Apertamente - Associazione Culturale

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L'Associazione Apertamente, senza fini di lucro, ha lo scopo di promuovere e diffondere i valori e la cultura del riformismo, i valori della giustizia sociale e delle libertà civili. Nel solco della storia e della cultura del socialismo democratico e del liberalismo, l'Associazione si propone di affrontare i diversi temi politici, economici e sociali, attraverso il metodo dell'analisi e della disc

ussione. L'Associazione si propone di realizzare occasioni pubbliche di incontro e dibattito al fine di diffondere e radicare nella società un approccio intellettuale concreto ed oggettivo nell'analisi dei problemi del mondo contemporaneo, con particolare riguardo alla realtà locale/regionale.

L'illusione del ponte🖋 RedazionePer anni Giorgia Meloni ha costruito una parte significativa della propria proiezione in...
23/06/2026

L'illusione del ponte
🖋 Redazione

Per anni Giorgia Meloni ha costruito una parte significativa della propria proiezione internazionale sul rapporto privilegiato con Donald Trump e con l'universo politico che gravita attorno al movimento MAGA.

Una scelta che appariva coerente con la tradizione della destra sovranista europea, ma che oggi mostra tutti i suoi limiti.

L'idea era semplice: presentarsi come interlocutrice privilegiata dell'amministrazione americana, capace di svolgere un ruolo di collegamento tra Washington e l'Europa.

Una sorta di "ponte" politico che avrebbe dovuto garantire all'Italia un peso maggiore negli equilibri internazionali.

I fatti, tuttavia, sembrano aver raccontato una storia diversa.

Negli ultimi anni Trump non ha riservato particolari riguardi nemmeno agli alleati storici degli Stati Uniti. Dalla Francia alla Germania, dal Regno Unito alla Spagna, numerosi leader europei sono stati oggetto di critiche, attacchi verbali o atteggiamenti apertamente ostili. In più occasioni Washington ha mostrato maggiore durezza verso i propri partner occidentali che verso alcuni avversari geopolitici tradizionali.

Di fronte a questo scenario, il governo italiano ha scelto, ad essere gentili, la prudenza: niente aperte prese di posizione a sostegno dei partner europei e nessuna contrapposizione diretta con la Casa Bianca. Si è preferito continuare a investire nel rapporto personale con Trump, nella convinzione che ciò potesse tradursi in un vantaggio politico per la propria politica e per l'Italia.

Questa strategia ha prodotto attestati di stima, complimenti pubblici e una certa visibilità mediatica, ma pochi risultati concreti sul piano diplomatico. Nel frattempo Meloni ha partecipato agli appuntamenti più significativi dell'universo conservatore e reazionario americano, rafforzando l'immagine di una sintonia politica e culturale con il trumpismo.

Ma la politica internazionale raramente si fonda sulle relazioni personali. I rapporti tra Stati si costruiscono sulla forza negoziale, sulla credibilità, sull'autorevolezza e sulla capacità di difendere i propri interessi all'interno di alleanze solide.

L'attuale difficoltà nei rapporti tra Roma e Washington sembra confermarlo.

Quando gli interessi divergono, le simpatie reciproche diventano secondarie. Ciò che conta è il peso politico effettivo che un Paese riesce a esercitare e la qualità della sua classe dirigente, non l'immagine che essa costruisce di sé.

Il caso Meloni-Trump rappresenta quindi una lezione che va oltre i protagonisti del momento. Pensare che bastino gesti simbolici, dichiarazioni di amicizia o affinità ideologiche per ottenere un ruolo privilegiato sulla scena internazionale si è rivelato un errore di valutazione.

Lo stesso equivoco ha caratterizzato, in diverse occasioni, altri esponenti della destra italiana,Salvini docet, convinti che la vicinanza politica a Trump — talvolta esibita perfino attraverso simboli e slogan — potesse automaticamente tradursi in un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti.

La realtà si è incaricata di smentire questa convinzione.

Le grandi potenze perseguono i propri interessi e non concedono trattamenti di favore sulla base dell'affinità politica o della reciproca adulazione.

Per questo la credibilità internazionale di un Paese dovrebbe fondarsi sulla coerenza delle sue scelte, sulla solidità delle sue istituzioni e sulla capacità di rappresentare con autorevolezza i propri interessi all'interno delle alleanze di cui fa parte.

La politica estera non è un esercizio di marketing personale.

Richiede visione strategica, autonomia di giudizio e capacità di mantenere una linea coerente anche quando gli interlocutori più potenti diventano scomodi. È questa la differenza tra la ricerca del consenso immediato e la costruzione di una reale statura da statista.

C'è però un'altra lezione che emerge da questa vicenda: il paradosso dei sovranisti, o più correttamente dei nazionalisti. Pur condividendo spesso una comune ostilità verso il multilateralismo, i diritti sociali e alcune fondamentali garanzie democratiche, essi fondano la propria visione politica sul principio del "prima noi": prima gli italiani, prima gli americani, prima i russi e così via.

Ma quando ogni nazione pretende costantemente di affermare la propria superiorità sulle altre, la cooperazione lascia il posto al conflitto.

Arrivano i dazi, le tensioni diplomatiche, le guerre commerciali e, nei casi peggiori, le guerre vere e proprie. Questa è la dinamica storica del nazionalismo: la competizione permanente elevata a principio politico.

E così la presunta "pontiera" rischia oggi di ritrovarsi isolata, sospesa a metà dell'Atlantico, mentre da una parte e dall'altra cresce la diffidenza verso la sua capacità di rappresentare un punto di equilibrio.

La vittoria è la sconfitta della verità✒️Cosimo RisiIl Presidente americano non è il primo a muoversi acrobaticamente su...
22/06/2026

La vittoria è la sconfitta della verità
✒️Cosimo Risi
Il Presidente americano non è il primo a muoversi acrobaticamente sul filo che separa la verità dalla falsità. Vero e falso non sono, se lo sono mai stato, categorie oggettive, sono il frutto del capriccio della rappresentazione politica del momento. Prima di lui, e con pari inefficacia, ci ha provato il Presidente russo: da quando doveva chiudere l’affare Ucraina in poche settimane alla guerra più lunga della Seconda Guerra Mondiale, che ha prodotto in proporzione anche più vittime.
Donald Trump non è da meno. Non si sa se spinto da Benjamin Netanyahu e dai sodali MAGA oppure da impulso diretto, a fine febbraio si è impegolato in un conflitto contro l’Iran dagli obiettivi strategici che si sono modificati giorno dopo giorno. Molti osservatori ritengono che non vi fossero un’attenta valutazione dei rischi né un chiaro obiettivo strategico se non quello, appunto, di assecondare la politica di Gerusalemme di combattere tutti i nemici dello Stato ovunque si trovassero. A Gaza naturalmente, dove Hamas consumò l’eccidio di ottobre 2023; alla Cisgiordania che si aggrappa alla formula dello Stato di Palestina; agli Houthi nello Yemen; a Hezbollah in Libano. Ed infine al grande manovratore: la teocrazia iraniana.
In coerenza con l’assunto iniziale, sullo sfondo delle proteste di piazza a Teheran, l’obiettivo strategico era: il cambio di regime in Iran, la rinuncia al programma nucleare, la limitazione se non la cancellazione del programma missilistico, in prospettiva l’adesione agli Accordi di Abramo per la stabilizzazione della regione attorno ai pilastri delle potenze sunnite del Golfo e Israele.
Nulla di tutto ciò è accaduto a giugno, mentre le delegazioni americana e iraniana si apprestano ad incontrarsi a Lucerna. Le delegazioni sono guidate rispettivamente dal Vicepresidente Vance e dal Presidente del Parlamento Ghalibaf, il primo assistito dagli inseparabili Witkoff e Kushner, il secondo dal Ministro Aragchi. In Svizzera si farebbe sul serio, il rango dei delegati lo lascia credere. Si metterebbero le basi per l’accordo finale, da raggiungere in soli 60 giorni sulla scorta del memorandum d’intesa siglato elettronicamente dai Presidenti di Stati Uniti e Iran.
Le parti annunciano vittoria. Almeno nelle contrapposte narrazioni vige l’accordo. Trump ha vinto perché: impedisce la nuclearizzazione dell’Iran, favorisce il cambio di regime, riapre lo Stretto di Hormuz. Khamenei ha vinto perché: resiste al nemico soverchiante, accetta di non arricchire (a termine) l’uranio senza impegnarsi a consegnarlo a terzi e giammai agli Americani, condivide con l’Oman (che non l’ha chiesto) il controllo su Hormuz, pretende un droit de regard sul Libano la cui integrità è minacciata da Israele.
Gli osservatori, anche fra gli amici, ritengono che non di vittoria americana si tratti ma di sconfitta, alcuni la paragonano all’abbandono precipitoso del Sud Vietnam dopo gli accordi di Parigi con il Nord. Scrive Vincenzo Camporini che la verità sul campo è travolta dalla narrazione mediatica. All’elettore americano non interessano i dettagli del bollettino militare, interessa che la guerra malvista sin dall’inizio si concluda in qualche modo e che il prezzo della benzina alla p***a scenda.
La stessa passione per Israele sembra scemare. Israele, infatti, rappresenta il vero ostacolo sulla via del compromesso. La sua pretesa di continuare la campagna di Libano fino ad annientare Hezbollah, malgrado che Netanyahu abbia annunciato da tempo di aver annullato la milizia, e fino a stabilire una testa di ponte in Libano, pari per importanza a quella già funzionante in Siria, per una cintura di sicurezza attorno allo Stato. Netanyahu sa anche che la condotta americana non tocca il cuore del problema iraniano: anzi, riconosce di fatto all’Iran la supervisione sul Libano in quanto tale e non solo sulla milizia amica. Un arretramento rispetto alla situazione antecedente il febbraio 2026.
La candidatura di Gadi Eisenkot prende quota nei sondaggi. Il personaggio è temibile. L’elettorato tende a fidarsi degli ex Capi di Stato Maggiore, Eisenkot ha pagato il tributo di sangue con la perdita del figlio a Gaza. Non parla l’inglese scintillante di Netanyahu ma quello aspro dei Sabra. Sarà un titolo di merito nel momento in cui gli Stati Uniti perdono fascino persino in Israele. L’ottobre del voto alla Knesset è lontano. Bisogna gestire l’estate di fuoco.

Governabilità e democraziaDi Loredana Panariti e Paolo PolliVi sono momenti nella vita di una democrazia nei quali il co...
18/06/2026

Governabilità e democrazia
Di Loredana Panariti e Paolo Polli

Vi sono momenti nella vita di una democrazia nei quali il confronto politico supera la normale dialettica tra maggioranza e opposizione. Momenti in cui non sono in discussione soltanto programmi, scelte economiche o indirizzi di governo, ma le regole stesse della convivenza democratica. È quanto sta accadendo oggi attorno alla proposta di riforma della legge elettorale avanzata dalla maggioranza che governa il Paese.

Naturalmente ogni forza politica ha il diritto di proporre modifiche istituzionali. Nessuna democrazia è immobile e nessun ordinamento può sottrarsi ai cambiamenti della società. Tuttavia, esiste una differenza sostanziale tra le politiche di governo e le regole che disciplinano la rappresentanza democratica.

Le prime appartengono al confronto politico quotidiano; le seconde costituiscono il patrimonio comune della Repubblica e non dovrebbero essere piegate alle convenienze contingenti di chi dispone, temporaneamente, dei numeri parlamentari. Per questo motivo ogni nuova proposta dovrebbe essere affrontata con particolare prudenza, responsabilità e spirito di condivisione. Tutto ciò che manca al governo di questo Paese.

Le leggi elettorali non sono leggi ordinarie come le altre.

Esse stabiliscono il modo in cui la sovranità popolare si traduce in rappresentanza parlamentare. Definiscono il rapporto tra cittadini e istituzioni. Determinano il grado di pluralismo che una democrazia intende riconoscere e garantire. Per questa ragione, nelle grandi democrazie europee, le riforme elettorali più significative sono state accompagnate dalla ricerca di un largo consenso politico e sociale. Quando si modificano le regole del gioco, infatti, dovrebbe prevalere la tutela dell'equilibrio democratico, non l'interesse immediato di una maggioranza.

La proposta oggi in discussione sembra invece muoversi nella direzione opposta.

Dietro gli aspetti tecnici e le formule giuridiche emerge una precisa idea della politica: trasformare progressivamente le elezioni parlamentari in una sorta di investitura diretta del capo del governo. L'indicazione preventiva del candidato premier sulle schede elettorali, o altre formule pasticciate allo studio, e l'attribuzione di un premio di maggioranza nei termini previsti dalla bozza non rappresentano semplici aggiustamenti procedurali. Sono tasselli di un processo che sposta il baricentro del sistema dalla rappresentanza parlamentare alla personalizzazione del potere.

Quando si modifica in modo così radicale l’assetto del sistema democratico, il rispetto delle istituzioni imporrebbe il massimo rigore. Ignorare i moniti delle opposizioni, dei costituzionalisti e della società civile costituisce un deliberato atto di forza, che spezza il principio di cooperazione su cui si fonda la Repubblica. E non si tratta di una semplice rissa politica quotidiana; è lo spartiacque che definisce quale idea di Repubblica vogliamo consegnare al futuro. Se prevale la logica della forza numerica momentanea, il rischio di uno svuotamento democratico diventa drammaticamente reale.

La Costituzione repubblicana non nacque per caso.

I costituenti elaborarono il nuovo ordinamento all'indomani della tragedia del fascismo, della guerra e della distruzione morale e materiale del Paese. Avevano conosciuto gli effetti della concentrazione del potere, dell'identificazione tra Stato e governo, della progressiva marginalizzazione e del successivo annullamento del Parlamento e dei corpi intermedi. Per questa ragione costruirono una Repubblica parlamentare fondata sull'equilibrio tra i poteri, sul pluralismo politico e sul principio che nessuna maggioranza potesse considerarsi proprietaria delle istituzioni.

Non fu una scelta dettata dalla diffidenza verso la democrazia. Al contrario, fu la scelta di chi aveva compreso che la libertà si difende meglio quando il potere è distribuito, controllato e bilanciato.

In questo quadro assume un significato particolare l'articolo 92 della Costituzione, che attribuisce al Presidente della Repubblica la nomina del Presidente del Consiglio.

Non si tratta di una formalità. È una delle garanzie cardine attraverso cui l'ordinamento assicura l'equilibrio istituzionale, la continuità dello Stato e il rispetto della volontà parlamentare. L'introduzione di meccanismi che tendono a trasformare il voto in un'investitura personale del capo del governo modifica inevitabilmente questo equilibrio, anche senza intervenire formalmente sul testo costituzionale.

Il problema non riguarda soltanto l'assetto delle istituzioni italiane, ma si inserisce in una tendenza più ampia che attraversa molte democrazie contemporanee. In alcuni Paesi occidentali e anche europei assistiamo da anni alla crescita di culture politiche che guardano con insofferenza ai meccanismi della rappresentanza, ai controlli istituzionali, al pluralismo e alla mediazione. La complessità viene presentata come un ostacolo, i contrappesi come un rallentamento, il Parlamento come una struttura inefficiente. Si afferma così l'idea che la soluzione dei problemi risieda soprattutto nella concentrazione del potere decisionale e nel rapporto diretto tra un leader e il popolo.

La storia europea del Novecento dovrebbe renderci estremamente prudenti di fronte a queste suggestioni.

Le grandi tragedie che hanno segnato il nostro continente non nacquero dall'eccesso di democrazia, ma dal suo progressivo indebolimento. Nacquero quando il consenso popolare venne utilizzato per ridurre gli spazi di controllo, di partecipazione e di libertà. Certo, il passato non si ripete mai identico a se stesso, ma la Storia offre gli strumenti necessari a riconoscere i segnali di quei processi costruiti con l’obiettivo di indebolire il sistema democratico e la Costituzione. Abbiamo già conosciuto, in Europa e in Italia, il fascino dell'uomo forte. Abbiamo già sperimentato l'illusione che la concentrazione del potere possa sostituire la complessità della democrazia. Ed è una lezione che non dovremmo dimenticare.

In questo dibattito, il tema della governabilità viene agitato come un'emergenza assoluta, ma a ben vedere si rivela un falso problema.

L'argomento secondo cui servono poteri speciali o premi di maggioranza per poter fare le cose è smentito dai fatti: il governo attualmente in carica dispone già di numeri parlamentari solidi e di una maggioranza schiacciante, eppure l'attività politica reale è ferma all'immobilismo. Avere i numeri per governare e non fare nulla dimostra che l'efficacia di un esecutivo non dipende dall'architettura delle regole, ma dalla qualità e dalla volontà della sua proposta politica.

In una democrazia costituzionale, d'altronde, la governabilità è solo uno strumento, non il fine.

Una democrazia moderna vive dell'equilibrio tra efficacia decisionale e rappresentanza, tra leadership e controllo, tra capacità di governo e tutela delle minoranze. Quando questo equilibrio si rompe per inseguire il mito dell'efficienza a tutti i costi, il rischio è che il cittadino venga progressivamente trasformato da protagonista della vita democratica a semplice spettatore, chiamato periodicamente a ratificare decisioni già assunte altrove.

A questa riflessione se ne aggiunge un'altra, troppo spesso trascurata.

Da anni le leggi elettorali italiane hanno progressivamente ridotto la possibilità per gli elettori di scegliere direttamente i propri rappresentanti. Le segreterie e le leadership di partito hanno acquisito un peso crescente nella selezione, e nella qualità, della classe parlamentare, mentre il rapporto tra eletto ed elettore si è progressivamente indebolito. È una delle ragioni che contribuiscono alla crescente disaffezione verso la partecipazione politica. L'astensionismo non nasce soltanto dalla sfiducia. Nasce anche dalla percezione, sempre più diffusa, che il voto incida poco sulla composizione effettiva delle assemblee rappresentative. Per questo una riforma elettorale realmente innovativa dovrebbe innanzitutto restituire ai cittadini una maggiore capacità di scelta e rafforzare il legame tra eletti ed elettori.

Vi è infine una questione culturale che raramente trova spazio nel dibattito pubblico.

La democrazia non si difende soltanto attraverso le istituzioni. Si difende anche attraverso la conoscenza. Troppo spesso lo studio della storia contemporanea nelle scuole si interrompe alle soglie del Novecento o affronta in modo sommario gli eventi che hanno plasmato l'Italia repubblicana e l'Europa democratica. Eppure è proprio nella comprensione delle dittature, delle guerre mondiali, della Resistenza, della nascita della Repubblica, della Costituzione e del processo di integrazione europea che le nuove generazioni possono trovare gli strumenti per comprendere il presente. Conoscere la storia non significa coltivare la nostalgia del passato. Significa saper interpretare il proprio tempo. Una società che dimentica le ragioni per cui sono nate le sue istituzioni democratiche diventa inevitabilmente più esposta alle semplificazioni, ai miti politici e alle scorciatoie autoritarie.

Per questa ragione il dibattito sulle riforme non può essere confinato agli specialisti della materia o alle convenienze tattiche delle forze politiche. Deve coinvolgere la società civile, il mondo della cultura, della scuola, dell'università e dell'associazionismo democratico. Le regole della democrazia non appartengono a chi governa temporaneamente: appartengono all'intera comunità nazionale. Difenderle significa opporsi al cortocircuito mentale che riduce la democrazia alla mera legge della maggioranza. Significa ricordare che la libertà, la rappresentanza e il pluralismo sono conquiste storiche che non possono mai essere considerate irreversibili.

In un tempo segnato dal moltiplicarsi delle guerre nel mondo, dall'inedia di un'Europa incapace di esprimere una vera iniziativa di pace e dal riemergere di pericolose pulsioni nazionaliste e populiste, la tenuta delle istituzioni democratiche assume un valore ancora più decisivo. La democrazia non è una semplice procedura per scegliere chi comanda, ma un sistema integrato di garanzie, partecipazione, diritti e limiti al potere, costruito sulle macerie delle tragedie del Novecento. Custodirlo non significa vivere nel passato; significa impedire che gli errori della storia possano ripresentarsi sotto forme nuove, più tecnologiche e apparentemente più rassicuranti.

𝐀𝐝𝐝𝐢𝐨 𝐚 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐨 𝐆𝐢𝐧𝐳𝐛𝐮𝐫𝐠, 𝐦𝐚𝐞𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐢𝐜𝐫𝐨𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐩𝐫𝐞𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐯𝐨𝐜𝐢 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚𝐭𝐞✒️RedazioneCon la scomparsa di Carl...
17/06/2026

𝐀𝐝𝐝𝐢𝐨 𝐚 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐨 𝐆𝐢𝐧𝐳𝐛𝐮𝐫𝐠, 𝐦𝐚𝐞𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐢𝐜𝐫𝐨𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐩𝐫𝐞𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐯𝐨𝐜𝐢 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚𝐭𝐞
✒️Redazione

Con la scomparsa di Carlo Ginzburg, la storiografia internazionale perde uno dei suoi studiosi più autorevoli e innovativi.

Storico, saggista e intellettuale di fama mondiale, Ginzburg ha rivoluzionato il modo di guardare al passato, mostrando come le vicende di individui comuni possano illuminare i grandi processi della storia.

Nato a Torino il 15 aprile 1939, figlio dell’intellettuale antifascista Leone Ginzburg e della scrittrice Natalia Ginzburg, crebbe in un ambiente profondamente segnato dall’impegno culturale e civile. Dopo gli studi all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, perfezionò la propria formazione presso il Warburg Institute di Londra, avviando una carriera accademica che lo avrebbe portato a insegnare in alcune delle più prestigiose università del mondo, tra cui Bologna, Harvard, Yale, UCLA, Princeton e, nuovamente, la Scuola Normale di Pisa.

Il suo nome è legato soprattutto alla nascita e allo sviluppo della microstoria, corrente storiografica affermatasi in Italia negli anni Settanta. Attraverso l’analisi di casi apparentemente marginali, Ginzburg dimostrò come fosse possibile comprendere fenomeni storici di ampia portata partendo da documenti, testimonianze e vicende individuali spesso trascurati dalla storiografia tradizionale.

I suoi studi si concentrarono in particolare sulla cultura popolare, sulle credenze religiose, sulle eresie e sui processi inquisitoriali dell’età moderna. La prima importante tappa di questo percorso fu I benandanti, pubblicato nel 1966, una ricerca pionieristica che riportò alla luce le vicende di particolari confraternite contadine del Friuli tra il XVI e il XVII secolo.

L’opera che lo rese celebre in tutto il mondo fu però Il formaggio e i vermi (1976), un libro destinato a diventare un classico della storiografia contemporanea. Attraverso la storia di un mugnaio friulano del Cinquecento, ricostruita grazie agli atti dell’Inquisizione, Ginzburg mostrò come le idee, le letture e l’immaginario di un uomo comune potessero offrire una chiave di lettura originale della società del suo tempo.

Negli anni successivi continuò a esplorare il rapporto tra verità, memoria, interpretazione e potere, contribuendo in modo decisivo al dibattito storiografico internazionale. Le sue riflessioni sull’uso delle fonti, sulla necessità di un’analisi critica delle testimonianze e sulla complessità della ricerca storica hanno influenzato generazioni di studiosi.

Il suo insegnamento conserva ancora oggi una straordinaria attualità. L’attenzione ai dettagli, alle storie individuali e alle voci rimaste ai margini rappresenta infatti uno strumento fondamentale anche nell’educazione alla memoria e nello studio della Shoah, dove il racconto delle singole esperienze aiuta a comprendere la portata degli eventi collettivi.

Con la sua scomparsa lascia un’eredità intellettuale di valore inestimabile, fatta di rigore scientifico, curiosità critica e capacità di interrogare il passato senza mai smettere di dialogare con il presente. Le sue opere continueranno a essere un punto di riferimento imprescindibile per chiunque cerchi nella storia non soltanto la ricostruzione dei fatti, ma anche una più profonda comprensione dell’esperienza umana.

📷 ©Jacobo Medrano ----PIEFOTO----

L’imbroglio elettorale. La destra e la misera furbata di cambiare le regole in corsa🖊️ Stefano PizzinImmaginate di gioca...
15/06/2026

L’imbroglio elettorale. La destra e la misera furbata di cambiare le regole in corsa
🖊️ Stefano Pizzin

Immaginate di giocare una partita a scacchi: state disponendo i vostri pezzi, preparando una strategia quando, all’improvviso, il vostro avversario decide che si cambiano le regole; i pezzi possono muoversi diversamente, lui può spostarli più volte sulla scacchiera e trucchetti del genere. Bene: è esattamente quello che oggi sta facendo la destra con le legge elettorale.
Visto che con la legge attuale temono di perdere le elezioni, allora la cambiano, come il bambino antipatico che se ne andava con il pallone quando non lo lasciano vincere.
Non c’è solo questo. La Commissione di Venezia, il principale organo consultivo del Consiglio d'Europa in materia di diritto costituzionale, ha ribadito più volte che una democrazia sana non dovrebbe cambiare in continuazione la legge elettorale, ma provarla, farla digerire dai cittadini e le istituzioni e, dopo, semmai, correggerla. Un’altra indicazione della Commissione è quella di non cambiare la legge a ridosso del voto, sembrerebbe un trucco di chi governa per mantenere la maggioranza e creerebbe sfiducia da parte degli elettori. Esattamente quello che oggi sta facendo la destra. C’è una bizzarria tutta italiana in questo: le più antiche democrazie hanno sistemi elettorali che durano da decenni, noi invece rimbalziamo come una palla impazzita da un sistema all’alte senza che i cittadini capiscano più come il loro voto si tradurrà in seggi in Parlamento.

L'articolo continua qui: https://www.associazione-apertamente.org/m/2026/06/15/limbroglio-elettorale-la-destra-e-la-misera-furbata-di-cambiare-le-regole-in-corsa/

Due processi, per due terroristi✒️Simonetta LucchiDue settimane, per due sentenze. Due terroristi, uno condannato all’er...
12/06/2026

Due processi, per due terroristi
✒️Simonetta Lucchi

Due settimane, per due sentenze. Due terroristi, uno condannato all’ergastolo, l’altro a quindici anni di carcere. Al centro di processi di alto profilo, uno svoltosi a Klagenfurt il 27 e 28 maggio e l’altro a Wiener Neustadt, una città a sud di Vienna e iniziato il 28 aprile 2026, un’analisi approfondita della loro personalità.
I casi di Ahmad G. e Beran A., i cui cognomi non sono stati resi pubblici in conformità con le norme vigenti sulla privacy, hanno scosso l’Austria nei giorni caldissimi di questa estate anticipata. Giovanissimi, 24 e 21 anni, appartenenti alla nuova generazione di jihadisti, entrambi avevano giurato fedeltà all’ ISIS, e sono stati esaminati dal medesimo esperto nominato dai tribunali austriaci, che li ha dichiarati pienamente capaci di intendere e di volere. Ma ciò che li distingue maggiormente è che Ahmad ha effettivamente commesso un omicidio: il siriano aveva accoltellato indiscriminatamente dei passanti nella tranquilla città di Villach, in Carinzia, uccidendo un ragazzo e ferendo altre cinque persone, sei vittime in sei minuti con un coltello a serramanico di dieci centimetri. Beran A., di nazionalità austriaca e origini macedoni, sentiva invece fortemente l’impulso di compiere un attentato: si consulta on line con elementi estremisti, confeziona una bomba, e sceglie come vittima una star americana, Taylor Swift, da colpire durante il suo concerto a Vienna previsto il 7 agosto 2024. Piano fortunatamente sventato in tempo dalla polizia. Due infanzie diverse, l’uno nato in Austria, vittima di bullismo scolastico, in seguito trasferitosi con la famiglia in un ambiente più protetto, l’altro fuggito dalla guerra e rifugiatosi prima in Germania e poi in Austria, vivendo in isolamento, non trovando stabilità e lavoro, come sperato.

L'articolo continua qui: https://www.associazione-apertamente.org/m/2026/06/12/due-processi-per-due-terroristi/

𝐈𝐥 𝐩𝐚𝐥𝐥𝐨𝐧𝐞 𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐢𝐬𝐜𝐞. 𝐈 𝐌𝐨𝐧𝐝𝐢𝐚𝐥𝐢 𝐝𝐢 𝐜𝐚𝐥𝐜𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝟐𝟎𝟐𝟔 𝐭𝐫𝐚 𝐠𝐞𝐨𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚, 𝐟𝐢𝐠𝐮𝐫𝐚𝐜𝐜𝐞 𝐚𝐧𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚𝐭𝐞 𝐞 𝐢𝐥 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐦...
11/06/2026

𝐈𝐥 𝐩𝐚𝐥𝐥𝐨𝐧𝐞 𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐢𝐬𝐜𝐞. 𝐈 𝐌𝐨𝐧𝐝𝐢𝐚𝐥𝐢 𝐝𝐢 𝐜𝐚𝐥𝐜𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝟐𝟎𝟐𝟔 𝐭𝐫𝐚 𝐠𝐞𝐨𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚, 𝐟𝐢𝐠𝐮𝐫𝐚𝐜𝐜𝐞 𝐚𝐧𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚𝐭𝐞 𝐞 𝐢𝐥 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐦𝐛𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐚𝐦𝐩𝐨
🖋 Stefano Pizzin

Pronti al calcio d'inizio: l'11 giugno 2026, alla SoFi Stadium di Inglewood, ribattezzata per l'occasione «Los Angeles Stadium», cominceranno i Mondiali di calcio probabilmente più caotici della storia. Stati Uniti, Canada e Messico co-ospitano il torneo più seguito della terra: 104 partite, 48 nazionali, sedici sedi sparse sul continente americano. Chi ha resistito alle interminabili code digitali per acquistare un biglietto, o i nababbi che hanno potuto permettersi i prezzi del mercato secondario della FIFA, dove un posto al sole per la finale al MetLife Stadium è stato quotato fino a quasi due milioni di dollari (non è un errore di battitura), avrà finanziato la macchina più redditizia dello sport mondiale.
Il calcio, almeno quello dei Mondiali, non è mai soltanto calcio. Non lo è stato dal 1934, quando Mussolini usò il torneo italiano come piattaforma di propaganda fascista; non lo è stato nel 1954 quando una miracolosa, e per alcuni miracolata, nazionale tedesca vinse la coppa, riprendendosi dalle ferite della guerra, non lo è stato nel 1978, quando la giunta militare argentina organizzò la Coppa del Mondo mentre nelle carceri segrete si torturava, non lo è stato nel 2018 in Russia né nel 2022 in Qatar, dove decine di migliaia di lavoratori migranti morirono sui cantieri degli stadi nel disinteresse generale. Ogni edizione dei Mondiali è, in qualche misura, una storia di potere che si maschera da festa. Quella del 2026 non fa eccezione, anzi, aggiunge qualche capitolo inedito.
La FIFA e Trump: un'amicizia utile
Che i Mondiali si svolgessero negli Stati Uniti era tutt'altro che scontato. Nel 2018, la FIFA aveva assegnato l'edizione 2026 al consorzio North American bid, battendo il Marocco in una votazione che segnò un'inequivocabile inversione di tendenza dopo anni di tornei assegnati a Paesi autoritari. Il presidente della FIFA Gianni Infantino, svizzero di nascita, cosmopolita di professione e opportunista di vocazione, ha coltivato fin dall'inizio un rapporto di stretta prossimità con Donald Trump, che nel frattempo è tornato alla Casa Bianca. Trump ha istituito una task force presidenziale ad hoc per i Mondiali, ha ricevuto Infantino a Washington e ha fatto del torneo uno strumento di proiezione dell'America First anche nel campo del soft power. La FIFA, in cambio, ha potuto contare sulla promessa di un mercato di consumatori vasto, ricco e disposto, si sperava, a pagare prezzi altrove inimmaginabili. In più, per aggiungere un tocco di grottesco: la FIFA si è inventata il premio per la pace da dare a Trump come risarcimento per il mancato Nobel. Sì, lo stesso presidente che bombarda l'Iran, sequestra il presidente del Venezuela, che vuole annettersi la Groenlandia e invadere Cuba.
Comunque, l'entusiasmo di Trump per i Mondiali non ha impedito alla sua amministrazione di mettere in atto una delle politiche migratorie più restrittive della storia recente degli Stati Uniti. Con il risultato che il paese ospitante ha rivolto al resto del mondo, nello stesso momento, due messaggi contraddittori: «Benvenuti ai Mondiali» e «Attenzione ai controlli alle frontiere». Insomma, rischi di pagare fior di quattrini per goderti il miglior calcio del momento per poi farti fermare alla frontiera e finire in qualche carcere in El Salvador.
Un evento troppo grande per un Paese solo
Perché, negli ultimi anni, i Mondiali vengano assegnati a consorzi di più Paesi? Il problema sta nel gigantismo insostenibile dell'evento. Nel 2022, il Qatar aveva potuto reggere logisticamente grazie alle sue dimensioni ridotte e a un budget pressoché illimitato. La FIFA, sotto la presidenza Infantino, ha espanso il torneo da 32 a 48 squadre: 104 partite da organizzare, stadi da costruire o ristrutturare, infrastrutture di trasporto da adeguare. Nessun paese di dimensioni normali può permetterselo da solo senza compromettere il proprio bilancio. L'edizione 2030 è stata assegnata a un'altra coalizione: Marocco, Spagna, Portogallo e con tre partite simboliche in Sudamerica per celebrare il centenario del torneo. Quella del 2034 andrà in Arabia Saudita, Paese senza problemi di portafoglio e dove i diritti umani sono, diciamo, in lavorazione. La FIFA, dunque, ha trovato la formula perfetta: quando un singolo Paese non basta, si mettono insieme più Paesi; quando nessun Paese democratico accetta le condizioni, si va dagli autocrati.
Il triangolo impossibile: USA, Messico, Canada
Per co-ospitare un evento come un Mondiale ci vuole una certo tasso di collaborazione e «amicizia tra i diversi Paesi». Le relazioni tra USA e Canada e, soprattutto, tra USA e Messico hanno avuto alti e bassi ma con l'arrivo di Trump hanno toccato il minimo storico: dazi punitivi, minacce di annessione del Canada, retoriche nazionaliste aggressive e un premier canadese che vince le elezioni perché percepito come il più anti-Trump tra tutti i candidati. Così il Canada, mentre il Messico ha dovuto fare i conti con una amministrazione statunitense che lo ha definito un «narco-stato», e la presidente Claudia Sheinbaum ha dovuto trovare tutti i modi, anche i più spicci, per non apparire subalterna a Trump; inoltre, la sede messicana del torneo è diventata un rifugio per le squadre che non possono o non vogliono entrare negli Stati Uniti.
Il caso Iran
La vicenda dell'Iran richiede qualche riga in più. La nazionale iraniana si è qualificata per i Mondiali — la sua quarta partecipazione consecutiva — con le partite del girone previste negli USA (a Los Angeles e Seattle). Ma nel febbraio 2026 la situazione geopolitica nel Medio Oriente è precipitata: gli Stati Uniti e Israele hanno condotto attacchi contro l'Iran, uccidendo la Guida Suprema. L'Iran ha risposto militarmente e in questi giorni continuano a spararsi. In questo contesto, Trump ha scritto sui suoi canali social che l'Iran è «benvenuto» ai Mondiali, «ma non credo sia appropriato che siano lì, per la loro stessa vita e sicurezza»: vieni pure, ma sarebbe meglio di no.
La Federazione calcistica iraniana - il calcio in Iran è uno sport amatissimo - ha risposto con una controquerela alla FIFA chiedendo che fossero gli Stati Uniti a essere esclusi dal torneo. I giocatori iraniani sono così arrivati in Messico, a Tijuana, e si muoveranno negli USA solo per disputare le partite, con visti concessi con dieci giorni di anticipo rispetto alla prima gara. Diversi membri dello staff tecnico non hanno ottenuto i documenti. La FIFA, interpellata, ha dichiarato di non avere competenza sui processi migratori del paese ospitante. Il segretario generale Mattias Grafström ha avuto una «conversazione positiva» con il presidente della federazione iraniana: nel lessico diplomatico della FIFA, «conversazione positiva» significa che i problemi rimangono ma che non se ne parla.
L'ICE al Mondiale
Ma il tema dell'immigrazione non riguarda solo l'Iran. Da mesi, le organizzazioni per i diritti civili e le federazioni del giornalismo sportivo avvertivano che tenere i Mondiali negli Stati Uniti del secondo mandato Trump, cioè negli USA che hanno condotto le deportazioni di massa, che hanno espanso il travel ban, che hanno militarizzato il controllo delle frontiere, avrebbe creato problemi enormi per gli spettatori. Amnesty International ha pubblicato un rapporto a fine marzo 2026 denunciando una «emergenza dei diritti umani» nel paese ospitante. Human Rights Watch ha documentato che quasi tutte le città-sede avevano prodotto piani per la tutela dei diritti umani del tutto inadeguati e di norma le città sono amministrate dai democratici e assai più accoglienti del governo federale.
I fatti hanno confermato i timori. Il fotografo ufficiale della nazionale irachena, Talal Salah, è stato fermato alla frontiera e trattenuto per oltre dieci ore prima di essere rimandato indietro. Il Senegal è invece atterrato a New York e i giocatori sono stati sottoposti a una perquisizione degna dei narcotrafficanti: scarpe tolte, borse aperte, cani antidroga. La nazionale dell'Uzbekistan — alla sua prima storica partecipazione mondiale, guidata dalla leggenda del calcio italiano Fabio Cannavaro — è stata accolta all'arrivo per un'amichevole di preparazione da metal detector e cani.
Il miglior arbitro africano rispedito a casa
Il caso più simbolicamente pesante è quello di Omar Abdulkadir Artan, arbitro somalo selezionato dalla FIFA come uno dei 52 direttori di gara del torneo: il primo somalo nella storia a raggiungere questo traguardo, Artan, considerato il miglior arbitro africano, aveva già arbitrato la finale della CAF Champions League e la Coppa d'Africa. Aveva il visto, è atterrato a Miami il 7 giugno, dove è stato fermato, sottoposto a «ulteriore ispezione», e rimandato indietro: «inadmissible due to vetting concerns». La Somalia è nella lista dei paesi soggetti al travel ban di Trump — lo stesso ban rispetto al quale Trump aveva più volte dichiarato che la carve-out per gli atleti dei Mondiali avrebbe garantito loro l'accesso. Artan non era un atleta ma un arbitro: la distinzione, a quanto pare, è stata considerata rilevante. Il Consiglio sulle relazioni islamo-americane (CAIR) ha protestato. La FIFA ha espresso rammarico. Nessuno ha risolto nulla.
Seattle, il Pride e il doppio standard della FIFA
Il 26 giugno, al Lumen Field di Seattle, Egitto e Iran (sempre loro) si affrontano nel Girone G. Prima che il calendario fosse reso noto, il comitato organizzativo locale di Seattle aveva già designato quella data come «Pride Match», una partita celebrativa della comunità LGBTQ+, in coincidenza con il Pride Weekend della città. Il sorteggio ha poi assegnato proprio quella data e quello stadio alla sfida tra due Paesi in cui i rapporti omosessuali sono illegali (in Iran possono essere puniti con la morte). Entrambe le federazioni hanno protestato formalmente presso la FIFA, chiedendo la cancellazione delle iniziative Pride. Il comitato di Seattle ha risposto che andrà avanti come previsto, perché la cultura LGBTQ+ è «parte integrante» dell'identità della città. Come andrà a finire? Boh. Comunque un pezzo dei sostenitori di Trump sull'omosessualità la pensano quasi come gli iraniani.
La FIFA si trova in una posizione magnificamente imbarazzante. Nel 2022, in Qatar — dove l'omosessualità è anch'essa reato (ma «solo» con una pena da uno a sette anni di reclusione) — la stessa FIFA aveva vietato ai capitani delle nazionali europee di indossare la fascia «OneLove» contro le discriminazioni, minacciando sanzioni. Aveva, insomma, tutelato i «valori culturali» del Paese ospitante contro quelli dei Paesi ospiti. Adesso il paese ospitante ha valori diversi, e la FIFA deve scegliere se tutelare i valori culturali di Seattle o quelli del Cairo e di Bagdad. Finora, il silenzio.
I problemi che verranno
Il torneo sta per cominciare mentre scrivo queste righe e i problemi già enumerati sono soltanto quelli emersi in fase di preparazione. Ce ne saranno altri. Cinquantatré paesi sono soggetti a restrizioni di viaggio variabili verso gli Stati Uniti: alcuni hanno squadre qualificate, altri hanno tifosi che vorranno seguirle. Haiti è qualificata ed è nella lista dei Paesi con divieto totale di ingresso negli USA. Le 48 squadre provengono da tutto il mondo; i loro tifosi anche. Non tutti avranno la stessa facilità ad attraversare la frontiera.
La dimensione mediatica del torneo è, d'altra parte, senza precedenti. Con 104 partite e 16 sedi, il numero di eventi da coprire ha moltiplicato esponenzialmente la presenza di accreditati da tutto il mondo, giornalisti, fotografi, operatori, produttori. Per alcuni di loro, le stesse restrizioni che colpiscono i tifosi si applicano in egual misura. La FIFA ha venduto i diritti televisivi a oltre cento Paesi: il mondo guarderà e la domanda è se quello che vedrà sarà anche una pubblicità efficace per gli USA, oppure il contrario. Immaginatevi l'ICE - quelli delle «esecuzioni» di Minneapolis - che prima della partita picchia e deporta i tifosi di qualche Paese sgradito a Washington.
La bulimia da partite e la possibile figuraccia
C'è poi la questione del formato. Il passaggio da 32 a 48 squadre, deciso da Infantino nel 2017, contro il parere di molti tecnici ed esperti, ha prodotto un torneo che dura quaranta giorni, con partite che spesso vedono in campo nazionali di livello modesto contro avversari che le sovrastano. Alcuni gironi sono già decisi e privi di interesse agonistico e trovare partite di un certo interesse nella prima fase non sarà un'impresa semplice. Possiamo dire che la FIFA ha raddoppiato la quantità di prodotto senza necessariamente raddoppiarne la qualità.
C'è infine la questione dell'organizzazione logistica. Gli Stati Uniti non hanno un campionato calcistico nazionale di primo livello mondiale (la MLS esiste, ma non è la Premier League); gli stadi scelti per il torneo sono spesso impianti da football americano o da baseball, adattati con interventi che i professionisti del settore hanno definito con aggettivi poco lusinghieri; le distanze tra le sedi sono tali che alcune squadre potrebbero percorrere più chilometri in aereo per spostarsi da una partita all'altra che l'intera lunghezza dell'Europa. Il tutto in un contesto di infrastrutture pubbliche di trasporto che negli USA non sono, come noto, il punto forte del sistema. Si ricorderà che la NJ Transit aveva inizialmente annunciato un biglietto di andata e ritorno da 150 dollari per il treno da Penn Station a New York al MetLife Stadium nel New Jersey, un percorso che normalmente costa 13 dollari. Dopo le proteste, ha ridotto il prezzo a novantotto dollari. Un vero gesto di magnanimità.
Infantino e la macchina mangia-soldi
Gianni Infantino guida la FIFA dal 2016 con uno stile che combina la retorica dello sviluppo globale del calcio con una competenza manageriale di prim'ordine nell'arte di monetizzare qualsiasi cosa si muova. I biglietti per la finale al MetLife hanno raggiunto prezzi che sfidano la gravità: fino a undici milioni di dollari sulla piattaforma di rivendita ufficiale della FIFA stessa, che preleva una commissione del quindici per cento su ogni transazione. I prezzi base per il settore economico dell'incontro inaugurale degli USA (contro il Paraguay, il 12 giugno a Los Angeles) erano di 1.940 dollari. Trump stesso, che non è esattamente un paladino dei consumatori, ha detto al New York Post che non avrebbe pagato mille dollari per un posto in gradinata.
Gli attorney general di New York e New Jersey hanno avviato un'indagine sulle pratiche di biglietteria della FIFA. I fan europei, abituati ad altri standard di accessibilità, hanno parlato di «tradimento monumentale». Miguel Poiares Maduro, già presidente del comitato di governance della FIFA, ha accusato l'organizzazione di aver fatto prevalere gli interessi commerciali su quelli degli appassionati. La risposta di Infantino è stata perfettamente onesta nel suo cinismo: gli americani pagano di più per la rivendita dei biglietti, è il mercato.
Una nota finale
La nazionale italiana non ci sarà. Per la terza volta consecutiva, dopo il mancato accesso a Russia 2018 e Qatar 2022: una tragedia sportiva che ha già i contorni di un'abitudine. Vedremo i Mondiali in televisione, come il resto del mondo, con la differenza che il resto del mondo avrà qualcosa per cui tifare. Potremmo raccontarci la storia che evitiamo i mondiali degli autocrati, e aspiranti tali, e di chi non rispetta i diritti umani, invece siamo solo diventati scarsi nello sport più popolare.
Per il resto: vedremo quale sarà il livello tecnico, probabilmente saranno caotici, sicuramente costosi, politicamente imbarazzanti e calcisticamente ineguali. La FIFA incasserà miliardi, Trump userà il torneo come palcoscenico con il rischio di beccarsi un concerto di fischi come alle finali della NBA, l'Iran giocherà scortata, il Senegal ricorderà la perquisizione in pista, l'arbitro somalo guarderà ingiustamente le partite dalla Somalia. Ma da qualche parte, in uno stadio da baseball convertito alla bell'e meglio, qualcuno segnerà un gol bellissimo, una nazionale esibirà schemi innovativi e qualche promessa del calcio sboccerà, e tutto ciò farà dimenticare ogni cosa a noi appassionati del pallone.
Sì, perché noi devoti a quella che Gianni Brera chiamava la dea Eupalla, ci scordiamo presto di tutto. In fondo, per parafrasare quello che cantavano i Rolling Stones: «it's only football (o soccer) but i like it».

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