01/06/2026
Il giorno in cui le donne fecero la Repubblica!
Le donne votarono per la prima volta alle amministrative del marzo 1946. Il 2 giugno parteciparono a un’elezione nazionale e gli italiani scelsero la forma dello Stato. Con la storica Silvia Cavicchioli ripercorriamo una data che ancora ci interroga.
C’è un’Italia che nasce il 2 giugno 1946: non solo quella della Repubblica, ma anche quella della partecipazione democratica di massa. Dopo il fascismo e la guerra, milioni di cittadine e cittadini furono chiamati a decidere la forma dello Stato e a eleggere l’Assemblea Costituente. Per le donne fu il primo voto politico nazionale. Ne abbiamo parlato con Silvia Cavicchioli, docente di storia contemporanea all’Università di Torino, ripercorrendo il significato storico, simbolico e civile di quella giornata che continua ancora oggi a interrogare la democrazia italiana.
Il 2 giugno 1946 non è stato solo un voto: può essere considerato anche una rappresentazione pubblica della nuova Italia democratica?
Il 2 giugno concludeva un lungo e complesso periodo di transizione iniziato con l’azione dei movimenti e dei partiti antifascisti e della Resistenza e l’avanzata degli Alleati in un Paese devastato dalla guerra. Ma soprattutto l’Italia usciva da un ventennio di dittatura che aveva bloccato ogni forma di partecipazione, di voto libero e di dissenso. Per questo motivo quella data e quel voto si caricarono di un significato materiale e immateriale: cittadini e cittadine venivano chiamati a partecipare alla costruzione di una nuova idea di cittadinanza, destinata a trovare nella Costituzione una delle sue massime espressioni.
Fu un percorso graduale e a tappe, avviato dai lavori della Consulta nazionale istituita nel 1945 dove già sedeva, seppur in numero ridottissimo, una presenza femminile (13 donne su un totale di 430 membri). Si arrivò così al voto del 1946 - per il referendum istituzionale e per l’elezione dell’Assemblea Costituente - che concretizzava l’idea che a decidere la natura delle istituzioni e i rappresentanti chiamati a scrivere la futura Costituzione fossero, dal basso e direttamente, cittadine e cittadini: fu questo il passaggio che proiettò l’Italia nella contemporaneità democratica. Nella storia italiana le esperienzecostituenti erano state rare, bisognava risalire alla Repubblica romana di Mazzini del 1849: non a caso Piero Calamandrei ne richiamò il modello “alto e solenne” durante i lavori dell’Assemblea Costituente, insediatasi il 25 giugno 1946, che avviò un lavoro lungo, equilibrato e partecipato, per giungere a un documento fondativo e condiviso che fosse autentica espressione della nazione libera.
Che cosa significava vedere per la prima volta milioni di donne ai seggi?
È una storia meravigliosa - e lo dico prima di tutto da storica - una storia che appartiene a tutti. In precedenza, le donne avevano già ottenuto conquiste importanti. Il ruolo assunto durante il primo conflitto mondiale era stato decisivo: mentre gli uomini erano al fronte, le donne avevano occupato attivamente lo spazio pubblico, non più relegate esclusivamente alla dimensione domestica. Poi, nel 1919, la Legge Sacchi aveva abolito l’autorizzazione maritale e aperto alle donne l’accesso alle professioni e agli impieghi pubblici (con qualche eccezione). Su questo cammino verso la parità, nel quale ebbe un peso l’azione di movimenti suffragisti organizzati, calò come una scure il fascismo, interrompendo un percorso che forse avrebbe portato le donne al voto ben prima.
Lo affermò nell’ottobre del 1945, anche Angela Guidi Cingolani, democristiana, la prima donna a prendere la parola alla Consulta nazionale con un vibrante discorso sull’importanza delle donne nella società: “È mia convinzione che se non ci fossero stati questi venti anni di mezzo, la partecipazione della donna alla vita politica avrebbe già una storia”; aggiungendo: “Il fascismo ha tentato di abbruttirci con la cosiddetta politica demografica considerandoci unicamente come fattrici di servi e di sgherri, sicché un nauseante sentore di stalla avrebbe dovuto dominare la vita familiare italiana”.
Il diritto di voto delle donne era già stato riconosciuto come irrinunciabile da De Gasperi e Togliatti sin dal gennaio 1945, e un Consiglio dei ministri presieduto da Ivanoe Bonomi lo aveva affermato per decreto. L’ulteriore passo in avanti fu il riconoscimento che le donne potessero anche essere elette, ovvero rappresentare un’intera comunità di donne e uomini. Ed è forse questo l’aspetto più significativo di 80 anni fa. In realtà, le donne italiane non votarono per la prima volta il 2 giugno.
E, allora, quando votarono per la prima volta?
Il 10 marzo 1946, con la prima tornata delle elezioni amministrative (la seconda si ebbe in autunno), le donne italiane votarono per la prima volta. Le italiane con più di 21 anni parteciparono numerosissime: circa l’82% delle aventi diritto, in molti casi una percentuale superiore a quella maschile. Il 2 giugno l’affluenza femminile salì all’89%. È evidente che le amministrative fecero “da volano” e da preparazione al voto del 2 giugno; e alla fine 13 donne (sei al primo turno di marzo), dal Nord al Sud della Pen*sola, divennero le prime sindache italiane: un numero esiguo, rispetto agli oltre 7 mila sindaci uomini, ma chiaramente significativo. Nonostante venissero derise su alcuni giornali dell’epoca come “sindache in gonnella”, i loro programmi furono molto pragmatici: parlavano di lavatoi, asili, approvvigionamento di acqua, luce elettrica.
Si arrivò così al 2 giugno con un elettorato femminile fortemente coinvolto, grazie anche all’azione di reclutamento e di vera pedagogia politica portata avanti capillarmente sul territorio dalle due più importanti associazioni femminili dell’epoca, UDI (Unione donne italiane, laica) e CIF (Centro italiano femminile, di ispirazione cattolica): spiegavano cosa, come e perché si votava, l’importanza di quel diritto, verificavano i dati anagrafici e affiggevano manifesti.
In che modo l’ingresso delle donne nel corpo elettorale cambia l’idea stessa di cittadinanza?
Fu un grande passo. Già nel corso dell’Ottocento c’erano stati tentativi portati avanti da uomini e donne, soprattutto le avanguardie mazziniane, per ottenere riconoscimenti di diritti, parità giuridica e forme di suffragio esteso, anche attraverso giornali come La Donna di Gualberta Beccari, considerata la prima rivista emancipazionista italiana. Ci furono anche politici come Salvatore Morelli, deputato meridionale e promotore di disegni di legge per la parità giuridica e l’uguaglianza dei diritti politici.
Furono 21 le donne elette all’Assemblea Costituente del 1946: una rappresentanza non più locale, come nelle amministrative, ma nazionale. E con un obiettivo fondamentale: scrivere la Carta costituzionale. L’entusiasmo di quella giornata, il 2 giugno, si manifestò nell’esplosione di pluralismo e rappresentanza democratica che il fascismo aveva soffocato e, come già detto, nella partecipazione massiccia delle donne. Si votava con tre preferenze, e spesso viene ricordato che nel collegio Firenze-Pistoia la socialista Bianca Bianchi prese quasi il doppio dei voti del futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini. Sarebbe bello poter sapere quanti uomini votarono per lei o per le altre candidate donne.
Simboli, fotografie e rituali pubblici hanno contribuito a “fare” la Repubblica, quali sono i più significativi?
Dopo vent’anni di dittatura e le macerie e divisioni lasciate dalla guerra, non era semplice individuare simboli rappresentativi e condivisi. La Repubblica italiana nasceva con un’immagine debole, diversamente da quella francese, che aveva attinto nel corso della sua storia a una larga imagerie rivoluzionaria. Il principale riferimento simbolico dell’idea repubblicana era chiaramente quello mazziniano del Risorgimento, espressione però della parte uscita sconfitta dal processo di unificazione, rispetto a quella monarchica, dinastica e moderata.
Da questa fragilità simbolica prevalse allora l’emblema più semplice e immediato: il tricolore. Nell’ottobre del 1946, poi, De Gasperi incaricò una commissione di decidere il simbolo della Repubblica che, dopo quasi due anni di lavori e centinaia di bozzetti, trascorsi nel quasi generale disinteresse dell’opinione pubblica, produsse l’emblema ufficiale della Repubblica italiana, formato dalla stella, dalla ruota dentata e dai rami d’ulivo e di quercia.
Anche per l’inno la situazione fu complessa: derubricata la Marcia Reale dagli esiti referendari, inadeguate le arie verdiane cantate dai soldati italiani condotti in Germania su cui si era concentrata l’attenzione nell’immediato dopoguerra, sempre nell’ottobre del 1946 De Gasperi, su proposta del ministro della Difesa, adottò provvisoriamente Il Canto degli italiani di Goffredo Mameli, musicato da Michele Novaro, come inno della Repubblica. Mai scomparso nel corso dell’Ottocento, spesso cantato insieme all’Inno di Garibaldi, il Canto era riapparso carsicamente nel Novecento, cantato dai soldati durante la Prima guerra mondiale. Il 22 agosto 1943 Giuseppe Di Vittorio lo aveva intonato nel porticciolo di Ventotene: Fratelli d’Italia era allora tornato a risuonare liberamente, dopo gli anni di Giovinezza. Si è dovuta però attendere la legge del 4 dicembre 2017 che lo ha finalmente e formalmente riconosciuto come inno nazionale italiano.
Tra le fotografie, invece, spicca la celebre immagine di Anna Iberti (futura moglie di Franco Nasi, giornalista de Il Giorno): il volto sorridente di una ventenne, con tutta la vita davanti, che buca la pagina del Corriere della Sera con la notizia della nascita della Repubblica. Non fu uno scatto rubato, ma l’esito di 41 tentativi della Leica di Federico Patellani. Pubblicata su Il Tempo del 15 giugno 1946 quella fotografia divenne uno dei simboli iconici della Repubblica.
Quanto il 2 giugno è ancora oggi una data “viva” nella memoria pubblica italiana?
Alcuni anni fa fu pubblicata una statistica realizzata dalla Treccani sugli odonimi, cioè i nomi ufficiali di strade e piazze. La Repubblica era soltanto al quarantaduesimo posto, con circa 1.500 occorrenze tra città e paesi italiani: distante da Vittorio Emanuele II, che ne contava circa 2.500, ma soprattutto da Garibaldi, al secondo posto con oltre 5.000, o da Mazzini, quarto con quasi 3.800: insomma, una preferenza per gli illustri repubblicani, più che per la Repubblica, anche se chiaramente è un dato che andrebbe analizzato e scomposto lungo l’arco cronologico in cui si è sedimentato.
La Festa della Repubblica fu istituita nel 1949, poi spostata alla prima domenica di giugno e ripristinata come festività civile nel 2001 dal presidente Carlo Azeglio Ciampi, uno dei presidenti che più hanno insistito sui temi dell’identità repubblicana, dei simboli nazionali e della coscienza civile degli italiani. A un quarto di secolo da quel ripristino, è chiaro che il 2 giugno andrebbe narrato di più, oltre la retorica delle parate e delle commemorazioni solenni. Bisognerebbe raccontare di più, e non solo ai giovani sempre evocati, la storia della Repubblica, la storia degli uomini e delle donne che l’hanno costruita, ricordando che non fu soltanto una scelta istituzionale, ma anche un antidoto al fascismo e all’autoritarismo.
Nell’architettura della Costituzione le madri e i padri costituenti dosarono, con equilibrio e inclusione, concetti fondativi e libertari, affinché tutti potessero riconoscersi nei valori della Carta. Tuttavia, quegli anticorpi democratici non agiscono automaticamente e non costituiscono un vaccino permanente: richiedono un impegno costante, che passa attraverso la pratica quotidiana della democrazia e dei diritti e doveri riconosciuti dal dettato costituzionale. Un esercizio di responsabilità nel quale dobbiamo sentirci coinvolte e coinvolti tutte e tutti.