01/06/2024
condivido volentieri una email arrivata alla nostra casella di posta sul libro prigionieri dimenticati e il nostro operato. Ringraziando l'autore.
Ieri ###XX mi chiedeva un "giudizio" sul suo libro ma non sono legittimato a esprimerlo - e del resto si sono già espresse in termini lusinghieri persone ben più qualificate di me.
L'ho letto tra la scorsa notte e questa mattina e alcune considerazioni "di getto" mi sentirei però volentieri di condividerle con lei.
Devo dire anzitutto che è un libro molto documentato nel dettaglio giuridico e nella cura espositiva di tutte le vicende illustrate.
Allo stesso tempo, se posso permettermi è anche un libro che rivela in una misura molto garbata il doloroso vissuto all'origine di questo suo impegno civile.
In proposito mi ha molto colpito il passaggio nel quale lei osserva che spesso anche le persone più indignate dimenticano facilmente o comunque sono prese da altri interessi e finiscono per non occuparsi di vicende comunque estranee alle loro vite.
Ho letto questo passaggio con imbarazzo, perché ricordo che all'epoca della vicenda di Carlo Parlanti leggevo periodicamente il suo blog e le sue molto dignitose richieste di sostenere quella causa. Avvertivo tutto il senso di quella ingiustizia macroscopica, ma senza poi fare io stesso nulla di concreto.
Forse le persone sono propense a sostenere le organizzazioni e nel suo caso le onlus, più che i singoli individui (chiedo venia per questa incursione maldestra nella sociologia, che è il suo orizzonte culturale e non il mio)
Proprio per questo motivo credo che sia ancora più nobile quello che lei fa oggi (e di cui sono venuto a conoscenza ascoltando la Radio24 la scorsa settimana), perché la sua "Prigionieri del silenzio" non si limita a una testimonianza ma contribuisce alla formazione di un'opinione pubblica; e allo stesso tempo offre una concreta prospettiva di tutela alle persone che hanno la sfortuna trovarsi detenute all'estero.
In particolare secondo me raggiunge l'opinione pubblica con le note giuste, nel suo libro, il racconto delle condizioni esecutive della detenzione, prima ancora di quello della prospettiva processuale (e "burocratica": ######X!) delle vicende illustrate.
Questo perché a mio avviso gli italiani non hanno, purtroppo, una particolare cultura giuridica del garantismo, ma possiedono senz'altro il senso morale della solidarietà. A fronte di una sentenza o anche semplicemente di un arresto, il riflesso della "presunzione di colpevolezza" è spesso inevitabile. Tutti però, allo stesso tempo, proviamo una forte indignazione al racconto di condizioni detentive, e come si legge nel suo libro addirittura anche ospedaliere e sanitarie, disumane.
Quello che noi diamo per scontato, e cioè che la pena debba avere una funzione non afflittiva ma di reinserimento nella società, non è affatto patrimonio comune di tutti gli ordinamenti giuridici. Il problema è, però, che all'estero è molto più difficile se non impossibile denunciare il detenuto violento, il "poliziotto cattivo", l'ingiustizia e le condizioni fatiscenti (e si è appunto prigionieri del silenzio e dimenticati senza tutele).
Lei si dedica a tutto questo sottraendo tempo alla sua famiglia e ai suoi affetti. Non voglio dunque rubarle altri minuti parlandole...delle mie impressioni sul suo libro!
Ci tenevo però a rappresentarle la mia ammirazione e, se in futuro lo riterrà opportuno, il mio sostegno per la sua azione.
(Katia AneddaChiara GuerraFrancesca CarnicelliFabrizio Giacosa)