12/06/2026
Tutti noi che abbiamo qualche anno in più ricorderemo certamente di aver letto Piccole donne e i successivi titoli, Piccole donne crescono, Piccoli uomini, I ragazzi di Jo, o di aver visto uno dei numerosi adattamenti cinematografici di questo famosissimo romanzo. Forse meno noti però sono il significato e l’impatto che romanzi di questo tipo possono aver avuto al momento della loro pubblicazione, in un’epoca in cui nascere donna implicava una vasta serie di limitazioni all’istruzione e ad una vita indipendente. Allora, vale la pena di rivisitare la vita in un certo senso avventurosa e particolare dell’autrice, Louisa May Alcott, ed è quello che fa Beatrice Masini nel suo libro “Storia di May, piccola donna”. L’autrice è stata proposta un paio di settimane da Barbara nella sua rubrica mensile ed è presente nella biblioteca ADOV con tre titoli.
“Storia di May, piccola donna” racconta in un certo senso la genesi del ciclo dei romanzi della Alcott, che si ispirò ad un episodio della propria fanciullezza, trascorsa in un ambiente del tutto anomalo rispetto ai costumi dell’epoca, per raccontare come quattro ragazze povere di mezzi ma dotate di talento e intraprendenza trovano un modo di esprimere se stesse, ognuna a modo suo e secondo le proprie inclinazioni. Si dice che Louisa May si rispecchiasse in Jo, ribelle dalle ambizioni letterarie, e in un certo senso come quella di Jo, la sua fu una vita in salita, a causa della povertà della sua famiglia. Era un ambiente stimolante, tuttavia, e nonostante la Alcott, istruita privatamente da talenti quali Ralph Waldo Emerson, Nathaniel Hawthorne, Margaret Fuller, ed anche dal naturalista Henry David Thoreau, riuscisse a diventare scrittrice solo relativamente tardi, visse come femminista ante litteram, fu attiva nella campagna per il diritto di voto alle donne e fece parte di un’organizzazione che aiutava gli schiavi fuggiaschi a mettersi in salvo.
“Storia di May, piccola donna” è la versione trasfigurata della fanciullezza della scrittrice. Come la Alcott, infatti, la cui famiglia si era in effetti trasferita in un cottage con un po’ di terreno nei pressi di Concord, Massachusetts, vivendo per un paio d’anni in una comunità agricola, May e la sua famiglia si trasferiscono dalla città, Concord, ad un luogo in mezzo alla natura, il Paradiso, in una comunità ideale dove non si sfruttano gli animali e si vive semplicemente di ciò che la natura offre. Ma è una vita che May non ha scelto, e allora decide di trasferire sulla carta le sue perplessità, le sue ansie, i suoi sogni, scrivendo lunghe lettere all’amica Martha, che è rimasta in città. Questa vita infatti non le piace, anche se presto May scopre che proprio quella nuova realtà può darle molto: può immergersi nelle acque cristalline del lago, ed impara ad arrampicarsi sugli alberi grazie all’amicizia con i bimbi nativi appartenenti alla tribù che vive nelle vicinanze.
Mentre vengono affrontate le due tematiche importanti del valore dell’amicizia e del superamento delle differenze culturali, Martha rimane il legame con il passato e chissà, forse anche con il futuro, in quella sete di conoscenza e di scoperta che May non può perdere.
“Ci pensi mai, Martha, a tutte le nostre vite possibili? Al poco che sarebbe bastato o che basterebbe per cambiarle? Io ci penso sempre. E mi piace inseguire con la testa quelle altre me che vanno in giro per il mondo, viaggiano in treno e in carrozza e in nave, si arrampicano sulla groppa degli elefanti, passeggiano tra le rovine di città come Atene e Roma. E’ tutto un po’ distante, però non è impossibile, credo.”
Ognuno dei capitoli, chiusi fra un prologo e un epilogo, inizia con una lettera di May all’amica Martha e prosegue nella voce di un narratore, che non solo legge nell’animo di May, ma porta sulle esperienze della protagonista uno sguardo adulto, a volte cinico, a volte affettuoso. Il confronto fra le due voci narranti finisce con l’essere una riflessione come la realtà venga trasfigurata dallo sguardo innocente di May e su come la scrittura possa essere fonte di consolazione e conforto.
Chi legge segue May vicino al lago, nella capanna del Bel Signore che suona il flauto per lei, o sugli alberi insieme all’amica indiana, e nelle ore di lavoro, di gioco, di studio e di gesti legati al sopravvivere.
Ci sono le vicende delle sorelle, le difficoltà e gli entusiasmi degli adulti e un baule che cela segreti.
Accadimenti, eventi, sentimenti, moti dell’animo, vengono scandagliati senza dare giudizi e soluzioni, visti attraverso lo sguardo limpido di May, mostrando la complessità di relazioni, scelte e bisogni. Il rapporto con la natura, i legami familiari, l’amore, vengono scandagliati nelle loro molteplici, svariate e difficili facce: niente è semplice o banale, e non ci sono soluzioni definitive.
E alla fine della sua avventura, quando starà per ritornare alla vita cittadina, May ci regalerà un’ultima sorpresa.
Chiudo con la frase che l’autrice inserisce all’inizio del libro, piccola gemma che May fa sua lungo tutta la narrazione.
“Più che i baci, sono le lettere ad unire le anime”
John Donne