Occhio del Gigiàt

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Gli amici di  ha dato il "la" per ragionare su un argomento che tocca tutte le economie montane: la carne (non di capron...
05/02/2024

Gli amici di ha dato il "la" per ragionare su un argomento che tocca tutte le economie montane: la carne (non di caprone eh).
Si è parlato molto di carne in vitro (impropriamente detta carne sintetica), non si è parlato affatto degli impatti che gli allevamenti intensivi hanno sulla nostra salute e sull'ambiente. 10 slides sono pochissime per riassumere un problema così complesso ma con i miei zoccoli posso provare a grattare la superficie per non restare bloccati in ideologie sbagliate.
Una cosa è certa: l'agricoltura non si fa senza agricoltori (o allevatori) e chi si sta occupando di clima di queste cose ne tiene ben conto, come sa che il problema grosso non sta a monte ma a valle (o per meglio dire in pianura). La situazione è complessa e qui troverete solo una parte del problema, ossia quello ambientale legato alle emissioni. Spero sia almeno uno spunto per iniziare una discussione.

Valtellina (SO) / 5 febbraio 2023 / grazie della segnalazione a

11/12/2023

Che le Dolomiti stiano diventando un grande parco giochi non è una novità.
Rispetto alla mia placida Val Masino, quando poggio gli zoccoli in territorio dolomitico devo stare in guardia.
Ogni giorno qualche pezzo di territorio viene svenduto per far contento qualche signorotto locale o per portare le novità della città anche tra queste valli.
L'altro giorno, aggirandomi in zona Cinque Torri, non ho potuto non notare che la parete di dolomia era diventata lo schermo per l'immagine di un brand (guarda a caso proprio uno squalo, forse per ricordarci i tempi quando qui era tutta barriera corallina). Sembra una cosa stupida e lo è - la parete non viene toccata, ci mancherebbe - ma è un tassello che si aggiunge alla iper commercializzazione della montagna e in questo caso delle Dolomiti. Lo sfondo di un brand per una operazione di marketing, come se fossimo a Piccadilly Circus.
Alla fine me ne vado da queste valli chiedendomi sempre se tutto questo business ha davvero portato il benessere promesso ai valligiani, e non sempre riesco a darmi una risposta positiva.

Cinque torri (BL) / 8 dicembre 2023 / storia di e segnalazione di

Sento gli animi scaldarsi in questi giorni. La notizia parte dalla regione più piccola d'Italia e arriva ai luoghi del p...
05/12/2023

Sento gli animi scaldarsi in questi giorni. La notizia parte dalla regione più piccola d'Italia e arriva ai luoghi del potere. Tutto questo trambusto per la toponomastica di una frazione di Valtournenche.
Provo a fare un salto indietro nel tempo per capire da dove arriva questa pesante eredità del nome Cervinia e se ci sono altri casi.
Così scopro che in tutta la Val d'Aosta, dal 1925 al 1939, tutti i paesi con i nomi francofoni furono italianizzati, così come i paesi del Piemonte al confine con la Francia. Oulx era Ulzio, Courmayeur era Cormaiore, La Salle era Sala Dora, e così via. Il fascismo impose un'autarchia linguistica in modo da espandere l'uso dell'italiano anche nelle zone dove prevalevano dialetti o altre lingue (come il francese o l'occitano).
Alla fine della guerra, il Piemonte ripristinò i propri toponimi originali a partire dal 1947, mentre la Val d'Aosta li ripristinò tutti nel 1946. E Cervinia? La frazione rimase con il nome originario, complice probabilmente anche il turismo invernale ben avviato (dalla Società Anonima Cervino). Una storia molto differente invece si trova dall'altro lato delle Alpi, nel Nord-Est, dove l'italianizzazione della toponomastica inizia già, con pochi casi, a fine '800 e si espande con la fine della prima guerra mondiale e l'annessione dei territori dell'Alto Adige e delle zone al confine con la Slovenia.
Proprio in Alto Adige, la maggior parte dei nomi fu "italianizzata" dal trentino Ettore Tolomei, che con il "Prontuario dei nomi locali dell'Alto Adige" contribuì a cambiare la toponomastica locale. A differenza della Val d'Aosta qui non si cambiarono i nomi alla fine del fascismo e così anche oggi il bilinguismo si trova in tutte le indicazioni.
Una piccola nota: se Cervinia non si è sbarazzata del proprio nome nel 1946 qualche ragione c'è stata. Forse, prima di preoccuparsi del nome bisognerebbe alzare lo sguardo e guardare cosa succede un po' più in alto (tipo sul Teodulo).

Cervinia / 2023

A volte mi fermo sul bagnasciuga e immergo gli zoccoli nell'acqua salata del mare. Non troppo! sono pur sempre un animal...
04/12/2023

A volte mi fermo sul bagnasciuga e immergo gli zoccoli nell'acqua salata del mare. Non troppo! sono pur sempre un animale montano e ho paura che il sale corroda l'epidermide. Ma questi giorni devo lasciare le mie montagne e dirigermi verso il mare, verso il Polesine.

Se ho paura di sprofondare con gli zoccoli è anche a causa della subsidenza (fenomeno per cui il fondo marino tende ad abbassarsi sotto il peso dei sedimenti che gli si accumulano sopra), che è di casa nel Polesine: ha fatto sprofondare anche l'isola su cui mi trovo, l'isola di Batteria. Oltre i fenomeni naturali anche l'uomo ha contribuito a donare al mare parti di queste terre, estraendo dal suolo il gas naturale, prezioso carburante su cui si basa la società industriale. Proprio la sete di questo fossile, estratto per la prima volta nel 1935, ha fatto sprofondare in mare zone del Polesine che erano sempre rimaste fuori dall'acqua, anche di 30cm in pochi anni. Da qui il collegamento molto pratico e poco ideologico: più gas estratto, più terre lasciate alla laguna. Nel 1965 chiusero gli ultimi pozzi, i rischi erano troppo alti anche se il gas faceva ancora gola. Arriviamo al 2023. La crisi energetica ha spinto l'attuale governo a cercare fonti energetiche per tutto il globo terracqueo, fino a ritornare tra gli scheletri delle vecchie industrie del Polesine.

Riprendere a trivellare queste coste significherebbe condannare queste terre e i loro abitanti (a volte già sotto il livello del mare e tenute asciutte dalle idrovore) a scomparire, senza garantire benefici energetici concreti al Paese. La crisi climatica e l'aumento del livello del mare sembra già una condanna definitiva a lungo termine anche senza dover accelerare questo processo. Siamo sicuri che valga la pena sacrificare interi ecosistemi per qualche minuto di autarchia energetica? Gli abitanti delle "terre basse" aspettano gli esiti del governo, continuando ad abitare i luoghi dove già oggi i pesci nel mare nuotano più in alto delle galline che beccano in terra.

Polesine (RO-FE) / 30 ottobre 2023 / foto di

Oggi, come 100 anni fa, si consumava la tragedia della diga del Gleno.Sono 40 anni esatti prima del Vajont, eppure del G...
01/12/2023

Oggi, come 100 anni fa, si consumava la tragedia della diga del Gleno.

Sono 40 anni esatti prima del Vajont, eppure del Gleno si sta perdendo la memoria, oggi custodita principalmente dalle vallate bergamasche limitrofe.

La storia della diga coincide con la storia industriale italiana. Finita la prima guerra mondiale, la necessità di sviluppare l'industria e di cercare energia elettrica dentro i confini nazionali, portò all'approvazione di numerosi progetti di invasi idrici sulle Alpi. La diga del Gleno era uno di questi. Costruita "a gravità" per la parte inferiore e "ad archi" per la parte superiore, crollò alle 7:15 di del 1° dicembre 1923.

Insieme alla diga, l'acqua portò con sé 365 persone (il numero di morti attuali resta incerto) e i paesi che si affacciavano sulla Val di Sclave, tra cui Bueggio e Dezzo.

Ma perché, dopo 100 anni, abbiamo rimosso questa tragedia? La storia è molto simile a quella del Vajont, eppure in questo caso non c'è stato nessun Marco Paolini che riportasse alla memoria le vittime di un'industrializzazione feroce delle Alpi. Non ci fu nessuna Tina Merlin a raccogliere le testimonianza di chi restò e dei montanari. Eppure anche in questo caso il processo che seguì la tragedia portò a condanne miti, quasi sussurrate, con poche conseguenze. L'Italia, almeno da 100 anni, ha scelto di sacrificare dei territori e delle popolazioni per non vedere ostacolati prima la propaganda del regime fascista e poi il grande "miracolo economico" italiano. La memoria è stata indebolita perché, in un quadro più ampio, ambiente e persone passano in secondo piano rispetto al benessere economico del Paese.

Proprio in questi anni, in cui la politica si interessa sempre più ai risultati industriali che al benessere dei propri cittadini e del proprio territorio, ricordare è importante. Ricordare che anteporre gli interessi di pochi, a discapito dei molti, non ha mai portato ad un benessere generalizzato e che tragedie come il Gleno possono riaccadere se non presidiamo la memoria collettiva.

Diga del Gleno (BG) / 1923 - 2023 / foto di Cristian Riva

"Nelle valli da poco, capita che qualcuno minacci un’autostrada. Nel nostro caso la Modena-Lucca: prosecuzione ideale de...
29/11/2023

"Nelle valli da poco, capita che qualcuno minacci un’autostrada. Nel nostro caso la Modena-Lucca: prosecuzione ideale del Brennero fino alla Toscana, e quindi al porto di Livorno. A metà Ottocento era stata vagheggiata una ferrovia; nel Novecento, una strada. Nel 2001 venne inserita nella legge obiettivo. Nel 2006 l’ANAS commissionò uno studio di fattibilità, secondo il quale l’opera si poteva completare nel 2020. Ogni tanto la si ripropone.

La bretella Campogalliano-Sassuolo, dall’A22 al distretto ceramico, dopo proteste durate decenni, è pronta a partire; una volta arrivati a Sassuolo, potranno dire che è insensato non finire l’opera, non scavalcare l’Appennino per arrivare a Livorno. Le piastrelle andranno al mare piú spedite. La mia valle non esisterà piú cosí com’è.

[...]

Non so se i viadotti rendano anonimo o doppio lo spazio che sta sotto: spazio di ailanto e di sterpaglia, di rovi e spazzatura e scritte sciatte, di fazzoletti di carta smerdati; ombra che interrompe la vista. Ci sarà chi resterà a viverci accanto, sempre meno, e avrebbe smesso di viverci comunque: quindi l’autostrada arriverà come il compimento dell’abbandono di uno spazio; quello spazio non sarà piú nient’altro che un tempo da percorrere: in rovina anche i luoghi d’arrivo e di partenza, prima o poi.

La ferrovia mi fa pensare a una cerniera, una zip arrugginita che viene a dividere due spazi, crea un «com’è di qua» e un «com’è di là», ma non mi sembra che annulli una valle; mi sembra che la cambi, e intanto ne prenda il colore; invece un viadotto la annulla, e separa le vite di chi passa e di chi sta. Il binario sembra luce rugginosa, il viadotto ombra verde cupo; la ferrovia mi ricorda gli insetti, l’autostrada invece i serpenti."

Autostrada Modena - Lucca / 2023 / testo dal libro "Alzarsi presto" di Sandro Campani

.campani

Chi l'ha detto che l'alpinismo è uno sport da uomini ? La storia di oggi me la racconta un condor colombiano - io non po...
28/11/2023

Chi l'ha detto che l'alpinismo è uno sport da uomini ? La storia di oggi me la racconta un condor colombiano - io non posso volare - perché proprio sulle Ande boliviane si fa un alpinismo diverso. Cecilia Llusco è figlia di una guida alpina e abita le alte montagne della Bolivia da quando aveva sei anni. Dopo essere diventata cuoca di alta montagna e aver visto altre "cholitas" (termine dispregiativo che indicava il popolo indigeno Aymara ma che ora viene rivendicato con orgoglio) scalare le vette per portare viveri e alpinisti raggiungere le cime, Cecilia si è chiesta "perché non posso scalare anche io le mie montagne?". E così, nel 2015 insieme ad altre cholitas ha raggiunto la cima dello Huayna Potosi, seguito da altri 6000 boliviani. Oggi le "climbing cholitas" sono 14 e rivendicano la loro storia e le loro tradizioni in versione alpinistica. I condor mi dicono che anche da lontano si riconoscono facilmente: sopra l'abbigliamento tecnico e i ramponi, le cholitas indossano le gonne colorate e lo zaino tradizionale, che permette loro di essere agili sui ghiacci e tra le rocce.

L'obiettivo per il 2024 delle cholitas è quello di conquistare la montagna più alta: l'Everest.

Le vette delle cholitas non sono semplici conquiste: con le loro scalate vogliono comunicare alle altre donne che è possibile coniugare tradizione con alpinismo e che un altro modo di vivere lo sport (in questo caso ancora molto legato al machismo e alla pura conquista) è necessario. Non solo: le cholitas rivendicano un posto al di fuori delle cucine dove la società boliviana vorrebbe che stessero. Chissà se in questo 2024 vedremo le grandi "pollere" (le gonne tradizionali) posarsi sul tetto del mondo. Sicuramente sarà l'evento di alpinismo più bello della stagione.

Bolivia / novembre 2023 / foto di David Jacome

Anche nei sperduti boschi della Valmasino arrivano, ogni tanto, notizie dagli umani. Negli ultimi giorni ho sentito parl...
24/11/2023

Anche nei sperduti boschi della Valmasino arrivano, ogni tanto, notizie dagli umani. Negli ultimi giorni ho sentito parlare di cultura e di modelli di società patriarcale. Queste poche righe saranno iper-semplificate perché meriterebbero un libricino a parte. Proviamoci lo stesso.

Si sa, i fiumi possono avere genere femminile o maschile a seconda della loro storia.
Così anche il fiume Piave, tra la fine '800 e l'inizio secolo scorso, fu traghettato dal genere femminile, fino ad allora utilizzato nello scritto e nei dialetti (la Piau o la Plaf a seconda della geografia), al genere maschile. La modernità e il progresso si scontrarono con la storia il 24 ottobre 1917: lo sfondamento di Caporetto e la nuova linea di fronte di guerra proprio sulle sponde del Piave. Il respingimento e la vittoria italiana del 1918 fu aiutata in parte anche da una piena del fiume, come ricorda "la leggenda del Piave": «Si vide il Piave rigonfiar le sponde, / e come i fanti combattevan l’onde. / Rosso del sangue del nemico altero, / il Piave comandò: “Indietro va’, o straniero!”».

Da questo momento il fiume diventò leggendario, "sacro" alla patria, tanto che si discusse parecchio sull'articolo da anteporre. Il fiume sacro deve essere femmina o maschio? A mettere l'ultima parola fu D'Annunzio nel 1918 che scrisse "Questo fiume – che è maschio nella tradizione dei Veneti [..] è la vena maestra della nostra vita, la vena profonda nel cuore della patria". Un fiume che respinge lo straniero e che compatta la patria non può essere ninfa, deve essere guerriero. Potente e vittorioso, perfetto per la propaganda del tempo. Di seguito, il genere cambiò anche per altri fiumi, come ricorda Rumiz "La Brenta divenne il Brenta, la Livenza il Livenza. Tutti furono reclutati per la grandezza della nazione e trasformati in un deserto di ghiaie dai padroni delle dighe."
Anche i nomi dei fiumi sono un tassello di come la società attuale sia intrisa di valore patriarcale, anche se non ce ne accorgiamo: è giusto sempre chiedersi come e per quali motivi si è evoluta la cultura e se essa, con il tempo, può e/o deve cambiare. Così come si è sempre evoluta.

Fiume Piave / novembre 2023

Il ricatto che risuona per i boschi della Valsesia è semplice: "cari compari umani: l'acqua della Sesia ci serve per non...
22/11/2023

Il ricatto che risuona per i boschi della Valsesia è semplice: "cari compari umani: l'acqua della Sesia ci serve per non far morire definitivamente la montagna".

E' semplice, facile da realizzare ma ambientalmente mostruoso.

Mi trovo all'Alpe di Mera-Scopello, nella splendida Valsesia, territorio pieno di storia e di capitale naturale. Qui, la società Monterosa2000 (che gestisce gli impianti anche ad Alagna), ha firmato un finanziamento con Regione Piemonte per implementare gli impianti di innevamento della piccola stazione di metà valle. Non si costruiranno mega-bacini come avviene in Dolomiti, no. In questo caso si andrà a pescare direttamente dalla Sesia, appena dopo Pila. Due però sono i punti critici di questo nuovo progetto e come caprone provo ad elencare:

1) la stazione sciistica di Scopello parte dai 1700 metri e scende fino ai 700 metri nel paese sottostante. Già di per se queste quote non sono sostenibili a lungo termine per colpa dell'aumento delle temperature, ma 700 metri è una quota che ormai si fatica a trovare sulle Alpi. Nemmeno pregando incessantemente la Madonna della Neve (con il suo santuario a 1500metri) si potrò invertire questa tendenza futura. Almeno non in questo secolo.

2) a febbraio 2023 gli abitanti della Valsesia si sono visti ridurre drasticamente la quantità di acqua potabile utilizzabile. Alcuni comuni, fino a marzo 2023, hanno avuto bisogno delle autobotti perché le loro sorgenti erano in secca. Tutti ricorderemo le immagini della Sesia quasi in secca. La crisi climatica e la siccità del 2022-2023 hanno colpito duramente il Piemonte e sono lo specchio di un futuro sempre più probabile. Le siccità non possiamo governarle, ma possiamo governare come gestiamo la risorsa idrica.

Bisogna chiedersi allora a chi spetta l'acqua della Sesia. Che cosa ritenere prioritario e cosa adattare velocemente in caso di siccità e nel caso di aumento di frequenza di questi eventi estremi. O le comunità o lo sci a bassa quota. La scelta sembrerebbe scontata, ma non lo è per la politica, che ancora una volta non riesce ad adattare il turismo ad un clima che cambia.

Scopello (VC) / 20 novembre 2023 / segnalazione di

Si sa che ad alzare sempre più l'asticella prima o poi si devono fare i conti con l'ambiente naturale. Non è una buona n...
19/11/2023

Si sa che ad alzare sempre più l'asticella prima o poi si devono fare i conti con l'ambiente naturale.
Non è una buona notizia quella di oggi: lo speed opening è stato cancellato per il secondo anno di fila. Non è una buona notizia per il ghiacciaio del Teodulo, non è una buona notizia per gli atleti che si sono allenati in questi mesi, non è una buona notizia per tutte le persone che hanno lavorato incessantemente per garantire lo svolgimento della gara. Vedremo se per i prossimi anni verranno ascoltate le associazioni locali e gli sportivi. L'asticella si dovrà in qualche modo abbassare per l'amore di questo sport, di chi lo pratica e dell'ambiente che li ospita.

Speed opening (AO) / 19 novembre 2023

.official

Succede che ogni tanto i montanari vadano in TV. Noi caproni non veniamo mai invitati, sarà per il palco di corna che no...
15/11/2023

Succede che ogni tanto i montanari vadano in TV. Noi caproni non veniamo mai invitati, sarà per il palco di corna che non entra nello schermo. Succede anche che la TV individui degli abitanti della montagna, li stereotipizzi e li mandi in prima serata. I montanari proposti sono ancora quelli legati all'immaginario classico: i valori puri, l'innocenza, la purezza. Giselda non ha mai mangiato il sushi, ha preso il treno poche volte, non si è quasi mai mossa dal Grappa. Mauro è legato alla sua Erto e ripudia i meccanismi della città. Eppure il montanaro contemporaneo ha la fibra in casa, mangia sushi, usa tiktok anche quando lavora in malga. La TV ci propone l'idea di una montagna antica, di luoghi marginali dove fare l'esperienza di una vita non ancora usurata dalla globalizzazione e dal turboliberismo. Anche se non è proprio così. In questo modo sembra che Giselda e Mauro rappresentino gli abitanti di Alpi e Appennini, quando in realtà sono solo persone accuratamente scelte e date in pasto al grande pubblico per essere consumate. Così come si consuma un sushi ad alta quota. I caproni non li invitano in TV e si capisce perché. Continuare a dipingere la montagna e i montanari come gente "an po' indrio" permette di applicare alle terre alte modelli di sviluppo del secolo scorso, "tanto quella gente là ha bisogno del progresso". Nulla di più sbagliato.

Bassano del Grappa (VI) / novembre 2023

Se all'inizio del secolo scorso avreste voluto bervi una birra ghiacciata e vi foste trovati nei pressi di Feltre, avres...
09/11/2023

Se all'inizio del secolo scorso avreste voluto bervi una birra ghiacciata e vi foste trovati nei pressi di Feltre, avreste potuto esaudire il vostro desiderio facilmente .

La birreria Pedavena, storico locale e antica fabbrica, utilizzava il ghiaccio di una vera ghiacciaia per servire ai propri clienti delle birre ghiacciate. alla fine della prima guerra mondiale, dopo la requisizione di tutti i metalli, compreso l'impianto di refrigerazione della birreria. Nel 1918 allora si iniziò a procurarsi del ghiaccio naturale, arrivando ad estrarne fino a 15 quintali al giorno.

La "giazera" (ghiacciaia nel dialetto locale) era - ma è ancora - una forra nella valle lì vicina, la valle di Ramezza. Il ghiaccio veniva segato in blocchi da 15/20kg e portato a valle a mano. Ogni estate, come di consuetudine, la "giazera" si faceva trovare piena di ghiaccio, fresca e pronta all'utilizzo. Dopo 100 anni di questa "giazera", in un mondo che continua a scaldarsi, resta ben poco. Il nome. Quello resta sicuramente insieme a qualche centimetro di ghiaccio in fondo, con qualche attrezzo perso durante il secolo scorsi. La "giazera" sta scomparendo velocemente e non bastano neanche più gli inverni per riformare il ghiaccio. Anzi, la vegetazione si sta prendendo l'imbocco della "giazera" segno che ormai di questo piccolo ambiente glaciale, incastonato sulle Vette Feltrine, resterà ben poco.

Con l'aumento delle temperature globali se ne vanno riferimenti storici e tradizioni. Il vecchio mondo viene sommerso dall'erba e a fine secolo resterà solo la toponomastica ad indicarci come si viveva quando il mondo non era ancora drogato dai combustibili fossili.

Giazera di Ramezza (BL) / estate 2023 / foto di GT

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