire il mondo in cui viviamo.
Vorrei, insomma, meno elefantiasi informativa, nel momento del “primo piano”, e informazioni corrette a tutto campo, misurata e analitica, quando ancora la tale crisi non è esplosa, non ha cioè superato la soglia della drammaticità che di colpo la porta al centro dell’attenzione. Ci accorgiamo della crisi argentina soltanto quando si è sull’orlo del crollo di quella giovane democrazia. Ci accorgiamo dell’estremismo islamico soltanto quando crollano le due Torri. Ci accorgiamo della tragedia dei Balcani soltanto quando cominciano a morire e fuggire decine e centinaia di persone.
Superata una certa “soglia di visibilità”, non si parla d’altro. Ma prima, e dopo, non se ne parla affatto,. Che succede, come si vive oggi a Sarajevo? Che sta accadendo fra le masse islamiche del mondo? Quali realtà stavano maturando in Francia, negli ultimi mesi o anni che giustificassero l’ “imprevedibile” esplosione nel caso Le Pen? Come mai nessuno se ne era accorto in tempo?
Quando un giornalista si pone da se queste domande, peggio quando qualcuno gliele pone, prova disagio e quasi fastidio. Prima ci lamentiamo della “troppità” dell’informazione, e poi della “lacunosità” dell’informazione? Possibile che i giornalisti non ne facciano mai una giusta?
Eppure, troppità e lacunosità possono essere due facce della stessa medaglia.
Quando si esagera nel dare otto pagine al delitto di Cogne, che si potrebbe benissimo raccontare in due, si sottraggono sei pagine ad altre innumerevoli notizie, che oggi non sono “prima pagina”, ma che potranno esserlo domani.
Peggio: quando si lasciano dilagare sulle prime quattro o sei pagine del giornale le consuete, ripetitive liti di cui vive il teatrino della “grande politica” romana, come accade ogni giorno (un tempo bastava leggere un equilibrato “pastone” di Aldo Airoldi sul “Corriere della Sera”, o i due pezzi di Gorresio e Forcella sulla “Stampa” per sapere tutto), ci si priva dello spazio che potrebbe essere utilmente impiegato per descrivere la quotidianità, certo assai meno drammatica o piccante, ma tanto più vera, della vita del nostro Paese, in particolar modo della nostra provincia.
Eppure la nostra Italia provinciale è ricca ovunque (l’ho scoperto nel corso di ormai tre anni di “giro d’Italia” col Presidente Ciampi, e dopo aver partecipato a più di un migliaio di incontri individuali del nostro Paese), di dialoghi e di confronti politici civili e costruttivi, come di operose imprese produttive e di iniziative socialmente utili, ma nessuno ne parla.
Viaggiando da Nord a Sud e da Est a Ovest si scoprono le tessere di un mosaico che, messe tutte assieme, compongono il ritratto di un’altra Italia, di un’Italia vera, autentica, che è ben diversa, e sicuramente migliore, di quella che occupa con prepotenza i “primi piani” dei nostri mass media, scritti o televisivi.
Certo, anche quest’ultima esiste, e non penso che sia pura recita, puro giuoco, puro psicodramma. Ma sono giunto alla conclusione che, per fortuna, non è questa l’Italia che conta per la vita della gente, e per il nostro futuro. (Non mi chiedete però come si spieghi questa schizofrenia italica, non sono ancora riuscito a spiegarmelo).
Mi piace concludere citando il più famoso tra tutti noi: Enzo Biagi, in un recente dibattito giornalistico con un altro tra i nostri maestri di giornalismo, Eugenio Scalfari, che gli aveva chiesto, provocatoriamente: “Che ne pensi della stampa scritta?” Enzo risponde (Eugenio non dissente): “Non raccontiamo più l’Italia, non è più tempo dei Piovene e dei Barzini e di tutti quei giornalisti che andavano a scoprire storie nuove. Io non so più cosa pensano davvero gli italiani: lo devo giudicare solo da come votano. Ma cosa c’è nel cuore della nostra gente?”. Mi sento di rispondere: caro Enzo nel cuore della gente c’è molta più pace, più equilibrio, più impegno, più buon senso di quel che sembra. C’è davvero, anche se non se ne parla. Purtroppo, questo curiosamente, rende la gente meno sicura di sé di come sarebbe se di loro, degli italiani seri, impegnati, operosi, che sono tanti, presenti dappertutto, di tutti i colori politici, si parlasse un poco di più. Se si parlasse di più di loro, sarebbero sicuri di esistere o si sentirebbero meno soli.
Purtroppo la “troppità” dell’informazione non sembra facilitare, e forse rende più difficile, il compito, che a me sembrerebbe importante, di far conoscere l’Italia agli Italiani. E di farci conoscere il mondo. (Sono, queste, soltanto le lamentazioni di un vecchio giornalista, reo della colpa, tipica dell’età, di lodare il passato? È’ possibile che sia proprio così. Mi rimetto a giudizio di chi legge).

ARRIGO LEVI

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