16/10/2026
FLAVIA STENO
Flavia Steno, il suo vero nome era Amelia Osta Cottini (Lugano 1877 - Genova 1946), tra le prime donne giornaliste de «Il Secolo XIX» e autrice di romanzi.
Amelia Osta Cottini nacque da Adelaide Brughera, che apparteneva a una famiglia di industriali, proprietari di una cartiera, e da Giovanni Osta, dapprima dedito al commercio e in seguito impiegato alla Gio. Ansaldo Armstrong e C.
Studiò dagli 8 ai 14 anni presso il Collegio di montagna di Dumenza, tra Luino e Ponte Tresa, dove apprese perfettamente l’italiano, il francese ed il tedesco. In seguito Amelia proseguì gli studi a Milano, dove a soli 14 anni ottenne il diploma di maestra elementare alla scuola normale o magistrale femminile; fu poi a Zurigo e a Losanna, con il diploma di magistero superiore. Fra il 1895 e il 1898 insegnò letteratura italiana e storia universale nella scuola femminile di Locarno. E sul tema dell’insegnamento scrisse due romanzi pubblicati dal 1898 al 1900, gli unici che portano il suo nome originale: Mignon Sartori e L’istitutrice del baronetto inglese. Sono i primi due romanzi di una lunga carriera: ne firmerà con altri nomi oltre una trentina.
Nel 1898 arrivò a Genova con il marito, Giovanni Cottini. Nello stesso anno Amelia varcò la soglia della redazione del «Secolo XIX» dove conobbe Luigi Arnaldo Vassallo, in arte Gandolin, giornalista di chiara fama.
La sua prova d’ingresso fu un articolo sulla scultrice Jeanne Royannez, moglie del politico socialista Clovis Hughues, la quale aveva ucciso a colpi di pi***la un giornalista che aveva diffamato il marito. L’esito positivo della prova determinò l’inizio della sua carriera giornalistica con lo pseudonimo di Flavia Steno, scelto da Gandolin.
L’incontro con Gandolin, dal quale nacque una sincera e duratura amicizia, è destinato a segnare profondamente i futuri sviluppi della carriera della Steno. Grazie a lui, la giornalista conosce Ferdinando Maria Perrone, proprietario de «Il Secolo XIX» e della Gio. Ansaldo & C.
Flavia Steno ha sempre espresso posizioni moderate nei confronti del femminismo, ma negli anni che intercorrono tra il 1899 ed il 1901, pur essendo alle prime armi, si afferma proprio trattando questioni scottanti: per esempio la liceità dell’avvocatura femminile o la necessità di un impiego per le donne. Nel settembre 1900, in occasione dell’Esposizione di Parigi ebbe luogo il congresso internazionale femminile, indetto dal giornale «La Fronde» - periodico redatto da sole donne - e la Steno conquistò il diritto di cronaca.
Favorevole all’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale, dal 1915 il suo interventismo si concretizzò nel ruolo di corrispondente di guerra e agente di propaganda.
Fu fra le poche donne a vedere e raccontare il conflitto dal fronte, infiammando una mobilitazione femminile patriottica che spinse la scrittrice e giornalista Paola Baronchelli Grosson a inserirla fra le 157 donne benemerite della città di Genova.
Durante il biennio “rosso”, le sue posizioni di fondo si ritrovano nella rivista femminile «La Chiosa», da lei fondata il 20 novembre 1919. Nel 1922 partecipò al congresso liberale in rappresentanza delle donne. Come portavoce del partito liberale si schierò a favore dell’impresa di Fiume, dell’italianità, dell’intoccabilità dell’istituto familiare, sostenne una legge sulla ricerca della paternità, per debellare la piaga dell’abbandono dei bimbi, proclamò nuovamente la necessità del lavoro per le donne, assunte durante la prima guerra mondiale da molte industrie ausiliare, in primis l’Ansaldo, per sostituire gli uomini partiti per il fronte e immediatamente licenziate con il ritorno dei reduci. Si oppose agli scioperi e allo stesso tempo indisse delle campagne referendarie fittizie per dibattere sul divorzio.
Dal 1923 la sua rivista fu presa di mira, perché vi si deploravano i metodi della politica di Mussolini. Il 31 dicembre 1925 la Steno fu costretta a congedarsi dalle sue affezionate lettrici. Durante il ventennio fascista scrisse romanzi e apparve di rado pubblicamente. Espose le sue idee più intime rispondendo alla posta delle lettrici, essendo divenuta responsabile, dal 1930, della rubrica La posta di Mirandolina, sempre su «Il Secolo XIX».
Nonostante l’iniziale prudenza, con il passare degli anni la sua posizione nei confronti del fascismo si radicalizzò, portando ad una netta rottura. Il 27 luglio 1944, in seguito alla pubblicazione di un suo giudizio sui libri di testo per bambini, apparso nel 1943 sul «Secolo XIX», in cui osteggiava il fascismo (“in blocco non è eccessivo giudicarli un obbrobrio”), venne condannata a quindici anni di reclusione. Lasciò Genova, si recò a Zerba, a Moncalvo, dove trovò ricovero in un cascinale, in cui dimoravano i partigiani. Grazie all’ottenimento di una carta d’identità falsa, sotto il falso nome di Rina Fantoni, attese la caduta del regime.
Finita la guerra tornò a scrivere per un anno al «Corriere» e poi al «Secolo XIX», fino al dicembre del 1946. Il 4 dicembre 1946 condannò in un articolo i massacri di civili, soprattutto di donne e bimbi nei campi di Esperia da parte delle truppe marocchine, paragonandoli agli orrori dei campi di sterminio nazisti e lanciando un appello alle donne parlamentari da lei elette, per rendere pubblico il misfatto. Morì poco dopo, la notte del 19 dicembre 1946. I colleghi e le colleghe, dopo la sua scomparsa, ne diedero notizia sui giornali genovesi. Marbett su «Il lavoro nuovo» scrisse: «come la Serao era imbevuta fino al midollo di questo agre e affascinante odor d’inchiostro tipografico…grandi figure l’una e l’altra, nella loro sostanziale modestia fortissime rivendicatrici, senza darsene l’aria, dei diritti dell’intelligenza femminile».