06/12/2025
INTERVISTA A ENRICO TESTA: "L'UNIVERSITÀ IN MANO AI BUROCRATI"
Enrico Testa, 69 anni, ordinario di Storia della lingua italiana all'università di Genova, poeta, saggista, traduttore, nei prossimi giorni terrà l'ultima lezione (dedicata a Silvio D'Arzo) della sua più che trentennale carriera di docente.
- Professore, come mai ha deciso di lasciare l'università in anticipo?
Per varie ragioni: per stanchezza; e perché mi sento postumo a questa università. Allora, meglio dare le dimissioni senza aspettare la scadenza naturale, comunque non molto lon8899tana. Sono ragioni di natura psicologica su cui l'anagrafe influisce non poco, ma c'è pure dell'altro. Non ho nessuna nostalgia del passato o dell'università che fu, e non voglio intonare litanie già sentite tante volte in occasione simili. Sulla mia decisione hanno quindi influito fatti personali ma anche considerazioni oggettive.
- Quali?
Se guardo la piccola porzione del mondo accademico che ho conosciuto, cosa vedo? Parallelamente alla riduzione dei fondi ministeriali, predominano la specializzazione chiusa nei suoi confini, il mito dell'accelerazione (i nipotini del Coniglio di Alice che, con l'orologio in mano, dicono "E' tardi, è tardi!") e la sindrome della produttività incasellata in valutazioni numeriche dai criteri oscuri come il suo vocabolario. La conoscenza si configura come una raccolta quantitativa di dati generata dalla spinta a sfornare il maggior numero possibile di "prodotti" nelle sedi adatte. Chi scrive è un tecnico al servizio di un'istituzione-macchina, a cui procura il rifornimento perché continui, non si sa perché, a funzionare. Un meccanismo della saturazione produttiva che s’è esteso dal mercato al mondo delle lettere per opera di spiriti ‘progressisti’ che finiscono per agire da servi del consumo. Basta guardare i temi di ricerca più frequentati. Ai tratti precedenti s'accompagna infatti il conformismo. Che, mentre impronta comportamenti umani di adeguazione alle parole d'ordine del proprio ambiente, individua e detta gli argomenti a cui dedicarsi.
- Ad esempio?
Dopo la lingua della moda e quella delle chat, i rapper promossi a grandi poeti, le discussioni sullo schwa, il termine magico 'inclusione' distribuito a piene mani (ma spesso usato con intolleranza), ora è il momento degli studi post-coloniali e di quanto è dettato dall'antioccidentalismo. Nelle scienze umane l'agenda della ricerca, e della coscienza civile, sembra l'eco di chi fa la voce più grossa nei media, vecchi e nuovi. Il tutto senza spirito critico e con un imponente apparato burocratico di sostegno.
- Nel suo ultimo libro "Pronomi" (Einaudi), un'appassionata autobiografia intellettuale, Lei usa parole molto dure nei confronti di questo aspetto dell'ambiente accademico.
Si è formata nell’università una nuova classe antropologicamente interessante. Con una parola un po' mostruosa, si può chiamare 'buroprofessocrazia'. I docenti, alcuni con riluttanza e altri con entusiasmo, si dedicano sempre più ai cosiddetti 'compiti gestionali'. Il criterio dominante per salire di grado non è tanto la ricchezza e la qualità scientifica, ma l'assunzione di funzioni burocratiche. Chi compila moduli, organizza corsi, elabora progetti è favorito rispetto a chi tali incarichi non ricopre. Non conta che abbia pubblicato libri di indiscusso valore: resta al palo. Che tali incombenze debbano essere distribuite è giusto, ma che divengano addirittura - come ho sentito dire tante volte – determinanti per la carriera mi pare eccessivo.
Con quali effetti?
Quello di alterare il profilo del docente, che trova qui lo strumento per avere un po' di potere e farsi strada. La cosa più importante – insegnare - è diventata la più trascurabile. La didattica soccombe di fronte ad altri impegni, mentre diktat pedagogici sottraggono spazio agli argomenti della materia di studio. E, se si guarda al futuro, il panorama non è confortante.
-Anche Edoardo Sanguineti, nel 2000, scelse di lasciare in anticipo la cattedra; in quell'occasione lo intervistai per Il Secolo XIX, come oggi faccio con Lei, e mi disse una frase che non ho mai dimenticato: "Rimpiangerò gli studenti non l'università". Concorda?
In gran parte, sì. Mi mancheranno soprattutto due cose. Le lezioni: non un fastidioso dovere, ma un compito svolto con passione. Ho sempre pensato che il parlare ad altri sia parte integrante della ricerca e un momento fondamentale per chiarire, e correggere, le proprie idee. E, all'interno o ai margini delle lezioni, il dialogo con gli studenti, con cui, in certi casi, s'è creato, attorno ai problemi discussi, quasi una fraternità d'interessi. Non posso poi non ricordare le conversazioni mattutine con gli uscieri, persone di rara cortesia, e, insieme, rivolgere un grato pensiero agli amministrativi di Balbi 5, che hanno sempre dimostrato competenza, gentilezza e professionalità. Anche loro terrò nel cassetto dei ricordi. Per il resto, sia lode al logorio.
Ho saputo che recentemente l'ateneo genovese ha rinunciato
a fare parte del Centro interuniversitario Edoardo Sanguineti, dedicato allo studio dell'opera del poeta, che riunisce le università di Torino, Salerno, Milano e Bologna. Mi sembra una scelta a dir poco singolare, anzi un vero e proprio schiaffo alla memoria del grande intellettuale. Cosa ne pensa?
Che l'università di Genova – della città di Sanguineti – sia uscita dal Centro che porta il suo nome, è un fatto paradossale su cui ho già espresso la mia contrarietà. Va precisato che la scelta non è dell'Ateneo ma del Dipartimento; del Dipartimento, è bene ricordarlo, in cui Sanguineti ha insegnato per 26 anni. Un motivo già di per sé sufficiente perché gli screzi o le incomprensioni alla base di questa decisione venissero superati in nome del buon senso. Ma il buon senso è cosa rara nel mondo e l'università non fa eccezione alla regola.
Giuliano Galletta
Il Secolo XIX
5 dicembre 2025