Circolo Caruggi

Circolo Caruggi DAL 1988 A FIANCO DI MIGLIAIA DI MONELLI E MONELLE NEL CENTRO STORICO DI GENOVA. PROGETTI EDUCATIVI E DI ORGANIZZAZIONE DI COMUNITA' SOLIDALE

E' online il secondo episodio di "Cene, Merende, Caffè, & Aperitivi Impossibili. Questa volta incontriamo Emma Goldman p...
06/09/2026

E' online il secondo episodio di "Cene, Merende, Caffè, & Aperitivi Impossibili. Questa volta incontriamo Emma Goldman per conversare insieme su i temi di Libertà, Potere, Organizzazione, Armonia, Amore, Emancipazione. Buona lettura.
Hau Kola, Mn

Libertà, autorità, anarchismo, amore, emancipazione Di Marco ‘Naso’ Barnieri (Mn)

06/09/2026

LA DISUMANIZZAZIONE

Ci hanno insegnato che esistono persone diverse da noi.

Che alcuni sono migliori.
Che alcuni sono peggiori.
Che alcuni meritano di più.
Che alcuni meritano di meno.

Ma raramente ci chiediamo:

che cosa deve accadere perché smettiamo di vedere una persona come una persona?

La disumanizzazione non comincia necessariamente con la violenza.

Comincia molto prima.

Comincia quando l'altro diventa “quello” invece di qualcuno.

Quando smettiamo di vedere un volto e vediamo una categoria.

Un immigrato.
Un povero.
Un criminale.
Un nemico.
Un diverso.

Quando una persona diventa un'etichetta, diventa più facile dimenticare che ha una storia, dei sentimenti, delle relazioni, delle paure, dei desideri.

Che soffre.

Che ama.

Che ha paura.

Che vuole vivere.

La disumanizzazione può cominciare dalle parole.

Quando chiamiamo qualcuno animale, parassita, invasore, feccia.

Quando trasformiamo un gruppo di persone in una minaccia indistinta.

Quando smettiamo di parlare di persone e cominciamo a parlare di numeri.

Morti.

Profughi.

Disoccupati.

Clandestini.

Vittime.

Statistiche.

I numeri sono necessari per comprendere la realtà.

Ma un numero non può raccontare una vita.

E quando una persona viene ridotta soltanto alla categoria alla quale appartiene, diventa più facile accettare ciò che non accetteremmo mai se avessimo davanti il suo volto.

La disumanizzazione può essere alimentata dalla paura.

Dalla propaganda.

Dal potere.

Dal senso comune.

Dall'indifferenza.

Può trasformare l'altro in un problema da risolvere invece che in una persona con cui entrare in relazione.

E quando l'altro viene percepito come meno umano, anche i suoi diritti possono sembrare meno importanti.

La sua sofferenza può sembrare meno grave.

La sua vita può sembrare meno preziosa.

È così che una società può arrivare a giustificare l'ingiustificabile.

La discriminazione.

Lo sfruttamento.

La segregazione.

La violenza.

La guerra.

E, nel punto estremo, l'eliminazione dell'altro.

La storia ci ha mostrato più volte dove può portare questo processo.

Ma la disumanizzazione non appartiene soltanto alla storia.

Può accadere anche oggi.

Nelle parole che usiamo.

Nel modo in cui guardiamo chi vive ai margini.

Nel modo in cui parliamo di chi non conosciamo.

Nel modo in cui accettiamo che qualcuno venga trattato come se valesse meno di noi.

Per questo non basta indignarsi quando la disumanizzazione arriva al suo estremo.

Dobbiamo riconoscerla quando comincia.

Quando una persona viene ridotta a un'etichetta.

Quando una differenza diventa una colpa.

Quando una paura diventa odio.

Quando un gruppo viene trasformato in un nemico.

Quando la sofferenza dell'altro smette di provocarci una domanda.

Andare Oltre significa allora tornare al punto più semplice e più radicale:

riconoscere l'altro come essere umano.

Prima della nazionalità.

Prima della religione.

Prima del colore della pelle.

Prima del ruolo sociale.

Prima delle idee.

Prima degli errori.

Prima di ogni categoria.

Una persona.

Con la stessa irriducibile dignità che riconosciamo a noi stessi.

E questo riconoscimento non può essere soltanto un principio.

Deve diventare pratica.

Nel linguaggio.

Nelle relazioni.

Nelle comunità.

Nelle istituzioni.

Nel modo in cui scegliamo di trattare chi è più fragile, più povero, più solo o più lontano da noi.

Perché una società si misura anche da come tratta chi non ha il potere di difendersi.

E forse l'evoluzione dell'umanità comincia proprio quando comprendiamo che l'altro non è un ostacolo alla nostra vita.

È un'altra vita.

E ogni vita è universo.

Non esistono vite che valgono meno.
Non esistono persone che valgono meno.

Prima di tutto, l'altro è una persona.
Prima di tutto, l'altro è umano.

La disumanizzazione separa.
Il riconoscimento restituisce il volto.
La relazione restituisce l'altro.
Il rispetto permette di stare insieme senza smettere di essere diversi.

05/09/2026

Quaderno di Andare Oltre N.16

05/09/2026

LA DISTRUZIONE DELL'ECOSISTEMA

Ci hanno insegnato che la natura è qualcosa che abbiamo intorno.
Una risorsa.

Uno spazio da utilizzare.

Qualcosa da conquistare, trasformare, sfruttare.

Ci hanno insegnato che il progresso significa produrre di più.

Consumare di più.

Costruire di più.

Crescere continuamente.

Ma raramente ci chiediamo:

che cosa accade quando dimentichiamo di essere parte della natura?

L'aria che respiriamo.

L'acqua che beviamo.

Il cibo che mangiamo.

Il suolo sul quale viviamo.

Gli animali e le piante con cui condividiamo il pianeta.

Tutto ciò che rende possibile la nostra vita appartiene a un sistema di relazioni del quale siamo parte.

Non siamo fuori dall'ecosistema.

Siamo l'ecosistema.

Eppure abbiamo costruito un modo di vivere che spesso considera la natura soprattutto come qualcosa da utilizzare.

Estrarre.

Produrre.

Consumare.

Gettare.

E ricominciare.

Tagliamo foreste.

Consumiamo suolo.

Inquiniamo l'aria e l'acqua.

Sfruttiamo le risorse oltre la loro capacità di rigenerarsi.

Distruggiamo habitat.

Riduciamo la biodiversità.

Alteriamo equilibri che hanno impiegato milioni di anni a formarsi.

E spesso lo facciamo come se ciò che accade al resto della vita non avesse conseguenze sulla nostra.

Come se il pianeta fosse infinito.

Come se le risorse fossero infinite.

Come se la capacità della natura di assorbire ciò che produciamo fosse infinita.
Ma non lo è.

E quando distruggiamo gli equilibri dai quali dipendiamo, alla fine danneggiamo anche noi stessi.

Il problema non è soltanto l'inquinamento.

È una forma di pensiero.

Quella che ci fa considerare l'essere umano separato dal resto della vita.

Quella che trasforma ogni cosa in una risorsa.

Un bosco diventa legname.

Un fiume diventa acqua da utilizzare.

Un animale diventa prodotto.

Il suolo diventa superficie da costruire.

E ciò che non produce immediatamente un valore economico rischia di sembrare inutile.

Così possiamo arrivare a misurare il valore della natura soltanto attraverso ciò che possiamo ricavarne.

Ma un ecosistema non è una somma di risorse.

È una rete di relazioni.

E quando spezziamo una relazione, le conseguenze possono attraversare tutto il sistema.

Anche noi.

Forse il problema più profondo è che abbiamo imparato a chiamare progresso qualcosa che può distruggere le condizioni del nostro futuro.

Abbiamo aumentato enormemente la nostra capacità di trasformare il mondo.

Ma non sempre la nostra capacità di prendercene cura.

E così possiamo diventare sempre più potenti e, allo stesso tempo, sempre più incapaci di riconoscere i limiti dai quali dipendiamo.

Andare Oltre significa allora anche questo:

smettere di considerarci padroni della natura.

Riconoscere che non siamo proprietari della vita.

Siamo parte della vita.

Significa ripensare ciò che produciamo.

Ciò che consumiamo.

Ciò che sprechiamo.

Ciò che consideriamo necessario.

Chiederci non soltanto:

“Quanto possiamo prendere?”

Ma anche:

“Quanto possiamo restituire?”

E soprattutto:

“Che mondo stiamo lasciando a chi verrà dopo di noi?”

Perché non possiamo parlare di futuro se distruggiamo continuamente le condizioni che lo rendono possibile.

La natura non ha bisogno di essere salvata soltanto per noi.

Ha bisogno che impariamo a riconoscere di essere parte di essa.

Forse andare oltre significa proprio questo:

non cercare un modo più efficiente per sfruttare il pianeta.

Cercare un modo diverso di vivere con il pianeta.

Non padroni della Terra.

Parte della Terra.

Non sfruttare la vita.

Imparare a custodirla.

04/09/2026

L'ALIMENTAZIONE

Ci hanno insegnato che mangiare è una cosa semplice.
Abbiamo fame.

Scegliamo qualcosa.

Mangiamo.

E poi continuiamo la nostra giornata.

Ma raramente ci chiediamo:

quanto di ciò che mangiamo è davvero una nostra scelta?

Fin da piccoli impariamo che cosa mangiare.

Impariamo i sapori.

Le abitudini.

I prodotti.

I marchi.

Le pubblicità.

E lentamente possiamo smettere di chiederci da dove venga ciò che arriva nel nostro piatto.

Come è stato prodotto.

Come è stato trasformato.

Quanto è stato lavorato.

Chi lo ha prodotto.

E soprattutto:

che cosa stiamo davvero introducendo nel nostro corpo?

Il cibo non è soltanto qualcosa che consumiamo.

È ciò attraverso cui il nostro corpo si costruisce, si mantiene e vive.

Eppure il sistema alimentare contemporaneo ha trasformato sempre più il cibo in una merce.

Un prodotto da vendere.

Da conservare.

Da trasportare.

Da pubblicizzare.

Da consumare rapidamente.

Più facile da produrre.

Più facile da distribuire.

Più facile da vendere.

E possiamo ritrovarci davanti a scaffali pieni di prodotti senza avere più un rapporto diretto con ciò che mangiamo.

Non vediamo più il campo.

Non conosciamo chi lo ha coltivato.

Non sappiamo sempre come è stato prodotto.

Non riconosciamo più necessariamente ciò che stiamo mangiando.

Il cibo può diventare così qualcosa che compriamo invece di qualcosa che comprendiamo.

E anche il nostro gusto può essere orientato.

La pubblicità ci suggerisce cosa desiderare.

L'industria studia ciò che ci spinge a consumare.

Il mercato trasforma il cibo in esperienza, comodità, gratificazione.

E noi possiamo finire per mangiare non soltanto perché abbiamo fame.

Mangiamo per abitudine.

Per noia.

Per compensazione.

Per velocità.

Perché è disponibile.

Perché è pubblicizzato.

Perché lo fanno tutti.

Così possiamo perdere progressivamente la capacità di ascoltare il nostro corpo.

E dimenticare che mangiare non è un gesto separato dal modo in cui viviamo.

Ciò che produciamo e consumiamo ha conseguenze anche sull'ambiente.

Sulla terra.

Sull'acqua.

Sugli animali.

Sul clima.

Sul lavoro delle persone.

L'alimentazione è quindi anche una questione di relazione.

Tra noi e il nostro corpo.

Tra noi e la natura.

Tra noi e chi produce il cibo.

Tra ciò che scegliamo e le conseguenze delle nostre scelte.

Ma non si tratta di colpevolizzare chi non può scegliere.

Non tutti hanno le stesse possibilità.

Il prezzo.

Il tempo.

Il luogo in cui viviamo.

Le condizioni economiche.

L'accesso alle informazioni.

Anche il cibo può diventare una questione di disuguaglianza.

Per questo parlare di alimentazione significa anche chiederci quale sistema rende alcune scelte possibili e altre difficili.

Andare Oltre significa allora anche questo:

tornare a conoscere ciò che mangiamo.

Riconoscere il legame tra alimentazione, corpo e ambiente.

Riscoprire il valore del cibo come nutrimento e non soltanto come prodotto.

Chiederci da dove viene.

Come è stato prodotto.

Come è arrivato fino a noi.

E quale mondo sostiene ogni nostra scelta.

Non significa mangiare perfettamente.

Non significa trasformare il cibo in un'altra forma di giudizio.

Significa recuperare consapevolezza.

Perché ciò che mettiamo nel nostro corpo non è indifferente.

E nemmeno il modo in cui produciamo ciò che mangiamo.

Forse dobbiamo smettere di chiederci soltanto:

“Quanto costa?”

E cominciare a chiederci:

“Che cosa contiene?”

“Da dove viene?”

“Chi lo ha prodotto?”

“Quale conseguenza ha?”

Perché ogni volta che mangiamo scegliamo, in qualche misura, quale sistema alimentare sostenere.

E forse andare oltre significa proprio questo:

non lasciare che siano soltanto il mercato, la pubblicità e l'abitudine a decidere che cosa entra nella nostra vita e nel nostro corpo.

Non soltanto consumare cibo.

Imparare a nutrirci.

Non soltanto scegliere cosa mangiare.

Comprendere ciò che scegliamo.

L'INDIFFERENZA NON È NEUTRALE.Quando vediamo il male e scegliamo consapevolmente di non occuparcene, lasciamo che contin...
03/09/2026

L'INDIFFERENZA NON È NEUTRALE.
Quando vediamo il male e scegliamo consapevolmente di non occuparcene, lasciamo che continui a trovare spazio.
Non sempre possiamo fermarlo.
Ma possiamo decidere di non aiutarlo a diventare normale.
NON VOLTARSI DALL'ALTRA PARTE.
ESSERE PARTE.

Hau Kola, Mn

L'INDIFFERENZA

Ci hanno insegnato che ciò che accade agli altri non è necessariamente affar nostro.

Che ognuno deve pensare alla propria vita.

Che non possiamo occuparci di tutto.

Che non possiamo salvare tutti.

E forse è vero.

Non possiamo risolvere ogni problema.

Ma raramente ci chiediamo:

CHE COSA ACCADE QUANDO SMETTIAMO DI SENTIRCI RESPONSABILI DI CIÒ CHE ACCADE INTORNO A NOI?

L'indifferenza non significa necessariamente non vedere.

A volte vediamo benissimo.

Vediamo la povertà.
La solitudine.
La violenza.
La discriminazione.
L'ingiustizia.
La sofferenza.

Ma continuiamo a vivere come se non ci riguardassero.

Possiamo guardare un'ingiustizia e pensare:

“NON È AFFAR MIO.”

Possiamo vedere qualcuno in difficoltà e pensare:

“CI PENSERÀ QUALCUN ALTRO.”

Possiamo assistere a una discriminazione e rimanere in silenzio.

E ogni volta che scegliamo di non intervenire, ciò che accade può diventare un po' più normale.

L'indifferenza non ha bisogno di odiare.

Non ha bisogno di aggredire.

LE BASTA NON FARE NULLA.

Ed è proprio questo che la rende così pericolosa.

Perché l'ingiustizia può continuare anche senza il consenso di tutti.

È sufficiente che abbastanza persone decidano di non occuparsene.

L'indifferenza diventa così una forma silenziosa di complicità.

Non perché chi resta indifferente desideri il male.

Ma perché il male che non ci tocca direttamente può sembrarci più facile da ignorare.

E quando smettiamo di sentirci coinvolti, smettiamo anche di sentirci responsabili.

Così ciò che accade agli altri può diventare qualcosa che guardiamo da lontano.

Qualcosa che ci dispiace.

Qualcosa che condanniamo.

Ma che non ci chiede di fare nulla.

L'INDIFFERENZA È SEMPRE UNA FORMA DI COMPLICITÀ. E QUANDO È COLLETTIVA, CONTRIBUISCE A LEGITTIMARE E PERPETUARE L'INGIUSTIZIA.

Possiamo persino sviluppare una sorta di assuefazione alla sofferenza.

Tante guerre.
Tante persone senza casa.
Tante persone che muoiono.
Tante ingiustizie.
Tante discriminazioni.
Tante immagini.

E dopo un po' tutto diventa rumore.

QUANDO TUTTO CI RIGUARDA, RISCHIAMO DI NON SENTIRCI PIÙ COINVOLTI DA NULLA.

L'indifferenza può nascere anche dalla convinzione di essere impotenti.

“TANTO NON CAMBIA NIENTE.”

“CHE COSA POSSO FARE IO?”

E così smettiamo di agire prima ancora di aver provato.

Ma una comunità non si costruisce soltanto attraverso le grandi azioni.

Si costruisce attraverso il modo in cui scegliamo di stare ogni giorno davanti agli altri.

Notare.

Ascoltare.

Intervenire.

Difendere.

Accompagnare.

Prendersi cura.

Dire una parola quando sarebbe più facile tacere.

Fare un gesto quando sarebbe più comodo passare oltre.

ANDARE OLTRE SIGNIFICA ALLORA ANCHE QUESTO:

rifiutare l'idea che ciò che accade agli altri non ci riguardi.

Non significa pensare di poter risolvere tutto.

Significa non usare ciò che non possiamo fare come giustificazione per non fare ciò che possiamo.

Possiamo scegliere di non diventare indifferenti.

Possiamo chiederci:

“COSA POSSO FARE IO, QUI E ORA?”

Perché il cambiamento non comincia sempre da grandi gesti.

A volte comincia semplicemente quando una persona decide di NON PASSARE OLTRE DAVANTI A UN'ALTRA PERSONA CHE HA BISOGNO.

E forse la misura della nostra umanità non è soltanto ciò che facciamo per noi stessi.

È anche ciò che siamo disposti a fare quando il dolore non è il nostro.

Perché non essere responsabili di tutto non significa essere innocenti davanti a tutto.

L'INDIFFERENZA NON È NEUTRALE.

Quando vediamo il male e scegliamo consapevolmente di non occuparcene, lasciamo che continui a trovare spazio.

Non sempre possiamo fermarlo.

Ma possiamo decidere di non aiutarlo a diventare normale.

NON VOLTARSI DALL'ALTRA PARTE.

ESSERE PARTE.

02/09/2026

"IMPOSSIBILI" racconta di incontri immaginari tra persone, personaggi e pensieri che non potrebbero mai trovarsi allo stesso tavolo.
Per conoscere i pensatori attraverso le loro idee, le loro contraddizioni e il loro modo di guardare il mondo.
Incontri impossibili, dialoghi possibili, per accendere domande, confrontarsi e provare ad andare oltre.

02/09/2026

LA PAURA

Ci hanno insegnato che avere paura è un segno di debolezza.

Che bisogna essere forti.
Non fermarsi.
Non tirarsi indietro.
Non mostrare le proprie paure.

Ma raramente ci chiediamo:

che cosa ci sta dicendo la nostra paura?

La paura è parte della vita.

Ci protegge dal pericolo.
Ci rende prudenti.
Ci segnala ciò che non conosciamo.

Non possiamo eliminarla.

E forse non dovremmo nemmeno volerlo.

Il problema nasce quando la paura smette di proteggerci dal pericolo reale e comincia a decidere al posto nostro.

Abbiamo paura di ciò che non conosciamo.

Dell'altro.
Del diverso.
Del cambiamento.
Del giudizio.
Di perdere ciò che abbiamo.
Di essere rifiutati.
Di sbagliare.

E allora possiamo cominciare a scegliere non ciò che desideriamo, ma ciò che ci fa sentire al sicuro.

Non andiamo dove vorremmo andare.

Non diciamo ciò che pensiamo.

Non incontriamo chi è diverso da noi.

Non mettiamo in discussione ciò che conosciamo.

Non cambiamo ciò che non ci rende felici.

Perché la paura ci convince che ciò che conosciamo, anche quando ci fa stare male, sia più sicuro di ciò che ancora non conosciamo.

Ed è così che può diventare un ostacolo all'evoluzione.

La paura può essere anche alimentata.

Da chi ha interesse a mantenerci immobili.

Ci possono dire che il cambiamento è pericoloso.

Che l'altro è una minaccia.

Che perdere qualcosa è peggio che non avere mai avuto la possibilità di cambiare.

Che il mondo fuori dal nostro recinto è pieno di pericoli.

E quando abbiamo paura, possiamo diventare più facilmente controllabili.

Cerchiamo protezione.

Cerchiamo qualcuno che ci dica cosa fare.

Cerchiamo risposte semplici.

Cerchiamo un nemico a cui attribuire ciò che ci spaventa.

Così la paura può trasformarsi in diffidenza.

La diffidenza in separazione.

La separazione in solitudine.

E la solitudine può renderci ancora più vulnerabili alla paura.

Si crea un circolo.

Abbiamo paura dell'altro e ci allontaniamo.
Ci allontaniamo dall'altro e ne abbiamo ancora più paura.

Andare Oltre non significa vivere senza paura.

Significa non permettere alla paura di diventare la nostra unica guida.

Significa imparare ad ascoltarla senza obbedirle sempre.

Chiederci da dove nasce.

Se riguarda un pericolo reale o qualcosa che semplicemente non conosciamo.

Chi l'ha alimentata.

A chi serve.

E cosa potremmo scoprire se avessimo il coraggio di attraversarla.

A volte il coraggio non è non avere paura.

È avere paura e scegliere comunque di fare un passo.

Un passo verso l'altro.

Verso il cambiamento.

Verso ciò che non conosciamo.

Verso noi stessi.

Perché molte delle cose più importanti della nostra vita cominciano proprio oltre ciò che ci fa paura.

La paura può proteggerci dal pericolo.
Non deve proteggerci dalla vita.

E forse andare oltre significa proprio questo:

non aspettare che la paura scompaia per cominciare a vivere.

Ascoltare la paura.
Comprenderla.
E poi scegliere.

01/09/2026

LA SOLITUDINE

Ci hanno insegnato che nella vita dobbiamo essere indipendenti.

Che dobbiamo farcela da soli.
Che chiedere aiuto è una debolezza.
Che avere bisogno degli altri significa non essere abbastanza forti.

E così possiamo imparare presto a nascondere ciò di cui abbiamo bisogno.

Ma raramente ci chiediamo:

quanto di ciò che chiamiamo indipendenza è in realtà solitudine?

Essere soli non è necessariamente qualcosa di negativo.

Abbiamo bisogno di momenti per stare con noi stessi.
Per pensare.
Per ascoltarci.
Per ritrovare il nostro spazio.

La solitudine può essere scelta.

Può essere silenzio.

Può essere libertà.

Il problema nasce quando la solitudine non è più una scelta, ma diventa una condizione dalla quale non riusciamo più a uscire.

Possiamo essere circondati da persone e sentirci soli.

Possiamo avere centinaia di contatti e non avere nessuno con cui condividere davvero ciò che siamo.

Possiamo parlare continuamente e non sentirci ascoltati.

Possiamo essere visibili e non sentirci riconosciuti.

La solitudine più profonda non è l'assenza degli altri.

È l'assenza di relazione.

E una società che esalta continuamente l'autosufficienza può rendere questa solitudine ancora più invisibile.

Se stai male, devi essere forte.

Se hai bisogno, devi cavartela.

Se non riesci, è un tuo problema.

Così ciò che dovrebbe essere condiviso diventa una responsabilità individuale.

La fragilità viene nascosta.

Il bisogno viene vissuto con vergogna.

La richiesta di aiuto diventa una sconfitta.

E mentre ognuno cerca di dimostrare di non avere bisogno di nessuno, possiamo ritrovarci tutti più soli.

Anche la solitudine può diventare allora un ostacolo alla costruzione della comunità.

Perché una persona sola è più fragile.

Può avere più paura.

Può essere più facilmente condizionata.

Può perdere fiducia negli altri.

E quando perdiamo fiducia negli altri, possiamo chiuderci ancora di più.

Si crea un circolo:

ci sentiamo soli ? ci proteggiamo dagli altri ? ci relazioniamo sempre meno ? ci sentiamo ancora più soli.

Ma nessuno di noi è autosufficiente.

La nostra identità nasce dalle relazioni.

Abbiamo bisogno degli altri per imparare, crescere, confrontarci, essere riconosciuti.

Abbiamo bisogno di qualcuno che ci ascolti quando non troviamo le parole.

Di qualcuno che ci aiuti quando non ce la facciamo.

Di qualcuno con cui condividere una gioia.

Di qualcuno accanto a cui poter essere fragili senza vergognarci.

Avere bisogno degli altri non ci rende meno liberi.
Ci rende umani.

Andare Oltre significa allora anche questo:

non vergognarsi del bisogno di relazione.

Imparare a chiedere aiuto.

Imparare ad esserci quando è qualcun altro ad averne bisogno.

Costruire luoghi nei quali nessuno debba dimostrare continuamente di essere forte.

Riconoscere che una comunità non è semplicemente un insieme di persone che vivono nello stesso luogo.

È una rete di persone che si accorgono le une delle altre.

Perché combattere la solitudine non significa riempire ogni silenzio di persone.

Significa costruire relazioni nelle quali possiamo sentirci realmente presenti, accolti e riconosciuti.

Forse dobbiamo smettere di chiederci:

“COME POSSO FARCELA DA SOLO?”

e iniziare a chiederci:

“COME POSSIAMO FARE IN MODO CHE NESSUNO DEBBA FARCELA DA SOLO?”

NON AUTOSUFFICIENTI.
INTERDIPENDENTI.

NON SOLI CONTRO IL MONDO.
INSIEME NEL MONDO.

31/08/2026

LA REPRESSIONE

Ci hanno insegnato che la libertà consiste nel poter pensare, parlare e scegliere.

Che in una società libera possiamo esprimere le nostre idee.

Che possiamo dissentire.

Che possiamo protestare.

Che possiamo chiedere un cambiamento.

Ma raramente ci chiediamo:

che cosa accade quando qualcuno decide che non possiamo farlo?

La repressione nasce quando un potere cerca di impedire, limitare o punire chi mette in discussione ciò che esiste.

Può essere evidente.

Una persona arrestata perché protesta.

Una manifestazione dispersa con la forza.

Un giornalista minacciato.

Un oppositore perseguitato.

Una comunità privata della possibilità di organizzarsi.

Ma la repressione non è soltanto violenza fisica.

Può essere anche pressione.

Sorveglianza.

Intimidazione.

Licenziamento.

Esclusione.

Minaccia.

Può rendere così costoso dissentire da spingere le persone a scegliere il silenzio.
E quando il silenzio diventa una strategia per proteggersi, la repressione può ottenere qualcosa di ancora più profondo:

non deve più impedirci di parlare.

Ci insegna a non parlare.

Cominciamo a pensare prima alle conseguenze.

A ciò che potrebbe accadere.

A chi potrebbe offendersi.

A chi potrebbe punirci.

E allora modifichiamo ciò che diciamo.

Evitiamo alcune domande.

Rinunciamo a certe battaglie.

Smettiamo di esporci.

Non perché abbiamo cambiato idea.

Ma perché abbiamo paura del prezzo da pagare.

La repressione può così entrare dentro di noi.

Diventare autocensura.

Diventare prudenza.

Diventare rassegnazione.

Diventare la convinzione che tanto non possiamo cambiare nulla.

E quando arriviamo a questo punto, il potere non ha più bisogno di essere continuamente presente.

È la paura delle sue conseguenze a fare il lavoro al suo posto.

Per questo la repressione può diventare particolarmente pericolosa quando si unisce alla propaganda e alla censura.

La propaganda può costruire il racconto.

La censura può impedire che circolino altri racconti.

La repressione può colpire chi prova a metterli in discussione.

E così lo spazio del possibile si restringe.

Non perché una società abbia smesso di avere persone capaci di pensare diversamente.

Ma perché diventa sempre più difficile dirlo, condividerlo e trasformarlo in azione collettiva.

La repressione può colpire soprattutto chi ha meno potere.

Chi denuncia.

Chi protesta.

Chi difende altri.

Chi mette in discussione un'ingiustizia.

Chi non accetta di stare al proprio posto.

Ed è proprio per questo che una società libera deve proteggere il diritto al dissenso.

Non soltanto quello delle opinioni che non disturbano nessuno.

Ma soprattutto quello delle voci che mettono in discussione ciò che sembra intoccabile.

Perché il dissenso non è necessariamente un problema da eliminare.
Può essere una risorsa.

Può mostrarci ciò che non vogliamo vedere.

Può rivelare un'ingiustizia.

Può aprire una possibilità.

Può permettere a una società di correggersi.

Una società che non tollera il dissenso rischia di non riuscire più a riconoscere i propri errori.

Andare Oltre significa allora anche questo:

non confondere l'ordine con la giustizia.

Non confondere il silenzio con il consenso.

Non considerare pericoloso chi pone domande.

Difendere il diritto di dissentire.

Proteggere chi denuncia un'ingiustizia.

Creare spazi nei quali sia possibile parlare senza paura.

Perché la libertà non consiste soltanto nel poter dire ciò che pensiamo quando nessuno ci contraddice.

Consiste nel poterlo dire anche quando ciò che pensiamo mette in discussione un potere.

E una società veramente libera non è quella nella quale non esiste conflitto.

È quella nella quale il conflitto può essere attraversato senza che il più forte debba necessariamente mettere a tacere il più debole.

Perché il cambiamento non nasce sempre dal consenso.

A volte nasce da una voce che dice:

“No. Questo non è giusto.”

E quella voce deve poter esistere.

Deve poter essere ascoltata.

Deve poter incontrare altre voci.

Deve poter diventare pensiero, relazione, comunità, azione.

Perché ogni volta che il potere riesce a convincerci che è meglio tacere, qualcosa della nostra libertà si restringe.

E ogni volta che qualcuno trova il coraggio di parlare senza togliere agli altri il diritto di parlare, quella libertà si allarga.

Non avere paura del dissenso.
Avere paura di una società nella quale nessuno osa più dissentire.

Non reprimere chi vuole cambiare il mondo.
Ascoltare ciò che ci sta chiedendo di cambiare.

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Genova

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