10/08/2024
In occasione della recente richiesta pervenuta alla nostra associazione umanitaria ACISS di assistere. fornendo per ora solo divise adatte al mondo sportivo femminile, da parte di una squadra di calcio femminile dell’area del nostro ospedale in Burundi, mi viene in mende un racconto che pubblicai sulla nostra rivista “la formicola” di alcuni anni or sono, a seguito di un’esperienza vissuta durante un sopralluogo.
UN ANORMALE FATTO NORMALE
A volte ci si domanda cos’è la normalità.
Quello che è del tutto normale per un individuo può essere assolutamente anomalo per un altro.
Un comportamento normale ritengo che possa essere definito l’insieme di atti che non suscitano sentimenti di meraviglia, stupore, perplessità, ecc..In altre parole un comportamento che passa inosservato ai più.
Spesso la normalità è specifica di un popolo o di una cultura.
Mangiare non le bacchette è normale in alcuni paesi asiatici, suscita curiosità in altri angoli del mondo.
Salutare in un certo modo può essere giudicato curioso presso un popolo e sacrosanto presso un altro.
Gli esempi sono molteplici.
A tal proposito vorrei raccontare un episodio che oserei dire apparso del tutto anomalo al sottoscritto ma del tutto normale nel suo ambiente.
Sabato 15 febbraio ore 16,30 su di un sedicente campo di pallone tra le colline del Burundi si stanno affrontando in un vivace match di football due squadre femminili. A parte la mia meraviglia di notare come siano agili e scattanti le emule di Ronaldo, la mia attenzione non può fare a meno fissarsi sui piedi delle atlete: piedi nudi. Correre sul terreno fangoso e pietroso, assestare violenti calci alla sfera, mi impone una compartecipazione, dolorosa, solo virtuale, delle mie stesse estremità, ben sicure nelle mie scarpe da trekking.
Ad un certo punto il pubblico si agita un poco, un allenatore si avvicina al guardalinee, sussurra qualche cosa, Il giudice a latere richiama bracciandosi l’attenzione dell’arbitro.
Fin qui nulla di anomalo. L’arbitro guarda , fischia uno stop alla partita.
Una giocatrice lascia rapidamente il campo sostituita da una collega già pronta al bordo del campo.
Episodio di tutta normalità in una partita di calcio, direte voi.
Un normale avvicendamento o per stanchezza o per cambio di strategia dell’allenatore.
Dov’è l’anormalità dell’episodio?
La giovane giocatrice, matida sì di sudore ma apparentemente non distrutta da giustificare il repentino cambio, mi passa vicino, prende dalle braccia di una donna di età non qualificabile, forse madre o forse sorella, un microscopico pacchetto di tela con all’interno un ancor più microscopica testina di bambino, e, senza nessun problema, ecco attaccare al seno la testolina e incominciare ad allattare la creaturina, nella totale indifferenza degli altri spettatori, tutti presi dallo svolgersi del gioco.
Un sorriso sornione della mamma- calciatrice ha sottolineato scherzosamente mio imbarazzo e meraviglia. “Come sono strani questi bianchi, non hanno mai visto una mamma che allatta il proprio bambino” ecco quello che quel sorriso diceva.
Come se nulla fosse la mamma-calciatrice continuava anche nel suo sostegno alla squadra appena lasciata.
Calciatrice, mamma, tifosa, tutto in una minuta figurina.
Terminata la poppata, riconsegnato il fagottino a chi di dovere, è iniziato il percorso inverso : richiamato l’allenatore, allertato il guardalinee, attirata l’attenzione dell’arbitro, fischio di pausa, uscita della sostituta, entrata della mammina, ripresa del gioco.
Cosa c’è di tanto strano! Cosa c’è da meravigliarsi! Tutto normale. L’importante è fare goal.