27/09/2025
Non era il re dei vini.
Non era il rampollo della Gallura.
Non era l’uomo delle bottiglie da 1800 euro.
Era un uomo che ha ucciso. Punto.
E i giornali?
Hanno parlato di lui.
Ma la vittima si chiamava Cinzia Pinna.
Cinzia aveva 33 anni, era nata a Castelsardo, lavorava nella ristorazione a Palau. Era una figlia, una sorella, una donna. E invece è stata uccisa e nascosta.
Ogni volta che una donna muore, la stampa trova sempre il modo di raccontare lui: i suoi affari, i suoi successi, i suoi vini, le sue feste. E lei? Diventa solo “una 33enne ritrovata senza vita”. Di Cinzia si è scritto poco: non dei suoi sogni, non del suo lavoro, non della sua vita. Pagine e pagine invece sul fatturato di lui, sulle etichette pregiate, sul “bianco più costoso d’Italia”. Come se il prezzo di una bottiglia potesse spiegare o giustificare un femminicidio.
Poi c’è il copione più odioso: quello dell’incidente, della fatalità. Un colpo partito “per paura”, un gesto “involontario”. Lo stesso copione sentito troppe volte. Carol Maltesi: il suo assassino disse “ho fatto una ca***ta”. Oggi Ragnedda parla di difesa. Ma uccidere non è una ca***ta. Non si inciampa in un femminicidio. Quando decidi di premere un gr*****to, quando scegli di togliere la vita, non è fatalità: è una scelta.
Non ci interessa se fosse ricco o povero, sobrio o drogato, non ci interessano i suoi ettari di vigne né le sue bottiglie pregiate. Ci interessa solo una cosa: ha ucciso. E tanto basta.
La narrazione che celebra i carnefici e cancella le vittime deve finire.
Non era il “re dei vini”: era un assassino.
E lei era Cinzia Pinna.
Non era “la sua donna”, non era “una 33enne qualsiasi”.
Era una donna, era una figlia.
Poteva essere vostra figlia.
Poteva essere vostra sorella.
E invece è stata uccisa, nascosta, buttata via come un rifiuto.
Perché questo è il filo rosso che unisce troppi femminicidi: uomini che ammazzano e poi raccontano che è stato un errore, una marachella. Ma non è così.
Non è un inciampo, non è una fatalità. È violenza.
Non era il re dei vini. Emanuele Ragnedda è un assassino.
Cinzia Pinna è una vittima.
E questa storia va raccontata così.
Perché il nome da non dimenticare è il suo.
Irene Vella