14/10/2026
La fibromialgia non è un disturbo psicologico e tantomeno psichiatrico. La fibromialgia è una malattia reale, ma le sue cause e i suoi meccanismi eziopatogenetici sono ancora poco conosciuti per i limiti attuali delle conoscenze scientifiche. Il fatto che la scienza non abbia ancora scoperto le sue cause la rende “invisibile”, e questo è il motivo per cui gli esami medici non permettono, nella stragrande maggior parte dei casi, di trovare alterazioni e le terapie spesso funzionano poco e non risolvono del tutto il problema.
Quindi, perché lo psicologo?
Sappiamo che la genetica “da sola” non spiega le malattie, a volte le malattie si manifestano se c’è una predisposizione genetica, ma sono poi i fattori ambientali o epigenetica (alimentazione, stress cronico, inquinamento) a influenzarne l’esordio e il decorso. Per questo la domanda non dovrebbe mai essere "il problema è organico o psicologico?". La domanda giusta è un'altra: quanto pesano i fattori biologici e quanto quelli psicologici, in questa persona? I fattori psicologici hanno un ruolo nella fibromialgia, come accade in qualsiasi malattia: possono contribuire a farla esordire o possono esserne la conseguenza, sempre la accompagnano, spesso in modo funzionale (“reagisco, non mi abbatto”), altre volte in modo disfunzionale (“il dolore non passerà mai, nessuno mi può aiutare”).
Nella fibromialgia, però, la questione è più delicata. La ricerca scientifica ci dice che le persone con fibromialgia soffrono più spesso di ansia e depressione rispetto a chi ha altri tipi di dolore cronico. Hanno frequentemente alle spalle esperienze traumatiche importanti, come incidenti, malattie di persone care, lutti, sperimentano violenza in famiglia, mobbing sul lavoro, sentimenti di solitudine ed emarginazione. Sono persone più sensibili agli stimoli dell'ambiente e vivono le emozioni, positive e negative, con maggiore intensità. Il dolore psichico (quando ci succede qualcosa di brutto) e la sofferenza che ne consegue sono sentite in modo molto più intenso e destabilizzante dalle persone con la fibromialgia.
C'è quindi il dolore cronico, ma c'è anche lo stigma, la demoralizzazione (che è cosa diversa dalla depressione) e c'è il fatto che ancora troppe volte i pazienti non vengono creduti proprio da chi dovrebbe curarli. La fibromialgia può costare il lavoro, peggiorare molto la qualità della vita e, a volte, incrinare o distruggere le relazioni più care. In ogni persona questi aspetti si combinano in modo diverso, e in modo diverso dovrebbero essere affrontati.
Qui entra in gioco lo psicologo, che è prima di tutto un esperto del funzionamento psicologico delle persone, nella salute e nella malattia. Capire quanto il fattore psicologico abbia pesato nella storia di quella persona significa poterla aiutare a stare meglio. A volte vuol dire accompagnarla ad accettare la convivenza con il dolore. Altre volte vuol dire darle strumenti per cambiare, come accade attraverso la psicoterapia. In alcuni casi saranno preziosi gli interventi non farmacologici, come tai-chi o yoga. In altri sarà utile lavorare sulle dinamiche familiari, con una terapia di coppia o familiare, altre volte indirizzarli a percorsi da fare in gruppo.
Lo psicologo, proprio perché conosce il funzionamento psicologico della persona, può cucire come un sarto il vestito migliore, cioè l'intervento psicologico più adatto a quel paziente.
L'ideale sarebbe che questo avvenisse sempre all'interno di una presa in carico integrata. Il medico è l'esperto del funzionamento "biologico" della persona, lo psicologo di quello "psicologico". Uno affianca l'altro, nessuno sostituisce l'altro. Ciascuno con i suoi strumenti di lavoro dovrebbe potere aiutare il paziente, nell’obiettivo comune di farlo stare meglio. L’aderenza del paziente alle terapie prescritte dal medico passa attraverso una buona alleanza terapeutica, troppo spesso i pazienti interrompono le cure senza informare gli specialisti. Un buon lavoro integrato può rappresentare un valore aggiunto anche da questo punto di vista.
E lo psichiatra?
Come AISF abbiamo festeggiato l'inserimento della fibromialgia nei LEA, che prevede anche la possibilità di una visita psichiatrica "quando necessario". Al polo estremo delle caratteristiche del funzionamento psicologico della persona c'è la psicopatologia, ed è lì che entra in gioco la psichiatria. Lo psicologo ha gli strumenti per riconoscere quando il funzionamento psicologico di un paziente diventa (psico)patologico e richiede quindi un invio e una presa in carico psichiatrica. Per esempio per inquadrare meglio la patologia psichiatrica in comorbidità o per scegliere il farmaco più adatto, che aiuti sia sul fronte della fibromialgia sia a migliorare l'umore o a ridurre l'ansia o qualsiasi altra problematica psicopatologica.
La fibromialgia non è una malattia psichiatrica, e la scienza ci dice che la maggior parte delle persone che ne soffrono non ha disturbi psichiatrici. La maggior parte di loro può invece trarre un enorme beneficio da una valutazione anche psicologica, oltre che medica naturalmente. E, quando serve, dovrebbe essere suggerito un intervento psicoterapeutico e/o non farmacologico, ma sempre cucito su misura per quella persona, in quel momento della sua vita. Purtroppo una presa in carico autenticamente integrata è ancora rara. Le persone con fibromialgia si trovano spesso a dovere scegliere professionisti di area “psic” in autonomia, persi nel mare magnum di tanti modelli di lavoro, a volte non adatti alla propria problematica.
Un consiglio: chiedete sempre allo psicologo o psicoterapeuta che scegliete se conosce la fibromialgia!
Prof.ssa Federica Galli
Presidente AISF