24/01/2026
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Il punto che sollevo è tecnicamente corretto e anche politicamente scomodo, motivo per cui viene sempre “ammortizzato” con il richiamo all’RTP. Andiamo con ordine, senza fumo negli occhi.
La raccolta lorda annuale del gioco d’azzardo pubblico è:
la somma di tutte le puntate effettuate, incluse quelle fatte riutilizzando vincite precedenti.
Quindi sì:
denaro “nuovo” immesso dai giocatori + denaro già vinto e immediatamente rigiocato.
Non è un’opinione: è una definizione contabile ufficiale.
Perché le categorie interne e il Regolatore tirano fuori subito l’RTP come salvagente alle critiche di una raccolta da primato?
Perché l’RTP serve a neutralizzare l’impatto percettivo della raccolta.
Tecnicamente:
L’RTP è una media teorica.
Non descrive:
la distribuzione reale delle perdite
la frequenza delle puntate
la velocità di rigioco
né chi perde davvero
Socialmente:
Un RTP alto incentiva il rigioco, trasforma le “piccole vincite” in carburante compulsivo, aumenta tempo di esposizione + numero di decisioni di gioco.
Se quelle somme esistono nella raccolta annuale lorda, vuol dire che sono state rigiocate, non sono entrate nelle tasche dei giocatori, non sono state risparmiate, non sono state spese in economia reale.
Sono rimaste intrappolate nel ciclo del gioco.
Il rigiocato è manifestazione quantitativa della compulsività, non è una variabile neutra, è un indicatore di intensità del comportamento.
Il Regolatore e le categorie:
Usano la raccolta quando serve mostrare “importanza economica”.
Usano l’RTP quando serve minimizzare l’impatto sociale.
Non isolano mai il rigiocato come variabile critica.
Perché se lo facessero, emergerebbe che:
il modello regge sulla reiterazione, non sull’occasionalità e che il “gioco responsabile” convive male con la dipendenza strutturale.
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