07/05/2026
ANNIVERSARIO DELL'ORDINAZIONE EPISCOPALE DEL CARD. GIUSEPPE SIRI (7 maggio 1944)
Non sono io il protagonista di questa solennità. Il protagonista è l’Episcopato in se stesso. È Gesù Cristo il fondatore dello Episcopato, nell’ambito della Sua Chiesa e nella soggezione a Pietro. Lui! È accaduto così. Scelse i Dodici, volle fossero dodici, pur sapendo che tra essi c’era un traditore, li chiamò e costituì Apostoli. Il carisma dello Apostola to nel senso pieno, come recentemente ci ha ricordato il Concilio Vaticano secondo, è stato messo nelle loro mani. Per gli altri ridonderà da quelle mani. A questo manipolo di uomini ha dato il potere di reggere la Chiesa affermando in Matt. 18 che qualunque cosa avessero stabilito in Cielo e qualunque cosa avessero sciolto in terra sarebbe stato sciolto in Cielo, sottolineando che, chi avesse ascoltato loro avrebbe ascoltato Lui, chi avesse disprezzato loro avrebbe disprezzato Lui. A costoro specificò nel giorno della stessa Sua resurrezione il potere di rimette re i peccati di tutti gli uomini. Nelle mani di costoro depose la vigilia della Sua morte la Eucarestia e la pienezza del sacerdozio. A costoro diede il mandato di insegnare fino ai confini della Terra, pronunciando già la sentenza di condanna per coloro che non avessero creduto alla loro parola; a costoro nei quaranta giorni dopo la Sua resurrezione parlò del Regno lasciandolo nelle loro mani. Tutto questo fino alla consumazione dei secoli, attraverso i quali egli affermò di restare con loro. Proprio questa missione fino alla consumazione dei secoli, chiamava in causa i loro successori, perché loro sarebbero morti e della loro morte parlò esplicitamente nel caso di Pietro. A questo punto la testimonianza degli Atti Apostolici, delle lettere apostoliche, della Apocalisse e della letteratura cristiana autentica del periodo apostolico, indica chiaramente essere nella Chiesa particolari successori degli Apostoli, i Vescovi. La parola Vescovo - vigilante, ispettore - pare proprio presa dal Vangelo di Marco che è stato ora letto e nel quale con insistenza Gesù comanda ai Suoi discepoli di «Vigilare». Nel secolo primo non sempre si ebbe, per la evidente difficoltà di trovare il soggetto adatto, un solo Vescovo come unico capo della Chiesa locale e si usò il sistema di un collegio. Ma che questo sia stato rimedio di pura emergenza lo indicano le fonti citate e lo descrive in modo commovente il Martire Ignazio, Vescovo, d’Antiochia e contemporaneo di Cristo. L’Episcopato è una istituzione di Cristo non d’altro e pertanto si poggia sul diritto divino. Chi lo sfugge, in qualsiasi modo, sfugge Cristo stesso. Nei primi secoli, quando eresie nefande serpeggiavano mentre la Chiesa era facilmente soggetta a gravi persecuzioni, la caratteristica che garantiva di essere nella vera Chiesa era l’apostolicità, la discendenza legittima degli Apostoli e questa apostolicità era dimostrata dovunque - basti ricordare i cataloghi di Ireneo e di Egesippo - dalla legittima successione dei Vescovi dagli Apostoli. Ancor oggi la apostolicità è legata alla legittima elezione e consacrazione. L’Episcopato ha certamente un potere, che gli viene da Dio. Ma Gesù Cristo ha indicato chiaramente come dovesse ve**re esercitato questo potere incidendo la figura del Pastore; il Pastore buono era lui stesso e costituiva il tipo di chi avesse dovuto sovrintendere alla fa miglia dei fedeli. Questo carattere di Pastore va bene esaminato. Gesù ne prese la immagine dal Suo paese, dove i pastori vivevano col loro gregge con i caratteri di una famiglia, passavano la giornata e la notte dove stavano all’aperto o al chiuso i loro greggi, avevano un rapporto di familiarità, conoscevano ad una ad una, anche se analfabeti non sapevano neppure contare il numero dei capi bestia me, ricercavano affannosamente le pecorelle perdute, esponevano occorrendo - se erano buoni - se se stessi per difenderle. Gesù ha spinto oltre la immagine del buon pastore, affermando che deve dare la vita per le sue pecorelle e deve cercarla, se qualcuna è smarrita. E lo stile di una divina pazienza di un perenne sacrificio, un criterio di inesausta ed inesauribile ca**tà. L’episcopato non è affatto descritto se si tacesse di questo stile che il Salvatore ha lasciato a tutti i Pastori. Vedere dello Episcopato solo l’aspetto - che è reale - ma giuridico e non illuminarne la definizione collo stile pastorale del Vangelo sarebbe decapitarlo. Quindi non solo istituzione da parte di Cristo, ma quel che non conta meno, uno stile, una legge di amore. Difatti nella Chiesa, ad onta di tutti i difetti umani, tutto è basato sulla fiducia e non sulla violenza, ma il clima di serena consapevolezza di un sacro dovere e di una non meno serena fiducia dovunque sostiene la sacra disciplina e la distingue da qualsivoglia umana disciplina, pur nobile e necessaria. Gesù, accogliendo nel Collegio apostolico un Giuda che fu traditore e si suicidò senza pentirsi, cooptandovi uomini che avevano virtù e difetti - almeno fino alla Pentecoste -, diede la chiara distinzione tra l’ufficio dello Episcopato e gli uomini che ne rivestirono la dignità. In tal modo ha ammonito tutti i tempi che l’ufficio restava, divinamente costituito, senza alcuna possibilità di corrosione da par te degli uomini meno degni, ed ha avvertito che la capacità dell’ufficio resta qualunque possa essere la stima della persona. Gli uomini che portano l’Episcopato restano uomini, possono valere più e vale re meno, l’ufficio resta di Cristo, garantito da Lui, vivificato da Lui. È con talune di queste distinzioni scultoree che Cristo ha fondato la Chiesa e l’ha lasciata in mano di uomini liberi, padroni delle loro azioni e personalmente responsabili davanti a Lui, solo dei loro difetti. Ho dovuto dir questo per spiegare che il protagonista qui, stasera, non è affatto l’Arcivescovo, ma l’Episcopato. A me resta ben poco, perché tutto appartiene a Cristo. Di mio ho detto tutto, quando ai piedi dell’altare ho recitato il Confiteor. Spero che il Signore possa rivolgere a me le parole da lui fatte scrivere da Giovanni nella Apocalisse al Vescovo di Efeso: «So le tue opere, le tue fatiche e la tua pazienza» (2, 2) e al Vescovo di Filadelfia: «So le tue opere. Ecco di ti ho posto dinanzi una porta aperta che nessuno può chiudere, perché pur avendo poca virtù, hai osservata la mia parola e non hai negato il mio nome» (3, 8) ed al Vescovo di Smirne: «Non ti spaventare... sii fedele fino alla morte e ti darò la corona di vita» (2, 10-11) ed al Vescovo di Tiatira: «Ma a voi e a tutti gli altri di Tiatira che non tengono tal dottrina — di satana - ... io dico: non imporrò a voi altro peso; ritenete però quello che avete, finché io non venga». Così sia
(Card. Giuseppe Siri, In occasione del XXV Anniversario di Consacrazione Episcopale, 7 maggio 1969)