15/05/2026
L’Associazione Maist’è nasce con l’intento di custodire, tramandare e valorizzare i saperi artigianali tradizionali della Sardegna. Il nome stesso, “Maist’è”, deriva dall’espressione sarda maistu dè, ovvero “maestro di”, e richiama l’idea di una competenza profonda, acquisita attraverso l’esperienza e la trasmissione diretta.
All’interno dell’associazione convivono diverse figure legate ai mestieri antichi: la tessitrice, il ramaio, chi lavora all’uncinetto, chi ricama e cuce e, in passato, anche il coltellinaio. Queste pratiche rappresentano non solo attività manuali, ma veri e propri patrimoni culturali, oggi sempre più rari. L’obiettivo dell’associazione è proprio quello di riportare in vita questi mestieri, sottraendoli all’oblio e restituendo loro dignità e visibilità.
Parallelamente, l’Associazione Maist’è si impegna nella promozione delle tradizioni popolari e del territorio sardo, raccontando e condividendo le espressioni più autentiche della cultura isolana: riti, simboli, narrazioni e identità locali.
Da questo percorso di ricerca e valorizzazione è nato un progetto performativo e identitario: le Janas di Maist’è. Le Janas, figure della tradizione mitologica sarda, sono considerate le antiche abitanti delle domus de Janas, e occupano un ruolo centrale nell’immaginario arcaico dell’isola. L’associazione ha scelto di reinterpretarle come maschera tradizionale, costruendo una rappresentazione coerente con le fonti leggendarie.
L’ideazione delle Janas di Maist’è risale a circa quattro anni fa, quando, in occasione di una festa, è emersa l’intuizione di dare forma a queste figure. A seguito di un’approfondita ricerca sulle leggende e sulle descrizioni tramandate, è stato sviluppato un modello visivo e simbolico capace di restituire al pubblico un’immagine fedele e riconoscibile.
L’abito delle Janas è caratterizzato da un colore rosso porpora, elemento ricorrente nelle narrazioni tradizionali. La struttura dell’indumento è stata concepita come una tunica ampia e funzionale, con una scollatura anteriore che richiama le camicie del costume sardo e maniche larghe, fermate da bottoni dorati. Un ulteriore bottone d’oro chiude la scollatura, richiamando il legame delle Janas con la ricchezza e con l’oro, spesso citato nelle leggende.
A completare l’abito vi è uno scialle nero ricamato in oro, indossato anche sul capo. Questo elemento non è solo decorativo, ma simbolico: secondo la tradizione, le Janas potevano uscire soltanto nelle ore notturne, a causa della loro pelle chiarissima, che non tollerava la luce del sole. Il copricapo diventa dunque un richiamo diretto a questa condizione, rafforzando la coerenza tra rappresentazione e racconto mitologico.
Ogni elemento, sia nella costruzione dell’abito sia nella messa in scena, nasce da un lavoro di studio e interpretazione delle fonti orali e scritte, con l’intento di restituire una figura che non sia una semplice invenzione, ma una rielaborazione consapevole della tradizione.
All’interno della performance, il fuoco assume un ruolo centrale e profondamente simbolico. Nella cultura arcaica il fuoco è elemento di trasformazione, purificazione e passaggio: distrugge per rigenerare, illumina ciò che è nascosto e segna il confine tra il mondo umano e quello rituale. Le Janas di Maist’è lo utilizzano come strumento sacro, capace di liberare, proteggere e consacrare.
Durante l’esibizione prende forma uno dei momenti più intensi e carichi di significato, l’acchiappo dell’uomo. Un uomo del pubblico viene scelto perché ha osato guardare troppo a lungo le Janas, infrangendo un limite invisibile che la Jana Maista, figura guida e custode dell’ordine, non permette di oltrepassare. L’uomo viene avvolto nello scialle e condotto al centro del cerchio, spazio simbolico chiuso e sacro, dove il tempo e le regole ordinarie cessano di esistere.
All’interno del cerchio, l’uomo viene marchiato: sulla sua fronte vengono tracciati gli stessi simboli che portano le Janas e che si ritrovano incisi nelle domus de Janas, segni ancestrali legati alla spiritualità e alla visione del mondo delle antiche comunità.
Tra questi simboli si riconoscono:
La spirale: rappresenta il ciclo della vita, la continuità e il movimento eterno tra nascita, morte e rinascita. È simbolo di trasformazione e connessione con il tempo profondo.
Il simbolo capovolto: richiama il passaggio tra mondi, l’inversione e il contatto con la dimensione dell’aldilà. Indica una trasformazione radicale e la rottura con l’ordine quotidiano.
L’ariete: esprime forza primordiale, energia vitale e protezione. È legato all’impulso, al coraggio e alla potenza generatrice.
Il toro: rappresenta fertilità, stabilità e potenza della terra. È simbolo di radicamento, abbondanza e forza ancestrale.
Questi segni non sono semplici decorazioni, ma veri e propri marchi di appartenenza e di passaggio: incidere questi simboli significa trasformare l’uomo, segnarlo come colui che ha visto e che, per questo, non è più lo stesso.
La scena si conclude con le Janas che danzano attorno all’uomo, chiuso al centro del cerchio, mentre il fuoco viene acceso e portato in movimento. La danza diventa rito: il fuoco purifica, avvolge e consacra, completando il passaggio iniziato con l’acchiappo. L’uomo, ormai segnato, è stato simbolicamente trasformato.
In questo senso, le Janas di Maist’è si inseriscono pienamente nel percorso dell’associazione: non una ricostruzione statica del passato, ma una sua riattivazione viva, capace di dialogare con il presente e di trasmettere, attraverso il corpo, il gesto, il simbolo e il fuoco, la memoria culturale della Sardegna.