Consulta Delle Donne - Montella

Consulta Delle Donne - Montella Consulta delle Donne del Comune di Montella (AV)

01/06/2026

Il giorno in cui le donne fecero la Repubblica!

Le donne votarono per la prima volta alle amministrative del marzo 1946. Il 2 giugno parteciparono a un’elezione nazionale e gli italiani scelsero la forma dello Stato. Con la storica Silvia Cavicchioli ripercorriamo una data che ancora ci interroga.

C’è un’Italia che nasce il 2 giugno 1946: non solo quella della Repubblica, ma anche quella della partecipazione democratica di massa. Dopo il fascismo e la guerra, milioni di cittadine e cittadini furono chiamati a decidere la forma dello Stato e a eleggere l’Assemblea Costituente. Per le donne fu il primo voto politico nazionale. Ne abbiamo parlato con Silvia Cavicchioli, docente di storia contemporanea all’Università di Torino, ripercorrendo il significato storico, simbolico e civile di quella giornata che continua ancora oggi a interrogare la democrazia italiana.

Il 2 giugno 1946 non è stato solo un voto: può essere considerato anche una rappresentazione pubblica della nuova Italia democratica?
Il 2 giugno concludeva un lungo e complesso periodo di transizione iniziato con l’azione dei movimenti e dei partiti antifascisti e della Resistenza e l’avanzata degli Alleati in un Paese devastato dalla guerra. Ma soprattutto l’Italia usciva da un ventennio di dittatura che aveva bloccato ogni forma di partecipazione, di voto libero e di dissenso. Per questo motivo quella data e quel voto si caricarono di un significato materiale e immateriale: cittadini e cittadine venivano chiamati a partecipare alla costruzione di una nuova idea di cittadinanza, destinata a trovare nella Costituzione una delle sue massime espressioni.

Fu un percorso graduale e a tappe, avviato dai lavori della Consulta nazionale istituita nel 1945 dove già sedeva, seppur in numero ridottissimo, una presenza femminile (13 donne su un totale di 430 membri). Si arrivò così al voto del 1946 - per il referendum istituzionale e per l’elezione dell’Assemblea Costituente - che concretizzava l’idea che a decidere la natura delle istituzioni e i rappresentanti chiamati a scrivere la futura Costituzione fossero, dal basso e direttamente, cittadine e cittadini: fu questo il passaggio che proiettò l’Italia nella contemporaneità democratica. Nella storia italiana le esperienzecostituenti erano state rare, bisognava risalire alla Repubblica romana di Mazzini del 1849: non a caso Piero Calamandrei ne richiamò il modello “alto e solenne” durante i lavori dell’Assemblea Costituente, insediatasi il 25 giugno 1946, che avviò un lavoro lungo, equilibrato e partecipato, per giungere a un documento fondativo e condiviso che fosse autentica espressione della nazione libera.

Che cosa significava vedere per la prima volta milioni di donne ai seggi?
È una storia meravigliosa - e lo dico prima di tutto da storica - una storia che appartiene a tutti. In precedenza, le donne avevano già ottenuto conquiste importanti. Il ruolo assunto durante il primo conflitto mondiale era stato decisivo: mentre gli uomini erano al fronte, le donne avevano occupato attivamente lo spazio pubblico, non più relegate esclusivamente alla dimensione domestica. Poi, nel 1919, la Legge Sacchi aveva abolito l’autorizzazione maritale e aperto alle donne l’accesso alle professioni e agli impieghi pubblici (con qualche eccezione). Su questo cammino verso la parità, nel quale ebbe un peso l’azione di movimenti suffragisti organizzati, calò come una scure il fascismo, interrompendo un percorso che forse avrebbe portato le donne al voto ben prima.
Lo affermò nell’ottobre del 1945, anche Angela Guidi Cingolani, democristiana, la prima donna a prendere la parola alla Consulta nazionale con un vibrante discorso sull’importanza delle donne nella società: “È mia convinzione che se non ci fossero stati questi venti anni di mezzo, la partecipazione della donna alla vita politica avrebbe già una storia”; aggiungendo: “Il fascismo ha tentato di abbruttirci con la cosiddetta politica demografica considerandoci unicamente come fattrici di servi e di sgherri, sicché un nauseante sentore di stalla avrebbe dovuto dominare la vita familiare italiana”.

Il diritto di voto delle donne era già stato riconosciuto come irrinunciabile da De Gasperi e Togliatti sin dal gennaio 1945, e un Consiglio dei ministri presieduto da Ivanoe Bonomi lo aveva affermato per decreto. L’ulteriore passo in avanti fu il riconoscimento che le donne potessero anche essere elette, ovvero rappresentare un’intera comunità di donne e uomini. Ed è forse questo l’aspetto più significativo di 80 anni fa. In realtà, le donne italiane non votarono per la prima volta il 2 giugno.
E, allora, quando votarono per la prima volta?
Il 10 marzo 1946, con la prima tornata delle elezioni amministrative (la seconda si ebbe in autunno), le donne italiane votarono per la prima volta. Le italiane con più di 21 anni parteciparono numerosissime: circa l’82% delle aventi diritto, in molti casi una percentuale superiore a quella maschile. Il 2 giugno l’affluenza femminile salì all’89%. È evidente che le amministrative fecero “da volano” e da preparazione al voto del 2 giugno; e alla fine 13 donne (sei al primo turno di marzo), dal Nord al Sud della Pen*sola, divennero le prime sindache italiane: un numero esiguo, rispetto agli oltre 7 mila sindaci uomini, ma chiaramente significativo. Nonostante venissero derise su alcuni giornali dell’epoca come “sindache in gonnella”, i loro programmi furono molto pragmatici: parlavano di lavatoi, asili, approvvigionamento di acqua, luce elettrica.

Si arrivò così al 2 giugno con un elettorato femminile fortemente coinvolto, grazie anche all’azione di reclutamento e di vera pedagogia politica portata avanti capillarmente sul territorio dalle due più importanti associazioni femminili dell’epoca, UDI (Unione donne italiane, laica) e CIF (Centro italiano femminile, di ispirazione cattolica): spiegavano cosa, come e perché si votava, l’importanza di quel diritto, verificavano i dati anagrafici e affiggevano manifesti.

In che modo l’ingresso delle donne nel corpo elettorale cambia l’idea stessa di cittadinanza?
Fu un grande passo. Già nel corso dell’Ottocento c’erano stati tentativi portati avanti da uomini e donne, soprattutto le avanguardie mazziniane, per ottenere riconoscimenti di diritti, parità giuridica e forme di suffragio esteso, anche attraverso giornali come La Donna di Gualberta Beccari, considerata la prima rivista emancipazionista italiana. Ci furono anche politici come Salvatore Morelli, deputato meridionale e promotore di disegni di legge per la parità giuridica e l’uguaglianza dei diritti politici.
Furono 21 le donne elette all’Assemblea Costituente del 1946: una rappresentanza non più locale, come nelle amministrative, ma nazionale. E con un obiettivo fondamentale: scrivere la Carta costituzionale. L’entusiasmo di quella giornata, il 2 giugno, si manifestò nell’esplosione di pluralismo e rappresentanza democratica che il fascismo aveva soffocato e, come già detto, nella partecipazione massiccia delle donne. Si votava con tre preferenze, e spesso viene ricordato che nel collegio Firenze-Pistoia la socialista Bianca Bianchi prese quasi il doppio dei voti del futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini. Sarebbe bello poter sapere quanti uomini votarono per lei o per le altre candidate donne.

Simboli, fotografie e rituali pubblici hanno contribuito a “fare” la Repubblica, quali sono i più significativi?

Dopo vent’anni di dittatura e le macerie e divisioni lasciate dalla guerra, non era semplice individuare simboli rappresentativi e condivisi. La Repubblica italiana nasceva con un’immagine debole, diversamente da quella francese, che aveva attinto nel corso della sua storia a una larga imagerie rivoluzionaria. Il principale riferimento simbolico dell’idea repubblicana era chiaramente quello mazziniano del Risorgimento, espressione però della parte uscita sconfitta dal processo di unificazione, rispetto a quella monarchica, dinastica e moderata.

Da questa fragilità simbolica prevalse allora l’emblema più semplice e immediato: il tricolore. Nell’ottobre del 1946, poi, De Gasperi incaricò una commissione di decidere il simbolo della Repubblica che, dopo quasi due anni di lavori e centinaia di bozzetti, trascorsi nel quasi generale disinteresse dell’opinione pubblica, produsse l’emblema ufficiale della Repubblica italiana, formato dalla stella, dalla ruota dentata e dai rami d’ulivo e di quercia.
Anche per l’inno la situazione fu complessa: derubricata la Marcia Reale dagli esiti referendari, inadeguate le arie verdiane cantate dai soldati italiani condotti in Germania su cui si era concentrata l’attenzione nell’immediato dopoguerra, sempre nell’ottobre del 1946 De Gasperi, su proposta del ministro della Difesa, adottò provvisoriamente Il Canto degli italiani di Goffredo Mameli, musicato da Michele Novaro, come inno della Repubblica. Mai scomparso nel corso dell’Ottocento, spesso cantato insieme all’Inno di Garibaldi, il Canto era riapparso carsicamente nel Novecento, cantato dai soldati durante la Prima guerra mondiale. Il 22 agosto 1943 Giuseppe Di Vittorio lo aveva intonato nel porticciolo di Ventotene: Fratelli d’Italia era allora tornato a risuonare liberamente, dopo gli anni di Giovinezza. Si è dovuta però attendere la legge del 4 dicembre 2017 che lo ha finalmente e formalmente riconosciuto come inno nazionale italiano.
Tra le fotografie, invece, spicca la celebre immagine di Anna Iberti (futura moglie di Franco Nasi, giornalista de Il Giorno): il volto sorridente di una ventenne, con tutta la vita davanti, che buca la pagina del Corriere della Sera con la notizia della nascita della Repubblica. Non fu uno scatto rubato, ma l’esito di 41 tentativi della Leica di Federico Patellani. Pubblicata su Il Tempo del 15 giugno 1946 quella fotografia divenne uno dei simboli iconici della Repubblica.

Quanto il 2 giugno è ancora oggi una data “viva” nella memoria pubblica italiana?
Alcuni anni fa fu pubblicata una statistica realizzata dalla Treccani sugli odonimi, cioè i nomi ufficiali di strade e piazze. La Repubblica era soltanto al quarantaduesimo posto, con circa 1.500 occorrenze tra città e paesi italiani: distante da Vittorio Emanuele II, che ne contava circa 2.500, ma soprattutto da Garibaldi, al secondo posto con oltre 5.000, o da Mazzini, quarto con quasi 3.800: insomma, una preferenza per gli illustri repubblicani, più che per la Repubblica, anche se chiaramente è un dato che andrebbe analizzato e scomposto lungo l’arco cronologico in cui si è sedimentato.

La Festa della Repubblica fu istituita nel 1949, poi spostata alla prima domenica di giugno e ripristinata come festività civile nel 2001 dal presidente Carlo Azeglio Ciampi, uno dei presidenti che più hanno insistito sui temi dell’identità repubblicana, dei simboli nazionali e della coscienza civile degli italiani. A un quarto di secolo da quel ripristino, è chiaro che il 2 giugno andrebbe narrato di più, oltre la retorica delle parate e delle commemorazioni solenni. Bisognerebbe raccontare di più, e non solo ai giovani sempre evocati, la storia della Repubblica, la storia degli uomini e delle donne che l’hanno costruita, ricordando che non fu soltanto una scelta istituzionale, ma anche un antidoto al fascismo e all’autoritarismo.

Nell’architettura della Costituzione le madri e i padri costituenti dosarono, con equilibrio e inclusione, concetti fondativi e libertari, affinché tutti potessero riconoscersi nei valori della Carta. Tuttavia, quegli anticorpi democratici non agiscono automaticamente e non costituiscono un vaccino permanente: richiedono un impegno costante, che passa attraverso la pratica quotidiana della democrazia e dei diritti e doveri riconosciuti dal dettato costituzionale. Un esercizio di responsabilità nel quale dobbiamo sentirci coinvolte e coinvolti tutte e tutti.

26/05/2026

Odiare il capo in costante micromanaging; condividere spesso la pausa pranzo per lamentarsi di essere “sottostaffati”; farsi un aperitivo post lavoro o una cena in cui vi raccontate anche fatti personali: sono tutti segnali che con la tua o il tuo collega avete un ottimo rapporto, dettato dal fatto che condividete molti ambienti, ritmi e call in attesa che qualcuno, a un certo punto del mese, vi accrediti dei soldi sul conto per ti**re a campare. La domanda però sorge spontanea: la vostra è un’amicizia consolidata o semplicemente un legame situazionale? Quando cambierai o cambierà lavoro, smetterete in poco tempo di frequentarvi?

Secondo un’indagine citata da Forbes e analizzata su Harvard Business Review, oltre il 60% degli intervistati ritiene di essere ancora “in buoni rapporti” con il collega con cui aveva più legato nel lavoro precedente e che, in molti casi, frequentava già ben oltre l’orario d’ufficio. A questo si aggiunge una recente ricerca della University of Kentucky, secondo cui le amicizie nate intorno ai 40 anni e in contesti lavorativi stabili e positivi hanno maggiori probabilità di durare anche dopo un cambio di lavoro. Inoltre, nello stesso studio, si sottolinea che le persone che mantengono rapporti con ex colleghi tendono a riportare maggiore benessere personale e una minore propensione al turnover.

Questo non toglie però che è soprattutto nelle prime fasi, quando qualcuno tra voi dà le dimissioni, che ci si rende conto di come qualcosa sia inevitabilmente destinato a cambiare: non solo in quanto le possibilità di interazione presto si affievoliscono, ma anche perché il contesto che le sorreggeva viene a mancare di colpo. Ed è qui che si gioca la vera partita: saranno gli sviluppi successivi a determinare se il rapporto è stato profondamente reale ma all’interno di una cornice specifica, o se è destinato a mutare, decisamente in meglio, tra interessi che esulano dalle scadenze e confidenze sempre più personali. Poi, ovvio: può sempre capitare quel gossip croccante su quell’ex collega da inoltrare all’istante, ma non sarà più certo quello a definire il vostro rapporto.

24/05/2026
Facciamo i complimenti al nostro Istituto Comprensivo, di nuovo vincitore del Primo Premio Assoluto (con votazione 100/1...
20/05/2026

Facciamo i complimenti al nostro Istituto Comprensivo, di nuovo vincitore del Primo Premio Assoluto (con votazione 100/100) al 15° Concorso internazionale "Città di Scandicci"

Un orgoglio per l' intera comunità montellese 👏🏻

Ecco i dettagli:
Straordinario risultato per l’Orchestra dell’IC Palatucci di Montella al prestigioso 15° Concorso Internazionale Musicale “Città di Scandicci”, una delle manifestazioni musicali scolastiche più importanti a livello nazionale, che quest’anno ha visto la partecipazione di oltre 6.000 giovani musicisti provenienti da tutta Italia.

L’orchestra dell’istituto montellese ha conquistato il titolo di Primi Assoluti, distinguendosi per qualità artistica, preparazione tecnica ed espressività musicale.

Importante riconoscimento anche per il Maestro Domenico Luciano, al quale è stata assegnata una menzione speciale per gli arrangiamenti e la scelta del repertorio, particolarmente apprezzati dalla commissione esaminatrice.

Ulteriore motivo di orgoglio il premio ottenuto dal giovane pianista Niccolò Imbriano, premiato come miglior solista nella categoria pianoforte.

L’IC Palatucci di Montella è diretto dal Dirigente Scolastico Massimiliano Bosco, che ha espresso grande soddisfazione per il traguardo raggiunto dagli studenti e dai docenti.

Fondamentale il lavoro svolto dai maestri di strumento:

* Domenico Luciano – sax
* Gerardo Ungaro – violino
* Luigi Gagliardo – pianoforte
* Filippo Antonio Graziosi – chitarra

Il prestigioso concorso di Scandicci, organizzato dalla Filarmonica “Vincenzo Bellini” con il patrocinio della Regione Toscana e del Comune di Scandicci, rappresenta un importante momento di crescita e confronto per le giovani eccellenze musicali italiane.

Questo straordinario risultato conferma ancora una volta il valore del percorso musicale dell’IC Palatucci di Montella e l’impegno costante della scuola nella formazione artistica e culturale delle nuove generazioni.

    “SCANDICCI CITTA’ DELLA MUSICA”presenta 15° Concorso Internazionale Musicale “Città di Scandicci”Scandicci, 9-17 MAGGIO 2026   Streaming Video LINK mattina 9.5.2026 Auditorium LINK eventi   Pubblicato il calendario DEFINITIVO delle audizioni Consulta questo articolo per vedere do...

06/05/2026

In Italia, diventare madri significa ancora troppo spesso camminare su un filo sottile: da una parte il lavoro, dall’altra il carico di cura familiare. Un equilibrio fragile, fatto di scelte complesse, desideri che si intrecciano con rinunce e percorsi professionali che rallentano o si interrompono. E quando si prova a rientrare nel mercato del lavoro, le difficoltà non mancano.

È questo il quadro che raccontiamo nell’11 edizione del Rapporto “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2026”, che abbiamo diffuso in vista della Festa della Mamma e che abbiamo elaborato attraverso il nostro Polo Ricerche, offrendo uno sguardo concreto su una realtà ancora segnata da ostacoli strutturali e sfide quotidiane.

Le Equilibriste: i dati sulla maternità in Italia nel 2026
I numeri che osserviamo raccontano una maternità sempre più complessa. Nel 2025 le nascite sono scese a circa 355 mila, con un calo del 3,9% in un solo anno. Il tasso di fecondità si ferma a 1,14 figli per donna, ben al di sotto della media europea.

In Italia la nascita di un figlio segna spesso un forte cambiamento nelle traiettorie lavorative delle donne. La cosiddetta child penalty, che misura l’impatto sulla partecipazione al lavoro, sui salari e sulle prospettive di carriera, arriva al 33% e produce effetti duraturi nel tempo.

Si diventa madri sempre più tardi: l’età media al parto ha raggiunto i 32,7 anni e le madri sotto i 30 anni rappresentano ormai una minoranza. Solo il 2,9% delle donne tra 20 e 29 anni è madre, e appena il 6,6% dei giovani in quella fascia d’età è genitore. Circa l’80% dei giovani desidera avere figli, ma solo una minoranza immagina di farlo a breve termine. Infatti, tra le donne 18-24 anni, appena il 14,8% prevede una maternità entro tre anni, percentuale che cresce nella fascia 25–34 anni fino al 41,6%. In questa fascia non essere mamma non è solo una scelta, ma spesso una necessità: quasi una donna su quattro tra i 25 e i 34 anni dichiara di non avere condizioni lavorative adeguate per avere un figlio.
Le retribuzioni delle madri diminuiscono, soprattutto nel settore privato: dopo la nascita di un figlio, le madri possono subire una riduzione salariale fino al 30% nel settore privato. Anche nel settore pubblico la penalizzazione è presente, seppure più contenuta (circa 5%), ma resta comunque significativa.
Divari di genere molto marcati nel lavoro dopo la genitorialità: tra gli uomini la paternità è associata a una maggiore occupazione (oltre il 92% dei padri 25-54 anni lavora a confronto del 78.1% degli uomini nella stessa fascia senza figli), mentre per le donne accade l’opposto. Il tasso di occupazione femminile scende dal 68,7% tra le donne senza figli al 63,2% tra le madri con almeno un figlio minorenne, con un calo più marcato al crescere del numero di figli (67% con uno, 58,8% con due o più) e si riduce ulteriormente al 58,2% tra le madri con figli in età prescolare.
Forti differenze territoriali nell’occupazione delle madri: le condizioni cambiano molto a seconda dell’area geografica: tra le madri con figli minori, il tasso di occupazione arriva al 73,1% al Nord e al 71% al Centro, mentre nel Mezzogiorno scende sotto il 45,7%. Un fattore di protezione risulta essere il titolo di studio.
Il part-time è una realtà strutturale per molte madri: il 32,6% delle donne 25-54enni con figli minori lavora part-time, e in oltre un caso su dieci si tratta di part-time involontario (11,7%). Tra i padri la quota è nettamente più bassa (3,5%).
Sempre meno mamme giovani, sempre più disuguaglianze
Diventare madre prima dei 30 anni è oggi un’eccezione in Italia. Le donne tra i 20 e i 29 anni con figli sono solo il 2,9% del totale. Ma il dato più rilevante non è solo quanto siano poche, bensì le difficoltà che incontrano, soprattutto nel lavoro. Nel settore privato, il 25% delle madri under 35 lascia il lavoro dopo il primo figlio.

Tra i giovani, la genitorialità ha effetti opposti:

Uomini: lavorano di più se diventano padri (87,2%)
Donne: lavorano meno se diventano madri (33,4%)
Il divario si amplia ulteriormente con l’aumentare dei figli: risultano occupati l’83,7% dei padri contro appena il 23,2% delle madri. La distanza si riflette anche nei livelli di inattività che colpisce soprattutto le donne dove vediamo che tra le mamme 20-29enni, il 59,8% è inattiva.

Tra voglia di figli e desiderio di partire
I giovani italiani continuano a immaginare un futuro da genitori, ma sempre più spesso rimandano. Solo una minoranza pensa di avere figli nel breve periodo, segno di incertezza e difficoltà nel trasformare il desiderio in realtà.

L’81,8% dei giovani tra i 18 e i 24 anni vuole avere figli prima o poi e tra le donne della stessa fascia d’età, il 14,8% prevede di avere un figlio entro tre anni. Le intenzioni crescono dopo i 25 anni, raggiungendo il 41,6% nella fascia 25-34 anni, quando la stabilità diventa più concreta.
Allo stesso tempo, aumenta la mobilità, soprattutto tra le giovani donne. Tra le under35 aumentano sia le migrazioni all’estero sia quelle interne: in 10 anni, dal 2014 al 2024 le expat sono aumentate del 125%, arrivando a rappresentare quasi una giovane su dieci. Ancora più preoccupante è però la mobilità interna che nell’ultimo decennio vede oltre 200mila under35 del Mezzogiorno si sono trasferite al Centro Nord, aggravando il declino demografico del Sud, dove nel 2025 le nascite calano del 5%.

L’Indice delle Madri
Ogni anno includiamo nel rapporto anche l’Indice delle Madri, realizzato in collaborazione con l’ISTAT, fornendo una graduatoria che mette a confronto le Regioni italiane evidenziando dove per le mamme è più facile o difficile vivere. L’indice si basa su un’analisi approfondita di 7 dimensioni –demografia, lavoro, rappresentanza, salute, servizi, soddisfazione soggettiva e violenza – utilizzando 14 indicatori provenienti da diverse fonti del sistema statistico nazionale.

In questa edizione si conferma la regione più “amica delle madri” l’Emilia-Romagna, seguita dalla Provincia Autonoma di Bolzano e dalla Valle d’Aosta, che torna sul podio dopo il calo registrato nell’anno precedente.

Al contrario, si registrano arretramenti nel Nord-Est: il Friuli-Venezia Giulia scende dall’8° al 13° posto e il Veneto dal 9° al 12°, evidenziando un indebolimento relativo nel confronto nazionale.

Nel Mezzogiorno il quadro resta complessivamente stabile e su livelli inferiori alla media nazionale: l’Abruzzo si conferma la regione meglio posizionata (14° posto) tra quelle meridionali, mentre in fondo alla classifica si collocano la Basilicata, la Puglia e la Sicilia, che resta all’ultimo posto.

Nel complesso il quadro nazionale mostra un lieve peggioramento rispetto agli ultimi anni, dovuto soprattutto alle difficoltà legate a demografia, lavoro e salute.

Per sostenere davvero la genitorialità servono politiche strutturali integrate che rendano più semplice conciliare lavoro, famiglia e vita personale. Serve lavoro stabile, servizi per l’infanzia accessibili e di qualità, sostegni economici e maggiore autonomia abitativa per i giovani. È inoltre fondamentale un welfare coerente lungo tutto l’arco della vita e un’organizzazione del lavoro compatibile con le responsabilità familiari. È centrale anche la condivisione della cura tra genitori, attraverso congedi paritari, per ridurre le disuguaglianze di genere. Infine, va rafforzato il sistema educativo 0-6 anni, garantendo servizi omogenei e continuità tra i diversi percorsi educativi.

01/05/2026

Il Primo Maggio, celebrato come Festa Internazionale dei Lavoratori, mantiene nel terzo millennio il suo significato storico di commemorazione delle lotte per i diritti, evolvendosi però per affrontare le sfide della società contemporanea e del lavoro digitale.
Ecco il significato della ricorrenza nel contesto attuale (2026):

Riflessione su Nuove Tutele e Sicurezza: Non più solo la lotta per le "8 ore" (ottenute storicamente), oggi la festa è un monito per la sicurezza sul lavoro, per fermare le morti bianche e garantire condizioni dignitose in un mondo lavorativo in continua evoluzione.

Lavoro Dignitoso nell'Era Digitale: Il significato si estende alla protezione contro la precarizzazione, l'inquadramento corretto nel lavoro autonomo e di piattaforma (gig economy), e la necessità di una formazione continua.Solidarietà e Uguaglianza: Celebra l'unione dei lavoratori, la parità di genere, la lotta contro la povertà lavorativa e il riconoscimento del valore sociale del lavoro come identità.

Memoria Storica: Ricorda le lotte operaie di fine '800 (in particolare la rivolta di Chicago del 1886) e la strage di Portella della Ginestra in Italia.

Rappresentazione Democratica: È una giornata in cui si rinnova il legame tra lavoro e diritti costituzionali, celebrando il lavoro come pilastro della repubblica.In sintesi, se un tempo era focalizzato sulla conquista del tempo libero, nel terzo millennio il Primo Maggio si concentra sulla qualità, dignità e sicurezza del tempo lavorato.

27/04/2026

Talvolta le parole non sono sufficienti a comunicare ciò che abbiamo dentro e allora prendiamo in mano una matita per disegnare. Una linea, una forma, un segno appena accennato e la nostra interiorità trova finalmente spazio.

Il 27 aprile si celebra la Giornata Mondiale del Disegno, istituita nel 1962 dal Consiglio Internazionale delle Associazioni di Disegno Grafico per ricordarci che il disegno è molto più che una tecnica: è un linguaggio universale. Unisce mondi diversi: arte, scienza, immaginazione, ma soprattutto le persone.

Non è necessario essere artisti, basta un pastello, un foglio e il coraggio di lasciare un segno. In un mondo veloce e digitale, disegnare può diventare un gesto semplice ma potente: rallentare, ascoltarsi, trasformare le emozioni in forme.

Lisanti: “25 aprile; grande impegno per costruire un ”arcobaleno di pace”Una riflessione alla vigilia del 25 aprile 2026...
24/04/2026

Lisanti: “25 aprile; grande impegno per costruire un ”arcobaleno di pace”

Una riflessione alla vigilia del 25 aprile 2026!

Un sogno? Possibile se si recupereranno volontà, spirito ed energie che animarono e motivarono quanti , donne e uomini, diedero anche la vita per liberare l’Italia dall’oppressione nazifascista. A ribadirlo, con una riflessione alla vigilia dell’81^ anniversario della Liberazione, che consentì all’Italia di dotarsi della Costituzione repubblicana il professor Francesco Lisanti, voce ascoltata durante gli eventi identitari organizzati in piazza a Matera per il 21 settembre, il 4 novembre, il 25 aprile e il 2 giugno. Dati identitari per la ricorrenza del Una ”Carta”, in parte non attuata, ma oggetto ricorrente di forzature e di tentativi di ignorarla per palesi e subdole derive autoritarie. La libertà è preziosa, ma ha un prezzo. Va difesa e conquistata ogni giorno e il moltiplicarsi dei conflitti ne sono una conferma. Tocca ai popoli riprendersi il proprio futuro, prendendo le distanze da soprusi, sopraffazioni e oppressioni striscianti, che scoppiano e si diffondono quando prevale l’indifferenza.

LE RIFLESSIONI DEL PROFESSOR FRANCESCO LISANTI
Quando si parla della Liberazione e della Resistenza, forse si parla troppo poco dei valori che espressero e che ancora oggi dovrebbero esprimere. Questa ricorrenza ci interpella se, veramente ognuno di noi crede nei valori della Liberazione e della Resistenza, non parlandone in blocco, come di cosa nota, bensì discernendoli, mettendoli a fuoco, proiettandoli in ciò che costruisce. La Resistenza fu collaborazione di partiti diversi, accantonamento di dissensi, tensione alle mete comuni. La Resistenza fu sacrificio, rinunzia, generosità. Quanti caddero per la liberazione dell’Italia sarebbero lieti di vedere dimenticati i loro nomi sulle lapidi, sui monumenti, purché restassero vivi quei valori per i quali si immolarono. Ritorna, quindi opportuna l’occasione del 25 aprile, intanto per onorare la loro memoria unita a quella dei Caduti di tutte le guerre del passato e quelle del presente, considerati i tanti focolai di guerra che insanguinano numerosi territori del nostro mondo,
provocando la morte di tante vittime innocenti.

L’occasione della celebrazione della Liberazione ci fa sperare che possa emergere, come 81 anni fa,la ferma volontà di concorrere, ognuno con il suo impegno personale,a costruire un arcobaleno di pace, cercando di colmare le grandi differenze tra chi respira l’aria della libertà e della pace e chi questo traguardo deve ancora raggiungerlo. Voglio concludere con la riflessione di una studentessa che partecipò al progetto “il coraggio di essere liberi “, promosso alcuni anni fa dall’Associazione Nazionale fra mutilati e invalidi di guerra di Matera, che ho l’onore di presiedere come orfano di guerra.”L’importanza della Resistenza è che nella vita si può e si deve scegliere anche quando tutto sembra perduto. Gli Italiani, in un momento di profonda crisi presero in mano il proprio destino e scelsero di affrontare un nemico molto potente per costruire un futuro diverso che si fondasse sulla democrazia e sulla libertà individuale. Nel nostro secolo, considerando gli eventi storici e contemporanei, occorre riflettere su questi valori in una visione più ampia; tutta l’umanità ha bisogno di prendere coraggio e lottare con onestà per una libertà sempre più lesa”.

Indirizzo

Via Sorbo 65
Garzano

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